
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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KEEPER di Osgood Perkins (2025)
Cari amici, in questo periodo dell’anno il mondo del cinema è affollato di commedie romantiche, film sulle festività e film di Checco Zalone che, mi scuserete, mi rifiuto di guardare perché si. Non preoccupatevi però, siamo riusciti a tirare fuori comunque dei piccoli consigli per iniziare il nuovo anno nel modo giusto!
Inizierei con un ANTEPRIMA ASSOLUTA che da noi uscirà nei cinema a fine Marzo 2026 ma che io ho vistò perché ho un amico americano che me ne ha parlato (non è assolutamente vero ma è così che la racconterò solo alla presenza del mio avvocato). Avete presente Osgood Perkins? Il regista di Longlegs? Il regista di The Monkey? Beh, insomma, il nostro amico Oz torna in tempi record con nuovo film horror! A pochi mesi da The Monkey Perkins torna con KEEPER, film che ho decisamente apprezzato nonostante le recensioni che si leggono in giro non siano proprio entusiaste. Ma a noi piace ragionare con la nostra testa o forse è solo che rientra di più nel mio gusto e nelle mie corde. Ma di cosa parla KEEPER? Ve lo dico subito. Liz, giovane donna, si reca in una baita molto bella dispersa nei boschi insieme al suo compagno che tanto suo non è visto che in questa relazione lei è l’amante. L’ambientino è un po’ teso e “strano” da subito, figuriamoci poi quando lui dovrà allontanarsi e lasciarla tutta sola. Raccontare di più della trama sarebbe un grosso spoiler anche perché, va detto, non è tanto la scrittura il punto forte del film ma i meccanismi. Cosa intendo per meccanismi? Grazie per tutte queste domande! Per meccanismi intendo tutti quei piccoli tocchi di regia che creano la giusta atmosfera e che costruiscono la tensione. Un ombra che attira la nostra attenzione, i silenzi o i rumori di fondo, una finestra che si apre ecc ecc. KEEPER é un horror che crea angoscia, disagio e paura grazie al modo in cui è girato più che per cosa racconta. È un male? Dipende. Perkins mette due persone in una casa illuminata poco e ci gira un film intero fatto di sguardi nel vuoto, rumori, ombre che si muovono e dialoghi artificiosi. É praticamente tutto qui. Certo, una storia in realtà c’è ma invece di dipanarla, svelarla o suggerirla, a un certo punto, quando cominci a chiederti cosa diavolo stia succedendo, parte uno spiegone non necessario che ti dice “questa è la situazione” e poi va verso il finale. Il racconto è davvero poca cosa, funzionale a innescare (scusate l’ennesima ripetizione) i meccanismi. Quelli, secondo me, funzionano alla grandissima. Io l’ho visto nel modo in cui un film del genere andrebbe visto (cioè come tutti), con una grossa televisione in una stanza buia, e le sensazioni che vuole trasmettere arrivano tutte. Dura un po’ più di un ora e mezza senza mai annoiare finendo nel momento giusto. A parer mio meglio di The Monkey che, onesto, faccio già fatica a ricordare. Di questo, dopo qualche settimana, sento ancora tutta l’angoscia addosso. Per niente male. Segnatevelo nelle note del telefono per quando uscirà.
