
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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MOTHER OF FILES di John Adams , Zelda Adams and Toby Poser (2025)
Cari amici di Grind On The Road, se siete su questo sito, oltre al cinema, siete sicuramente degli amanti della musica pesante o delle atmosfere dove le il metallo nero la fa da padrone. Se è così allora dovreste conoscere la famiglia Adams (con una d sola) perché sono sicuro che in pochi minuti diventerete subito amici. Ma chi sono? beh, come il nome suggerisce parliamo di una famiglia, una vera, composta da madre, padre e figlia che a un certo punto della loro vita, isolati nella loro casa in mezzo alla natura fra un progetto musicale (rigorosamente DOOM e SLUDGE) decidono di girare dei film horror, ovviamente. La prendono talmente sul serio che i loro film cominciano non solo ad essere visti ma anche apprezzati da un certo giro. Il primo loro film che io abbia visto si intitolava HELLBENDER (come il loro progetto musicale) e conteneva niente poco di meno che SATANA. MOTHER OF LIES è il loro ultimissimo film e ha tutti i pregi e i difetti delle opere precedenti o, perlomeno, quelli che ho visto io. Esteticamente hanno poco da invidiare a progetti con budget ben maggiori dei loro e le atmosfere sono sempre quelle giuste. Insomma, come dicevo hanno quel tipo di sensibilità che intercetta chi, come loro, viene da un certo background musica, estetico e cinematografico. A questo giro non c’è SATANA (lo scriviamo sempre bello grosso) ma LA STREGA. Quindi, insomma, un bel racconto folk horror che ha tra i difetti quello di avere una sceneggiatura fin troppo diluita. Infatti, se devo fare il critico, gli Adams hanno buone idee e sanno come girarle nel modo giusto ma a livello di scrittura è come se confezionassero un mediometraggio e poi lo stiracchiassero “giusto un po’” per farlo arrivare ai canonici 90 minuti. Questo si traduce in un film che non si può dire che annoi o che non abbia nulla da dire ma che sembra non raggiungere mai per davvero la compiutezza totale, pur riuscendo ad affascinare. Avete presente quando guardate un buon film e arrivati alla fine, non proprio lisci, pensate “bello però sarebbe stato meglio se fosse durato 20 minuti di meno”? In questo caso non è perché fosse giusto andare a togliere ma, al contrario, è perché avremmo voluto vedere un pochino di più in quei 90 minuti, proprio perché quello che è presente ci piace! Insomma, non un film perfetto ma che si porta dietro delle buone suggestioni e un background produttivo che ci fa simpatizzare subito per loro. La storia parla di una ragazza che per motivi che ci verrano spiegati durante il racconto si reca in questa casa sperduta nei boschi a trovare una misteriosa signora che grazie alle sue proprietà curative promette di curare la malattia della nostra protagonista. Ad accompagnarla ci sarà il padre (anche nella vita) che dovrà assisterete la figlia per tre giorni mentre succedono varie cose che non vi sto a raccontare nel dettaglio, anche perché non sono poi moltissime. Il consiglio, se amate questo genere di storie, è di recuperarlo anche solo per scoprire per conoscere la famiglia Adams. perché, insomma, chi non li vorrebbe come amici o vicini di casa? io sicuramente, non senza un briciolo di paura.
recensione di Carmelo Garraffo
SENTIMENTAL VALUE di Joachim Trier (2025)
Ammetto che non ero sicuro di voler parlare su queste pagine di SENTIMENTAL VALUE, di base è perché visto il contesto tendo a preferire sempre e comunque film di genere, ma forse sono io che mi sto incasellando e allora eccoci qui a parlare di un dramma candidato agli oscar tra i film stranieri! Il perché ne scrivo? Beh, perché è un bel film.
