
Certi album sembrano avere un’anima tutta loro: per un periodo li ascolti di continuo, poi li metti da parte senza un vero motivo. Passano mesi e qualcosa di inspiegabile ti ci riporta, come se avessero scelto loro il momento giusto per tornare. Mi è successo di recente con There Lingers One Who’s Long Forgotten, uscito un anno fa. All’epoca mi aveva preso subito; lo consumavo tra passeggiate al lago e camminate nella natura, nei primi giorni di primavera. Poi la vita ha preso altre direzioni e quel disco è rimasto in disparte, finché, in questi giorni invernali, mi sono ritrovato con una voglia forte di riascoltarlo e di scriverne. Dietro questo titolo così suggestivo si cela il duo belga Black Narcissus, arrivato qui al terzo album. Si tratta di un progetto abbastanza unico, perché non ci sono chitarre; il principale strumento melodico dei loro lavori è il basso, le cui linee sono sovrapposte: c’è quello suonato in modo tradizionale a sostegno della sezione ritmica e quello suonato sulle corde alte a mo’ di chitarra. L’assenza delle frequenze medie tipiche delle chitarre nel panorama stereo rende tutto molto più ovattato, in una specie di aura sacrale dai tratti molto intimi. I toni caldi del basso di Jesse Massant, dunque, oltre alla batteria sopraffina di Thomas Wuyts, sono tutto ciò di cui hanno bisogno i Nostri per comporre una musica molto evocativa che descrive il rapporto indissolubile che lega l’uomo e la natura. Li ho scoperti nel 2020, in piena pandemia, con l’album Where The Flowers Grant You Wishes: in quel disco ci sono due perle assolute come “The Breathless Hour” e “In A Forest Of Nothingness I Found Myself”, brani dal sapore introspettivo che riascolto sempre con molto piacere. E che dire degli artwork? Sono tutti estremamente simbolici: vi sono rappresentate creature ibride fantastiche, per lo più elementi della natura con volti o espressioni umane, come se alberi dal tronco millenario e distese di fiori potessero provare emozioni o descrivere le insondabili sfaccettature dell’anima che proviamo noi esseri umani. La musica dei Black Narcissus mi dà sempre la sensazione di disvelare un racconto tra il reale e l’immaginario: c’è una vibrazione mitologica, a tratti ancestrale, in quella che sembra una ideale colonna sonora per ricordi antichi di qualcosa che forse non si è mai vissuto veramente. E questi racconti prendono forma affidandosi interamente ai suoni e ad una meticolosa costruzione atmosferica, che accarezza trame post-rock e vive negli equilibri tra il blackgaze affine agli Alcest e il folk degli Opeth più acustici e progressive.
Ma mai come in questo caso il mio consiglio è quello di lasciar stare i generi musicali e gli eventuali preconcetti che si possano avere a riguardo, e di accettare fin da subito tempi lunghi e strutture mutevoli dei brani come parte essenziale di un ascolto che saprà regalare davvero tantissime emozioni. Si parte con “On This Twilight Evening”: il tono è sinistro e misterioso, i fraseggi delle note alte di basso che parlano a eoni di distanza hanno i tratti di un antico presagio: ascoltando, mi sembra quasi di poter osservare timidi spiragli di luci che si allontanano, scandite da percussioni che sanno quando lasciare spazio alle corde del basso. Le distorsioni tornano come rovi scavalcando la delicatezza di certe note, i colpi di cassa ripetuti accelerano con la furia del black metal più contaminato di etereo. E tutto intorno, riverberi spaziosi e fraseggi in delay che catturano nostalgie perdute, dissolvendosi nel panorama sonoro per poi tornare a scompigliare l’anima con una nuova energia. E subito ci si ritrova ad ascoltare un pezzo grandioso quale “Draped in Ivy, Guilded by Time” (quanta poesia in questo titolo!). Un sentore accennato di malinconia, seguito da una melodia più luminosa che descrive il sincero entusiasmo di guardarsi intorno, osservando i ritmi naturali dell’esistenza: un tutt’uno con i colori e con l’equilibrio etereo circostante. E di nuovo la mente vaga: ci sono alberi immobili che osservano il movimento impercettibile delle onde di un lago, note che seguono con delicatezza l’incedere del tempo, e una musica che ne lascia affiorare gli effetti sulla natura e sulle anime degli uomini. C’è anche una timida euforia che fa capolino nella bellezza, tra pattern di batteria efficaci e spiragli di catarsi splendenti. I pezzi non si fissano mai su un certo umore, è come se ci fosse sempre questa sorta di imprevedibilità che permette a sezioni nuove di apparire con fluidità, come se fossero spinte da un vento leggero. È una sensazione di rinnovamento continuo, come nella vita: e infatti mi sembra di poter osservare una discreta pioggia che impercettibilmente si posa sulle foglie degli alberi, scendendo sulla corteccia e arrivando a sfiorare l’erba. La batteria che torna con la sua calma solenne e il suo mistero inafferrabile, poi di nuovo il silenzio che precede una nuova sezione, di disarmante bellezza: note lontane abbracciano la progressione principale, che trova forza nei pattern dinamici delle percussioni. “These Hands That Build”: la nebbia è di nuovo fitta, i colpi ai ride e il basso usato a mo’ di chitarra, protagonista di un suono arpeggiato, il sample di una voce a metà. L’atmosfera è sempre più mistica, l’apertura del suono qui è delicata e l’arpeggio del basso a metà brano è commovente; riff lontani in slide guidano verso la conclusione, in cui il calore del suono sembra quasi farsi materia, finalmente, come se le mani avessero costruito qualcosa di