recensione di Carmelo Garraffo
THE GREAT FLOOD di Kim Byung-woo (2025)
Il secondo film di cui parliamo arriva dalla Corea ed è uscito direttamente su Netflix (anche da noi). Sto parlando di THE GREAT FLOOD. Voi come gestite le aspettative? Io “dipende”. Nel senso, mi piace venire stupito ma alle volte mi approccio a un prodotto perché ho voglia di “quella cosa lì ” e scoprire che è altro mi fa un po’ storcere il naso. È il caso di Great Flood che si presenta come un disaster movie. Inizia come tale, con una madre e un figlio che si ritrovano a dover scappare dal palazzone dove vivono a causa di un allagamento o, forse è meglio dire, un inondazione che ha coinvolto il mondo intero. I nostri dovranno quindi salire di piano in piano per non affogare mentre a un certo punto il film si rivela essere altro. La questione sta tutta nel capire se questo “altro” rende il film migliore e la risposta, in questo caso specifico, è “non lo so”. Insomma, dal trailer mi aspettavo un prodotto onestissimo che non fa più di quel che promette con un escaletion di problematiche e fughe e invece così non è, o forse è meglio dire che non lo fa nel modo in cui ci si aspetta che lo faccia. Questo perché il film prova un approccio diverso, cercando di stratificare e trovare una chiave originale e nel farlo, parere personale, si perde un po’ anche a causa della sua struttura che rende alcuni passaggi un po’ ripetitivi e sottolineati con il pennarello rosso. E tutto questo tenendo conto che la parola “ripetizione “ è una cosa che ha tutto il senso del mondo in questa sceneggiatura. Nonostante il film duri un centinaio di minuti si arriva abbastanza stanchi alla fine e non è sicuramente una cosa positiva. Non stiamo comunque parlando di un brutto film ma di un qualcosa che nel cercare una sua svolta finisce un po’ per arroccarsi su un paio di buone idee che funzionano non così tanto bene, soprattutto se teniamo conto che quando la situazione è ormai chiara, ben consci di come probabilmente il film andrà a finire, il film non finisce ma, anzi, va avanti fin troppo rendendolo prevedibile nonostante lo sforzo per non esserlo. La colpa però è del film o delle aspettative? Perché, davvero, capisco le scelte e comprendo che alla fine la storia vada in una direzione sulla carta più “alta” ma vuoi mettere col film che avevo nella mia testa? Un bel disaster movie con inondazioni, fughe, disperazione e avventura?
recensione di Carmelo Garraffo
IT ENDS di Alexander Ullom (2025)
Come terza recensione del mese, prima di passare la palla al prode Emiliano, parliamo di un altra ANTEPRIMA assoluta, talmente assoluta che non so quando arriverà in Italia. Il film è stato trasmesso in anteprima sul nuovo canale di noleggio video inaugurato da Letterboxd, venendo poi comprato per la distribuzione da NEON, che vuol dire che prima o poi arriva, probabilmente nel corso del 2026. IT ENDS racconta di quattro amici, un auto e una strada infinita. Cosa potrà mai andare storto? È importante capirlo? It Ends è uno di quei film che piace o non piace a seconda della propria sensibilità ed io non sono così sicuro di avere quella giusta anche se, lo scrivo subito, le cose interessanti ci sono. Come dicevo prima la trama racconta di quattro amici che stanno facendo un viaggio in auto e , imboccando una strada secondaria, si renderanno presto conto che qualcosa non va. La strada è lunga, diritta, senza svolte, senza incroci, senza nulla. Solo una strada che va dritta che sembra non finire mai. Quello che posso dire è che esistono film che vivono di trama e concetto, quelli che vivono di sola trama e quelli che vivono di solo concetto. Io non sono un grande fan dei film che vivono esclusivamente di concetto perché mi lasciano sempre quella sensazione sgradevole di aver perso del tempo a seguire una storia che non porta da nessuna parte perché il fine era (non) raccontare altro. Per farla breve è uno di quei film che cerca di raccontare un momento, una sensazione, un periodo della vita ed è davvero difficile spiegarlo a parole senza fare più spoiler di quelli che ho già fatto. Certo, la storia si fa seguire, funziona e ne comprendo tutti i pregi e le recensioni positive ma per indole personale sono uno che ama quando il concetto serve ad elevare la sostanza. Ci siamo capiti? No? Confusi? È normale, tranquilli, è quello che proverete sui titoli di coda. Il classico film che una volta finito vi costringerà ad andare su internet per sapere se lo avete davvero capito.