Sentimental Value è un film diretto dal norvegese Joachim Trier che, per chi non lo conoscesse, si era fatto notare prima con “Thelma”, un film che racconta di una studentessa cresciuta in una famiglia ultra-religiosa che scopre di avere poteri distruttivi legati ai suoi desideri repressi, mentre affronta la propria identità e libertà emotiva. Viaggiava all’interno del genere horror dandomi (a me) la sensazione di finire per vergognarsene sul finale e diventare altro ma, lo ammetto, forse sono io che volevo andasse a parare altrove. Era un buon film e la sua carriera esplose davvero con un altro film, “La persona peggiore del mondo“, che segue una giovane donna mentre attraversa amori, scelte sbagliate e crisi esistenziali cercando di capire chi vuole essere davvero. Anche qui un film che hanno amato tutti quanti e che io ho trovato buono fino a un certo punto, quando deraglia in un finale che non mi ha soddisfatto per nulla. Si potrebbe dire che sia abbastanza evidente che io abbia dei problemi con i finali dei film di Trier ma, a questo giro, sono uscito contento da un suo film! SENTIMENTAL VALUE parla di un padre regista che cerca di riallacciare il rapporto con le sue figlie usando il cinema come mezzo di riconciliazione. Attraverso un film autobiografico, riemergono ricordi, traumi e silenzi familiari, mostrando come l’arte possa essere allo stesso tempo un gesto d’amore, di egoismo e di tardiva richiesta di perdono. È sicuramente un film con i suoi modi che si prende i suoi tempi ma che riesce a intercettare un sacco di cose in un modo molto delicato ma, allo stesso tempo, anche molto duro e realistico. Gli attori sono tutti bravissimi, da Stellan Skasgard, passando per Eelle Fenning fino a Renate Reinsve, già protagonista de La persona peggiore del mondo e Inga Lilleaas, una scoperta che non conoscevo. È sicuramente un film che pretende la vostra attenzione ma che sa emozionare. Con me ha funzionato molto, forse perché è un argomento che nella vita mi ha sfiorato, ma lo consiglio a tutti quanti. Dovrebbe essere uscito nei nostri cinema proprio in questi giorni.
recensione di Carmelo Garraffo
RENTAL FAMILY di Hikari (2025)
Terzo film, altro mondo. Questo mese si sta spaziando molto da un genere all’altro ma devo ammette che le visioni disponibili non era moltissime.
RENTAL FAMILY è un film di Hikari. Regista giapponese al suo secondo film (il primo, 37 seconds, è andato bene al festival di Berlino). Da molti è conosciuta per aver diretto BEEF, una serie niente mala andata in onda su Netflix. Torna alla regia con il suo secondo film che potremmo definire “cozy movie”. Rental Family è uno di quei classici film rilassanti che ti mettono un po’ in pace con quello che ti sta intorno, non cerca forti scontri ma fa sorridere, piangere e divertire quanto basta per uscirne sereni. La storia segue un attore americano in difficoltà a Tokyo che accetta un insolito lavoro in un’agenzia di “famiglie a noleggio”, dove interpreta ruoli come parente o amico per persone che ne hanno bisogno. Man mano che si immerge in queste finte relazioni, scopre connessioni umane autentiche e riflette sul vero significato di famiglia e appartenenza. Il Setting giapponese è un po’ di denuncia ma non abbastanza per non guardare il film e aver voglia di andare a Tokyo tipo subito (sopratutto per chi come me ci è già stato) e Brendan Fraser ha la faccia e il fisico giusto per il ruolo, un ormone con voce e fisico grosso che diventa quasi invisibile all’interno della società giapponese. Non vorrei far passare il messaggio che è un film stupido perché non è affatto così. Ha il pregio di essere quel tipo di storia che sulla carta è facile sbagliare, quelli così fintamente buoni e da cartolina da farsi odiare facile e invece nonostante non voglia essere un film sporco e di denuncia riesce a gestire con gentilezza tutto quanto. Com’è che si dice? Fa ridere ma anche riflettere? e far scendere una lacrimuccia e, alla fine, andiamo a dormire tranquilli con una camomilla. Insomma, un film accogliente, cozy.
In Italia esce il 19 Febbraio.
