L’anno appena passato ci ha lasciato molto tempo per l’introspezione, per il viaggio spirituale e per la scoperta di noi stessi. Raya dei Pothamus sembra complementare bene questo mood, raccontarvelo un po’ è un piacere, non siate timidi.
Come per altri illustri colleghi provenienti dal Belgio, i Pothamus imbastiscono uno scenario molto caratteristico, unendo psichedelia, ritualità e ipnotismo, quasi atti a disconnettere corpo e mente dell’ascoltatore. Raya è un disco apparentemente semplice, ma ben strutturato, longevo e che dà ampio controllo all’ascoltatore rispetto il grado di engagement necessario. Si passa facilmente dall’ascolto approfondito al tenerlo come sottofondo per riflettere, meditare e perdere il contatto con ciò che abbiamo fisicamente intorno. La natura mantrica della musica è un’arma a doppio taglio che i Pothamus sfruttano a loro vantaggio, il ripetersi di sonorità, riff, elementi d’ambiente e ritmi è ben distribuito lungo le sei tracce che compongono l’album, creando un tessuto continuo, un rincorrersi di idee e pensieri musicali che comunicano bene fra loro. I brani estrapolati dal loro contesto perdono molto, ed è forse l’unico vero limite della proposta, se vogliamo trovare un oggettivo punto debole a questo Raya.
Gli strumenti, come la voce, sono totalmente dediti a creare un’atmosfera sognante, l’ipnosi sempre oscillante e seducente che si spinge verso delle derive più intense per poi ritrarsi, ritornare in un crescendo e divenendo continuo, senza mai esplodere e rompere l’incanto. Può sembrare curiosa la scelta di tenere gli strumenti così indietro, ma è molto peculiare la scelta di utilizzare la voce come un vero e proprio layer che si inserisce nel muro di suono generato dalla band, sempre nascosto, sempre in secondo piano, fuori dal ruolo principale a cui siamo portati a pensare; l’unica eccezione, se vogliamo, sono le percussioni che guidano l’ascolto lungo tutto il corso di Raya, scelta eclettica ma di grande effettività, a me personalmente piace molto come soluzione, è un approccio molto personale al sound della band e sento di lodare questo voler uscire dallo schema. La proposta dei Pothamus è molto particolare, mi hanno ricordato delle band che amo follemente come OM, Jakob e Samsara Blues Experiment, con una punta di Amenra qui e lì, il che è quasi normale vista provenienza e scena; ed è tutto di guadagnato, è una nicchia sicuramente interessante e godibile, per nulla facile da riempire.
In conclusione, Raya dei Pothamus è una release veramente valida, una prova di concretezza e di crescita costante per la band belga, che regala emozioni e un distacco che forse oggi è più necessario che mai.
(Consouling Agency, 2020)
1. Orath
2. Viso
3. Heravis I
4. Heravis II
5. Raya
6. Varos