recensione di Carmelo Garraffo
WAKE UP DEAD MAN di Rian Johnson (2025)
Terzo appuntamento con l’elegantissimo detective Benoit Blanc affiancato da una schiera di sospettati illustri. L’ambientazione, decisamente più affine a Knives Out che a Glass Onion, allo stesso tempo accogliente e sinistra come solo una antica chiesa con gigantesche cripte di marmo sa essere, sarà teatro di un nuovo omicidio apparentemente irrisolvibile che Benoit verrà chiamato a svelare. Il leader della congregazione ha ereditato la chiamata dal nonno e trascorso gli ultimi anni riunendo un gregge piccolo ma molto devoto: la perpetua di lunga data; il tuttofare; l’avvocata; il figlio adottivo e aspirante influencer politico repubblicano; un autore di romanzi MAGA; il medico locale misogino e l’ex violoncellista disperata. Man mano che l’indagine procede, apprendiamo sia la natura inquietante della fede della vittima, sia la profondità dell’impegno del gregge nei confronti del leader, un gruppo fedele di fan che vedono valore nella violenza di messaggi che si preoccupano principalmente di tenere lontani gli indesiderabili e di appoggiarsi a quel tipo di principi altamente timorati che fanno appello a un distorto senso di giustizia e vendetta. Da “non binario, non divino” a “c’è GOD in DOGE”, la disinformazione regna sovrana, gli outsider sono i cattivi e i vecchi metodi i migliori. Questi film riguardano da sempre la narrazione, ciò che i sospettati condividono, ciò che non condividono e per cosa vogliono essere notati, e Rian Johnson ne mantiene forma e formato senza sforzo mentre gioca con toni e messaggi senza mai perdere di vista il motivo per cui queste vicende sono così dannatamente divertenti da guardare e da svelare. Come combatti la cieca fede e il plagio? Per qualcuno razionale come Benoit, così felice di annunciare di essere un eretico mentre si trova letteralmente sul pulpito di una chiesa, la domanda non potrebbe essere più difficile. Per fortuna, Johnson e il suo cast sono più che all’altezza del compito, guidando il film con mano sicura attraverso tutti i necessari colpi di scena, alti e bassi e rivelazioni, mentre questo dramma gotico offre al regista una nuova accattivante prospettiva da cui interpretare il suo genere preferito. Per quanto evidenti appaiano molte delle tensioni contemporanee che condiscono la trama, Johnson sembra più interessato a guidarci attraverso riflessioni e avvertimenti differenti. Cosa significa credere in qualcosa che sembra impossibile, vedere cose che nessun altro può vedere, tracciare connessioni tra questioni apparentemente inconciliabili e infiorettare con delle storie tutto ciò? Nel mondo di Knives Out, è una questione sia di fede che di intrattenimento, ed è molto facile cedere al fascino di entrambi.
recensione di Emiliano Zambon
BONE LAKE di Mercedes Bryce Morgan (2024)
Una coppia di millennial affitta una lussuosa casa sul lago, una remota location per una vacanza nel bel mezzo di un importante cambiamento nelle loro vite. L’uomo ha deciso di sospendere la carriera accademica per affrontare un romanzo, il che ha portato lei a rinunciare al suo giornalismo freelance preferito per un lavoro più stabile come editor. Non è così felice di questa scelta come lascia intendere al compagno, anche se cerca di incoraggiare le sue ambizioni, ma i non detti cominciano a pesare. Le cose cambiano con l’apparizione di un’altra coppia che ha prenotato la stessa casa per il fine settimana. Chiaramente qualcuno al servizio di prenotazione ha commesso un errore, ma la soluzione sembra semplice: il posto è abbastanza grande per quattro, e i nuovi arrivati sembrano abbastanza amichevoli, almeno finché non si accorgono della tensione tra i due protagonisti, dando adito a conversazioni e contatti dapprima imbarazzanti, poi sempre più sinistri. Per un po’, Bone Lake è più un thriller psicosessuale alla Haneke che un horror a tutto tondo; uno che inizialmente si concentra più sul gioco della manipolazione e della seduzione attivato a partire dalle debolezze della coppia di protagonisti, però con una corrente sotterranea di pericolo, intrigandoci su quanto siano disposti a spingersi i nuovi arrivati, per poi stravolgere tutte le carte in tavola e sfociare in un delirio di violenza alla Raimi. Anche se lo sviluppo della storia in senso assoluto non è certamente tra i più sorprendenti, il divertimento sta nei dettagli e nel modo in cui il cast si impegna ad affrontare gli aspetti più selvaggi dei propri ruoli. Divertimento, tensione, violenza e l’ottimo lavoro sui personaggi, sono i punti forti di questo bel giocattolone.