recensione di Carmelo Garraffo

MEL BROOKS: THE 99 YEAR OLD MAN! di Judd Apatow e Michael Bonfiglio (2026)
Non capita spesso di rendere omaggio, per intero, ai giganti dell’umanità mentre sono ancora tra noi. In Mel Brooks: The 99 Year Old Man! Judd Apatow e Michael Bonfiglio celebrano minuziosamente e affettuosamente la vita e la carriera incredibile, tra successi e risate di una leggenda assoluta della commedia che è ancora qui, battuta in canna, a raccontare lui stesso la storia. Il docufilm, che ha debuttato giovedì 22 gennaio in due parti su HBO Max, è un tributo d’amore a Brooks, un’instancabile forza comica nata a Williamsburg che ha fatto più di chiunque altro per alleggerire l’atmosfera dello spirito del suo tempo, e ancora oggi, a 99 anni, Melvin James Kaminsky rimane un narratore straordinario. Uno dei trucchi più intelligenti adottati dagli autori è quello di presentare alcuni dei racconti più memorabili di Mel non solo a mezzo intervista, ma intervallati a montaggi di molteplici apparizioni nei talk show. Perché Mel alcune di queste storie le racconta da decenni, battute comprese. Ma non importa, sono sempre ottime. The 99 Year Old Man racchiude una vita intera: l’infanzia formativa a Brooklyn; l’ingresso aiutato da Sid Caesar a Your Show of Shows; l’amicizia incrollabile con Carl Reiner; il periodo di 2000 Year Old Man; The Producers; il matrimonio con Anne Bancroft; Blazing Saddles, Young Frankenstein e tutto il resto. Ma se c’è una domanda senza una vera e propria risposta, nel documentario, la pone Apatow stesso all’inizio. La gente sa davvero chi è Mel Brooks? “No”, risponde secco il comico. Potrebbe sembrare una risposta strana per uno che ha vissuto così sfacciatamente quasi un secolo sotto i riflettori. Eppure Brooks ha fatto della sua vita una performance continua, al punto che può risultare davvero difficile capire dove finisce lo schtick e inizia il vero sé. Una persona ritiene simpaticamente che tutto sia cominciato quando, da neonato, Mel ha confuso la pacca sul sedere del medico per un applauso. In una clip precedente, un altro intervistatore lamenta l’apparente mancanza di introspezione di Brooks. Quando il comico ha tenuto il suo discorso all’Oscar per la sceneggiatura di The Producers, ha annunciato che avrebbe parlato con il cuore: “Ba-bum, ba-bum, ba-bum”, fine del discorso. Quindi quello che Mel ha dentro è tutto uno scherzo? Una recita? Una presa in giro? Direi – e penso questo sia ciò che rende The 99 Year Old Man non solo un documentario esaustivo ma commovente e persino emozionante – che è esattamente il contrario. La commedia di Brooks, da 2000 Year Old Man in poi, deriva sempre da qualcosa di più profondo, più personale e intrinsecamente ebraico di quanto le sue qualità slapstick a volte abbiano suggerito. “La commedia è un’arma politica sensazionale e talvolta spettacolare”, afferma Brooks. Vedremo innumerevoli grandi nomi prestarsi a parlare dell’impatto di Mel come comico e come essere umano, tra cui Ben Stiller, Dave Chappelle, Sarah Silverman, Adam Sandler, Conan O’Brien, Nathan Lane, Matthew Broderick e David Lynch (che deve a Brooks il suo successo quando questo lo scelse contro ogni aspettativa a dirigere The Elephant Man, primo film della Brooksfilm productions, la casa di produzione per “film seri“, fondata da Mel), per citarne alcuni, ma sono convinto che la vera eredità di Mel Brooks risieda nel modo in cui, per lui, la vita e la commedia siano una cosa sola: impulso e battuta finale insieme. Lo si può constatare nell’incrollabile matrimonio con Anne Bancroft, la quale descrive ogni volta che il marito tornava a casa come una vera e propria festa. E traspare anche dall’eterna amicizia con Carl Reiner. Dopo la morte delle rispettive consorti, i due amici si incontravano ogni sera per cenare sulla poltrona, ridere, guardare vecchi film o quiz televisivi fino a prendere sonno. Bancroft muore nel 2005, Reiner nel 2020, e qualsiasi vita che si protragga quanto quella di Brooks assume una qualità elegiaca. Ma il dolore per le perdite che si sommano nella vita del comico non vincono mai sulle risate. Finisci non solo a chiederti se Brooks sia una delle persone più divertenti che siano mai vissute, ma anche una delle più sagge.
