
Sul finire dell’estate dello scorso anno è uscito il quinto album della norvegese Ida Maria Børli Sivertsen, conosciuta ai più col semplice Ida Maria. Quei “più” sono circoscrivibili alla Scandinavia, al Regno Unito e un paio di altri stati del centro Europa, perché qui da noi – ma non solo – il suo nome è poco noto. Ed è un peccato data la buona qualità della musica proposta; ed è strano perché con una società costantemente connessa, anche il più disgraziato dei musicisti può gustarsi i famosissimi quindici minuti di fama.
Ida Maria torna con un disco che se da una parte prende le distanze dal precedente Scandalize My Name (un album intriso di atmosfere folk e blues, che più di un dubbio sollevò nei suoi fans), dall’altra compie un ritorno alle origini, quelle dei primi tre lavori in studio, più smaccatamente punk oriented. Va anche detto che erano nove anni che la Nostra non usciva con album intero, lasciando il compito di riempire questo vuoto ad una manciata di singoli e un EP. Seven Deadly Sins + 3 è il ritratto fedele di un artista mai scesa a compromessi, una punk rocker moderna ma anche retrò, forse un po’ ruffiana in certi passaggi, sicuramente convincente nei momenti più viscerali, e poco importa se questi siano bagnati di melodie da facile airplay o assalti all’arma bianca; Ida Maria è un camaleonte che sa camuffarsi bene per ogni occasione. Il nuovo disco ha una prima parte che spegne gli ardori da Riot Girl, con una serie di brani che puntano spudoratamente alle zone alte della classifica. Se l’opener “Envy” è un malaticcio blues country, polveroso, con Ida Maria che graffia con il suo timbro da gallina strozzata (che piace, perché è la voce giusta per questa musica), le successive “More” (soprattutto) e “Lust” sono due brani di pop rock costruiti con precisione chirurgica: melodie e linee vocali che si stampano in testa al primo ascolto e non vanno più via. “Pride” è rock da battaglia, da sudore e sfregamento fisico, con urla dietro al microfono, per un’attitudine stradaiola che, come suggerisce il titolo, è sinonimo di orgoglio. Le dissonanze, il caracollare scanzonato, l’allegria da ubriacatura molesta, il bipolarismo, sono i puntini che, una volta collegati tra loro, formano il momento migliore del disco: “Still Angry” non è solo un brano. È un manifesto, è una dichiarazione di intenti. Da qui in poi Ida Maria cambia pelle, trasforma la sua musica in una fiammante macchina del tempo e chiude il disco con quattro brani che abbracciano gli anni Settanta – “I Pushed Too Hard” è un midtempo che sa di magrezza, di ricoveri coatti, di malattia; “Pussy And Money” possiede il nichilismo dei Ramones e, sembra assurdo, un riff che ricorda in maniera incredibile la sigla de Il pranzo è servito – ma anche la decade successiva con “Melancholia” – un treno in corsa tra punk, proto hardcore e frattaglie metal – e con la chiusura strafottente, pregna di libertà e incoscienza di “Who Will Save Rock And Roll”.
Seven Deadly Sins + 3 ripaga l’attesa di questi nove anni; lo fa con l’anima cristallina di Ida Maria, che non possiede filtri, che non conosce compromessi e contrattazioni, tra ironia tagliente e feroce disillusione. Un album che va oltre ai sette peccati capitali, ne aggiunge di altri, mescola le carte, crea ricette nuove e lo fa con quattro ingredienti in croce. Come i grandi chef. Come solo i grandi musicisti – e mi permetto di aggiungere: onesti – sanno fare. Spogliatevi anche voi dei vostri errori, gettate a terra i macigni che vi hanno deformato la schiena. C’è da cantare, c’è da ballare, c’è da festeggiare; un inno alla libertà.
(Indie Recordings, 2025)
1. Envy
2. More
3. Lust
4. Lazy
5. Pride
6. Still Angry
7. I Pushed Too Hard
8. Melancholia
9. Pussy And Money
10. Who Will Save Rock And Roll