recensione di Emiliano Zambon
DEATHSTALKER di Steven Kostanski (2025)
Nel 1983, il leggendario Roger Corman donò al mondo Deathstalker, un classico sword and sorcery ambientato in una terra mitica squassata da conflitti, popolata da guerrieri caduti in disgrazia, streghe, stregoni, mutanti, diavoletti, orchi e donne mezze nude. Il successo del film generò come spesso accade una serie di sequel dtv a budget sempre più basso: Deathstalker II: Duel of the Titans nel 1987; Deathstalker and the Warriors from Hell nell’88; e Deathstalker IV: Match of the Titans del 1991. Economici e sciocchi ma sinceri, divertenti, impossibili da non amare per un bambino cresciuto a pane e Conan il Barbaro, He-Man, Thundercats, Rastan e Golden Axe. Non rivedo questi film da decenni, ma hanno sempre avuto un posto speciale nel mio cuore, per cui ero entusiasta di sapere che il buon Steven Kostanski avesse in cantiere un reboot del primo, mitico capitolo. Oggi che il nuovo Deathstalker è qui, penso che chiunque nutra dell’affetto per i film di menare a base di spada e stregonerie degli anni ’80, e i gloriosi effetti pratici di quel periodo, si divertirà un mondo. I capitoli precedenti non hanno mai fatto molto per arricchire il personaggio titolare, dipinto come un semplice razziatore con un bel nome che vagava di battaglia in battaglia contro le forze del male. Kostanski ci abbozza una backstory, una spruzzatina di world building e una mitologia piena di nomi strani e riferimenti a luoghi ed eventi che però non aggiungono davvero nulla all’economia del racconto e di cui non è assolutamente necessario tenere traccia, non quanto lo sia godersi quell’inconfondibile palette satura anni ‘80 che ospita i bellissimi mostri e i combattimenti che Kostanski mette continuamente in scena. Questa volta Deathstalker è un brizzolato guerriero, interpretato da Daniel Bernhardt, e poiché l’attore è un ex stuntman addestrato nelle arti marziali, significa che potete aspettarvi duelli di discreta complessità contro una varietà generosissima di nemici. In poco più di 100 minuti, Kostanski introduce una pletora di creature folli, tra troll a due teste, uomini-maiale, una creatura dagli occhi volanti, ripugnanti mostri della palude e persino un assassino che sembra la versione cinematografica di Man-E-Faces dei gloriosi Masters of the Universe. Il film non lascia passare mai troppi minuti senza che qualcuno sguaini una spada, scoppi una rissa o che compaia una creatura generata dall’eccellente utilizzo di effetti pratici. Forse la durata è un po’ troppo generosa per un film di questo tipo, ma non risulta mai davvero noioso, e se la spada a tre lame in The Sword And The Sorcerer del 1982 conserva un posto speciale nel tuo cuore come nel mio, sarai molto felice di vedere l’arma definitiva su cui Deathstalker metterà le mani per lo scontro finale. Questi film non sono solo un ritorno alla nostalgia non dissimile da una vecchia tendenza della moda che torna cool, come i pantaloni larghi o i jeans a zampa d’elefante; sono un genere collaudato e autentico, oggi purtroppo snobbato da una spinta culturale lontana dai film sul viaggio degli eroi duri e puri, di spada e stregoneria dritti, senza fronzoli. Per me un revival come questo è una boccata d’aria fresca, un sentito omaggio all’età d’oro del genere, con meno nudità gratuita, molti più mostri e piccoli difetti che a malapena lo scalfiscono, ricordandoci un mondo magari più ingenuo, ma autentico, creativo, vitale e stimolante.
recensione di Emiliano Zambon


