
Dopo due album imponenti, per durata e qualità, i danesi ORM si ripresentano sulle scene con il loro nuovo, e quarto, disco in studio. GULD, questo è il titolo, prende nettamente le distanze da Ir del 2019 e Intet • Altet del 2022; lo fa nel minutaggio delle canzoni – a questo giro il brano più lungo supera di poco la metà della maggior parte di quelli dei due album precedenti – lo fa nel songwriting – meno articolato, più scarno, poco sbalorditivo – lo fa nella produzione – fin troppo raw, con la netta sensazione di registrazione al primo take. Tutto questo per liquidare il nuovo album come scadente? No, la mia voleva essere una semplice e oggettiva analisi per sommi capi. GULD riesce a convincere – anche se… – in virtù di canzoni che, per chi ama il black metal a 360 gradi, hanno tutto per entusiasmare – anche se…
Ci sono momenti dove il quartetto di Copenaghen non guarda in faccia nessuno e pesta duro su strumenti messi a dura prova; “Af magt” apre il disco e mostra subito la velenosa proposta dei Nostri. A seguire “Undfangen” unisce un portamento epico e tronfio alle varie sfuriate black metal, di quel black metal puzzolente e astioso dei magici tempi che furono. La produzione, come detto, tende a impastare eccessivamente i suoni; un approccio nudo e crudo è ok per i passaggi più concitati, diversamente fa nei vari break atmosferici, dove i rallentamenti necessitavano di una maggiore nitidezza proprio per galvanizzare la parte più violenta della band. Questa veemenza trova asilo in “Rigdom”, assolutamente il brano più cattivo tra i cinque presenti nella tracklist. Una canzone che declama la sua ignoranza – positiva e sana – e ne fa un vessillo che sventola alto nei cieli di una Danimarca insanguinata. Le melodie sorde hanno un’anima battagliera, tengono alta la tensione anche nelle breve decelerazioni, poi gli ORM si ricordano che il black metal è tenebre e zolfo e via, ancora a picchiare come se fosse l’ultima cosa da fare prima di morire. La solidità, a tratti divenuta rigidità, concede una pausa con “Udskammet”, il brano più lungo di GULD, quasi tredici minuti. Qui la band sceglie di omaggiare un po’ tutto il suo percorso artistico di questi anni; infatti il brano è diviso in tre parti ben distinte tra loro. Abbiamo una prima parte molto aggressiva, testa bassa, riffing assassino, blast beat come grandine; una parte centrale più tranquilla e riflessiva, un rifiatare, un sole ad asciugare l’umidità dei prati; la chiusura solenne, a tratti sognante, una visuale inedita di noi stessi, extracorporea, in volo. In questa canzone la band composta da Adam – batteria – Theis – chitarra e voce – Simon – anche lui chitarra e voce – e dal nuovo bassista Malthe, mostra tutta la propria arte. Un piacevole rimando al passato, una foto sul cruscotto dell’auto e no, non importa sapere se sia un viaggio destinato a finire o durare in eterno; è il viaggio stesso la cosa da vivere. Chiude l’album “Martret”, un brano untuoso, con un inizio lento, quasi caldo, sicuramente avvolgente. La seduzione progressive death metal, sconosciuta rispetto al resto del disco, sfocia poi in una sfuriata crudele, black metal senza tanti fronzoli, gelido, spietato, che non fa prigionieri. E ci mancherebbe!
Con questo recente lavoro gli ORM possono lasciare interdetti molti dei loro fans. Se guardiamo alla loro discografia, le perplessità colpiscono anche il sottoscritto; alcuni giorni addietro la band ha annunciato che si sarebbe presa una pausa a tempo indeterminato, per preservare il benessere sia dei membri che della band stessa. Non so, forse siamo ai titoli di coda, forse GULD è stato un lavoro necessario per ricucire la voragine aperta con i due precedenti, incredibili – e mi sa tanto: irripetibili – dischi. Quello che esce dal campo delle ipotesi è che i danesi sono un nome fondamentale per la scena nero pece mondiale. Vada come vada, i tesori sono qui con noi, nulla andrà perduto.
(Indisciplinarian, 2025)
1. Af magt
2. Undfangen
3. Rigdom
4. Udskammet
5. Martret