recensione di Emiliano Zambon
DUST BUNNY di Bryan Fuller (2025)
La fatica della vita adulta tende, nel tempo, a ottundere i nostri sensi primordiali di base. Invece di sentirci profondamente consapevoli del pericolo rappresentato da qualcosa che motiva un’innata paura, ci concentriamo sulle bollette, sul lavoro, sullo swap dei tassi di interesse. Questi costrutti sociali assumono per molti la forma dell’uomo nero, ma anche così, a volte la sensazione di essere osservati fa ancora rizzare i capelli sulla nuca, anche se di solito la liquidiamo come una risposta irrazionale e involontaria. Ma l’infondata paura infantile di un mostro in agguato sotto il letto diventa una minaccia tangibile in Dust Bunny. Attenuando l’orrore operistico di Hannibal e gli incubi zuccherini di Pushing Daisies, il film inaugurale di Bryan Fuller è completamente in sintonia con i suoi precedenti interessi narrativi, anche se questa volta filtrati attraverso lo sguardo di una bambina precoce. Con Dust Bunny, il regista porta la stessa visione inclassificabile alla storia di una ragazzina che crede che un sicario sia la sua unica speranza contro un mostro che vive sotto il letto. È strano, ipnotico da guardare e non piacerà a tutti, ma quando funziona, funziona davvero, creando una sorta di magia che pochi registi riescono a modellare così bene in prima battuta. Aurora, dieci anni, vive in un complesso di appartamenti decadente vicino a Chinatown con genitori adottivi che non sembrano preoccuparsi molto di lei. Osserva il suo misterioso vicino attraverso la finestra, affascinata dall’uomo. Una notte lo segue e lo vede abbattere uomini armati che gli hanno teso un’imboscata mentre si nascondevano sotto un costume da drago cinese. Per lei ha ucciso un vero drago. Ora ha bisogno che lui faccia lo stesso per la creatura che ha mangiato la sua famiglia. Fuller e la DOP creano un mondo che si trova tra la fantasia infantile e il terrore strisciante, una via di mezzo tra un classico Amblin degli anni ‘80 e un film di Jean Pierre Jeunet. Ogni colore sembra leggermente sbagliato e sbiadito. Ogni set sembra inclinato in modo strano. Isabella Summers dei Florence + the Machine, prepara una colonna sonora efficace che oscilla tra il sogno e l’incubo. Il mostro stesso, un glorioso pupazzone realizzato da Legacy Effects, riesce a risultare allo stesso tempo spaventosissimo e adorabile. Ed è questo passaggio al surreale che permette a Bryan Fuller di dipingere una storia incredibilmente risonante sulla lotta di due persone sole che cercano un legame, la difficoltà di sfuggire al trauma che è dentro i nostri cuori -o sotto i nostri letti- e di raccontare una favola sui generis in cui gli assassini si mimetizzano con la carta da parati e le bambine possono manifestare mostri esprimendo desideri con una stella cadente. È ciò che consente a una riluttante storia sulla figura paterna di fondersi mirabilmente con un horror, con un wuxia, un action, una commedia e un fantasy. Un mix che potrebbe appartenere solo a Bryan Fuller. Dust Bunny è il film giusto da scoprire a casa, a tarda notte, quando cerchi qualcosa di nuovo, strano, divertente e inquietante che ti rimbocchi le coperte.
recensione di Emiliano Zambon

SISU: ROAD TO REVENGE di Jalmari Elander (2026)
Da amante del capostipite, quando ho sentito che era in cantiere un sequel di Sisu il primo pensiero è stato: perché? Se c’era un film che non aveva bisogno di un sequel era quello. Invece lo hanno fatto, e sapete una cosa? Non potrei esserne più felice, perché Sisu: Road to Revenge è scandalosamente più divertente del primo. Cose come la logica sono ormai da tempo nello specchietto retrovisore, soprattutto in questo sequel che porta l’azione a mille con alcune delle sequenze più esaltanti viste negli ultimi anni. Un sequel che abbandona ogni pretesa di realismo mescolando Mad Max: Fury Road a un cartone di Road Runner, in cui il nostro invincibile eroe (ancora il buon Jorma Tommila) affronta un degno avversario nell’uomo che ha ucciso sua moglie e i suoi figli (un granitico Stephen Lang). Ovviamente in mezzo è pieno di gente che muore malissimo in modi esagerati con contorno di alcune delle migliori esplosioni degli ultimi dieci anni. Anche stavolta il ritmo è impeccabile e raramente frena. Lang è un cattivo odioso che se la gioca di infinito carisma, affiancato da Richard Brake che ha un piccolo ma rilevante ruolo come comandante dell’armata rossa e la sua semplice presenza rende migliore qualsiasi film, anche se nessuno ovviamente supera i nazisti come antagonisti finali. Tommila invece non credo proferisca parola, o quasi, per l’intera durata, ma ha un volto così espressivo che puoi praticamente capire cosa sta pensando. Nel complesso, Sisu: Road to Revenge è un degno seguito di uno dei migliori film d’azione recenti. L’azione è artigianale ed epica, con esplosioni incredibili, sequenze che sfidano la gravità, cattivi carismatici e un protagonista da annali. Per alcuni potrebbe esagerare troppo in termini di sospensione dell’incredulità, ma io ne ho adorato ogni minuto e se mai decideranno di andare avanti, sono già pronto per il terzo capitolo.
recensione di Emiliano Zambon


