
I teutonici Der Weg einer Freiheit, band che adoro da sempre e che da sempre mi mette in difficoltà con la pronuncia corretta del proprio nome (va detto però che hanno uno dei loghi più belli dell’intera scena black metal), tornano con il loro nuovo album, il sesto in carriera, intitolato Innern. Mediante 43 minuti di grandissima musica, suddivisa in sei tracce – tutte dal minutaggio medio lungo, se si esclude la breve strumentale “Finisterre III” – la band di Würzburg, da qualche parte in Baviera, ha riempito di gioia le mie giornate dell’appena concluso 2025. Avevo in mente di coccolarmi il disco per bene, dedicandoci la giusta accortezza ma poi, come spesso succede facendo questo lavoro, ecco che altri lavori in studio sono arrivati e mi hanno, se non rapito, sicuramente distratto. I Deafheaven, con quel capolavoro di Lonely People With Power, sempre nello scorso anno, e gli Ellende con il nuovo Zerfall (a breve la mia recensione), un lavoro incredibile che già da ora si candida ad un posto nella top ten di fine anno. Quindi il nuovo album targato Der Weg einer Freiheit è così rimasto schiacciato in questa pressa finché, potente come lo è nella realtà, è deflagrato, richiamando la mia attenzione, la mia “penna” ed ora, finalmente, ne parlo.
E lo faccio con sommo entusiasmo, perché la band capitanata da Nikita Kamprad – da sempre unico compositore e mente dietro ogni singolo aspetto della band, financo la produzione che qui su Innerm rende lustro a tutti i passaggi, siano essi ferali e violenti o ariosi ed evocativi – prosegue il suo cammino artistico con una coerenza e una crescita che ben poche band possono vantare. Dal loro primo album, l’omonimo del 2010, in poi ecco che il quartetto ha spostato la propria linea dell’orizzonte, non avendo paura di sperimentare nuove soluzioni, di dar fuoco a un potenziale che, allo stato attuale delle cose è ben lungi dall’essersi esaurito, il tutto senza mai dimenticarsi origini, primi passi, radici, quindi anche senza mai rinnegare trascorsi indubbiamente più selvaggi e, prendete con le molle la seguente parola, basici. Con questo Innern il black metal dei Nostri evolve ulteriormente: i brani si vestono di una coltre progressive metal, che non è mai elitaria, che non alza muri, diventando un’arma in più, accogliente, un caldo abbraccio anche quando le spore velenose del passato appesantiscono le atmosfere, con sfuriate violentissime ma mai buttate a casaccio. Ogni passaggio, anche il più piccolo, è funzionale alla resa finale; Nikita Kamprad è un geniale architetto, la sua è una cattedrale imponente, a tratti incredibile, quasi impossibile che possa starsene in piedi così: tronfia, epica, raggiante.
Il post-black metal in questo album è un viaggio tra le maglie della vita, nelle pieghe dell’esistenza, nei fiordi (perché nonostante siano tedeschi, la Norvegia si sente tanto) del tempo, nelle asperità tortuose delle foreste nord americane (il cascadian e il black cantautorale sono un altro aspetto del sound del combo bavarese) e regala ad ogni ascolto delle piccole gemme che rendono questo Innerm una delle migliori uscite dello scorso anno, del black metal – in tutte le sue innumerevoli sfumature – e dell’Arte tutta. Perché non c’è un brano migliore degli altri, ogni volta che ascolterete questo disco vi troverete a fare i conti con le emozioni, declinate in differenti modi. La violenta “Xibalba”, la cinematografica “Marter”, il dedalo di “Eos”, l’introspettiva “Fragment”, il vaso di Pandora di “Forlorn” che chiude magistralmente il disco. Che siate viaggiatori o esploratori, lasciatevi condurre, perdetevi nel mondo di Kamprad e soci.
(Season of Mist, 2025)
1. Marter
2. Xibalba
3. Eos
4. Fragment
5. Finisterre III
6. Forlorn


