Doom, sludge, hardcore, post-metal. Quattro grandi generi che impastati assieme, in dosi più o meno calibrate, danno risultati discografici spesso sorprendenti ed esplosivi. Un indiscutibile esemplare è il ritorno discografico dei danesi Dying Hydra, dopo il debutto Of Lowly Origin del 2021 (qui sul portale trovate una bella recensione di Gabriele Zolfo). Il nuovo disco, Strange and Beautiful Things, ne recupera il discorso interrotto tre anni addietro. Un bilanciato mix dei generi citati in apertura, un songwriting davvero ispirato per i Nostri; Tejs Kyhl, un diavoletto seduto alla batteria, infaticabile, preciso, che stende un tappeto di spine per Lars Pontoppidan e Patrick Fragtrup, entrambi cantanti, entrambi chitarristi, che sopperiscono all’assenza di un bassista andando a tessere trame pesantissime con i propri strumenti. La musica che si sviluppa nei sei brani è vigorosa, un demone sottopelle che smette di agitarsi solo nei secondi di silenzio tra una canzone e l’altra; ma non solo energia e sudore, perché la band di Copenaghen ha la capacità di graffiare il cuore di chi ascolta usando svariati registri emozionali.
Cose strane e belle: ce lo dicono loro, giustamente. Come “Lithification”, con una lunga parte iniziale, alle soglie del post-rock più spettrale, fino a quando i suoni non deflagrano, le due chitarre vengono adescate in una palude di ritmiche pastose, e un finale che, come un sole dopo una tempesta, torna a scaldare i nostri passi. I Dying Hydra gonfiano il petto, mostrando muscoli pronti alla rissa e “Aurelia” ci regala passaggi con voci pulite, malinconiche e nostalgiche. Un brano di un’intensità quasi insostenibile. Al terzo giro di giostra, ecco il biglietto per la gloria. “Abyssal Clocks” è cantautorale, è giornata di festa, è una birra ghiacciata con gli amici di sempre. Un giro di chitarra che scava un fossato profondo dentro noi, croce e delizia, ristoro per schiene ricurve ed una chiusura che è un ultimo tramonto. E se abbassiamo la quota emozionale, otteniamo ugualmente un bel brano, dinamico, di facile presa, quasi commerciale: questo brano è “Grasping Stone”, che precede i dieci minuti dieci di “Into Existence”, un balenottero che nuota felice in acque più rock, lasciando alle spalle la burrasca post-hardcore. A metà brano parte una lunga fuga strumentale che, come le sirene per i marinai, prende chi ascolta e lo sfracella da qualche parte. Una fine non uguale per tutti – “Ancestral”, posta come epilogo – con ottime melodie e aperture vocali umorali e cangianti. Ed è questo che fanno i tre: dipingono paesaggi sonori distorti, mostruosamente sporchi e grezzi. Raccontano insomma l’animo umano, lo condannano nei testi, che toccano argomenti come l’ambiente, la mancanza di rispetto dell’uomo per il pianeta, il cambiamento climatico.
Un album dove le due anime della band convivono alla grande, donandoci una bestia mitologica che, al secondo lavoro in studio, getta le basi per un podio tra i mostri sacri del genere.
(Black Grain Records, 2024)
1. Lithification
2. Aurelia
3. Abyssal Clocks
4. Grasping Stone
5. Into Existence
6. Ancestral