saldo, un rifugio che potrà resistere alle avversità del tempo. Ma ecco all’improvviso un tuono in lontananza, e il rumore della pioggia che si intensifica: con “Something Strange and Eternal” siamo di nuovo in territori di misticismo, i pad e i piatti sfiorati dalla batteria dipingono una sensazione di minaccia che sfocia nella distorsione più incontaminata. Eccola qui la tensione primordiale e il senso di minaccia. Ecco il rumore del temporale che imperversa, la cassa che vibra fendenti. Ecco forze più grandi di noi che fanno vibrare i feedback, ecco il pericolo dei colpi al rullante massicci e la deflagrazione che porta al silenzio. In chiusura, la curiosità espressiva di una melodia pulita: ascoltandola sembra quasi che parli, come se si ponesse delle domande e cercasse le risposte con una compostezza capace di mitigarne l’urgenza. Ed ecco dunque la luce che dirada la pioggia nei fraseggi che prendono il volo, con la nostalgia che si dirada insieme alla nebbia, portando con sé le domande senza risposta. “It Calls, It Beckons, It Guides Us Through the Gloom”. Un giro di note delicato, che timidamente mi invita a seguirlo e ad attraversare la foresta, a fidarmi di lui. Questa batteria saggia e potente è il mio sentiero per non smarrirmi. Questo crescendo delicato mi espone, e quando giunge la distorsione delle note alte del basso non ho paura, nemmeno quando sento l’eco di un urlo lontano tra le fronde. Perché la dolcezza di questa melodia continua a guidarmi, è il mio faro. E non importa quanto possa sentirmi smarrito nella musica, la melodia è un punto fermo che mi mantiene saldo nel percorso: mi parla e mi fa capire che va tutto bene e che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Da qui in poi si procede spediti; le distese sconfinate non fanno più paura, lo sguardo si è abituato alle ombre della notte. Un ultimo cambiamento: corde cristalline e poche note in lontananza, quelle rassicuranti della melodia iniziale. Una voce fuori dal tempo sussurra: “What a strange end to our story”. Brividi. “In Throes of Increasing Wonder”. L’ennesimo titolo stupendo, per un brano che inizialmente suggerisce familiarità e leggerezza per mezzo di arpeggi alle quattro corde, in un tempo sospeso tra progressioni in movimento e delicate aperture che si interrompono proprio nei momenti più inaspettati. A metà brano torna la compostezza: pattern ripetuti di batteria, accarezzati dai riff di basso, guidano i cambi di ritmo; le transizioni dei piatti vibrati sembrano foglie spostate dal vento, che si posano a terra senza far rumore. C’è anche spazio per un crescendo finale di pura atmosfera post-rock che rimanda alle aperture emotive dei This Will Destroy You del S/T, prima di rallentare e distendersi in un finale dal respiro più ampio, vicino ai Sigur Rós. “At the Mercy of Men with No Mercy at All”: furia blackgaze, batteria in doppia cassa. Qua siamo nella notte più oscura. Forse mi influenza il titolo, ma vedo ben chiara nella mente l’immagine di questi alberi millenari in preda alla furia degli uomini che decidono di eradicarli senza battere ciglio. Quelle stesse mani che avevano costruito ora sfregiano questi tronchi antichi con le fiamme. E infatti quando tornano le melodie pulite provo un sospiro di sollievo, qua i riff lontani sembrano dei lamenti, che solo a volte si concedono il lusso della speranza. C’è comunque una crescente sensazione di minaccia nelle sezioni ripetute di riff e colpi di batteria, una forma di energia primordiale che si disperde al suo culmine. Nelle note lontane che sfumano ci sento la tragicità di una conclusione inevitabile e al contempo liberatoria: le mani possono costruire e possono distruggere. Ma a volte distruggere è importante ed essenziale proprio per poter poi ricostruire. “A Story and a Friend”: le nuvole si muovono veloci e cambiano forma in un mondo che continua a vivere, nonostante tutto. La melodia sommessa è un gioiello, e dopo questa introduzione più riflessiva ecco arrivare un riff sereno; nel paesaggio sonoro però si respirano tantissime emozioni trattenute, c’è un fraseggio che tenta di spiccare il volo ma è costretto a tornare a terra, i colpi al rullante sono anch’essi trattenuti e poi lasciati liberi. Quando i riff si liberano dalle catene riescono infine a spiccare il volo, con le distorsioni sottostanti che li sostengono; la nebbia non c’è più, l’anima è libera e priva di ostacoli. Gli occhi osservano con chiarezza. Un accenno di assolo, la batteria che accelera di nuovo: non ci sono generi, non c’è post rock o metal che dir si voglia. C’è la catarsi, seguita da un ultimo giro di dolcezza melodica. Limpido, senza tempo.
Che è esattamente la natura di questo disco: nella struttura poco canonica dei brani e nel loro fiorire e sbocciare fuori dalle regole schematiche dell’uomo, come fosse una distesa irregolare di alberi, ci vedo veramente la bellezza selvaggia e corale di una foresta. E certamente di una foresta potremmo osservare i dettagli, i colori, senza attraversarla. Ma è seguendo quel richiamo e abbandonandosi a questa ora di contemplazione che potremo afferrare, anche solo per un istante, un frammento di eterno e scolpirlo nella nostra anima. Prima di lasciarlo sfumare nel silenzio.
(Autoproduzione, 2025)
1. On This Twilight Evening
2. Draped in Ivy, Guilded by Time
3. These Hands That Build
4. Something Strange and Eternal
5. It Calls, It Beckons, It Guides Us Through the Gloom
6. In Throes of Increasing Wonder
7. At the Mercy of Men with No Mercy at All
8. A Story and a Friend


