
Se penso al metal estremo, penso sempre a quattro band: Slayer, Morbid Angel, Napalm Death, Mayhem. Senza di loro il mondo musicale che tanto amiamo non sarebbe lo stesso. Risulterebbe più povero, probabilmente differente, ma non me la sento di scommettere su un What If che mi interessa poco. Ho la realtà che mi soddisfa ampiamente, quella costellata da dischi incredibili, alcuni dei quali sono entrati di diritto nel gotha della Musica.
Oggi parlo dei Mayhem, di una band che in quarant’anni ha creato un mondo malsano, che ci ha creduto sempre fino all’ultimo, andando anche oltre ogni lecito comportamento, macchiandosi di gesti assolutamente deprecabili. Ma chissà, What If anche qui, senza sangue e fiamme, cosa ne sarebbe stato dei Mayhem? Esisterebbe il black metal? Questo è un interrogativo che solletica la fantasia, diventa suggestione, si trasforma in un incubo; un paio di schiaffi in faccia, mi desto, mi ascolto un disco a caso, anche il criticato Grand Declaration of War (il disco più osteggiato dai fan, ma nei primi anni di vita, e morte, la band di Oslo ne aveva di cose da riversare in sala prove: questo andrebbe soppesato prima di lasciarsi andare a critiche un tantino gratuite) e mi sento nuovamente vivo, con i piedi ben piantati a terra. La terra resa umida, ovviamente, dallo zolfo che ribolle dalla viscere del mondo. Perché i Mayhem, sopratutto quei tre (Hellhammer, Necrobutcher, entrambi in stato di grazia, e sua maestà Attila Csihar, che con quella voce fa davvero quello che vuole: istrionico, folle, visionario. Unico!), sono ancora qui, dopo quasi mezzo secolo, a ricordare le giuste lezioni, bacchettate durissime sulle mani avide di stolti mestieranti che pensano di suonare black metal quando in realtà la Fiamma Nera, quella vera, è per pochi, pochissimi. Gli eletti che scrissero il manifesto black metal – e ve lo devo anche spiegare che sto parlando di De Mysteriis Dom Sathanas? – per alcuni non avrebbero ragione di esistere, filosogicamente parlando, dopo tutti questi anni. Perché, per questi “alcuni”, i tempi del sangue e delle fiamme sono andati, dicono sepolti. Ed io a queste ovvietà cosa posso rispondere? Che l’acqua calda va bene anche per sciacquarsi il culo dopo una cagata! È normale, a tratti direi “meno male!“, che quei tempi siano andati, finiti. La follia malvagia ha però cambiato forma, pelle, movenze. Anche nel sound, ma questo si è ben capito nei vari album, tutti capitoli distinti e distinguibili tra loro, ed è una qualità che pochi artisti possono vantare. Il black metal non è certamente il circo che molti hanno imbastito in questi anni. È una fede, inversa ma pur sempre fede. Roba che sgorga dal cuore, glaciale, materia grezza che diventa energia purissima (in “Funeral of Existence” Hellhammer dimostra, ancora una volta, tutta la sua luciferina bravura). Ci sono luoghi che non si smettono mai di amare. Luoghi dove il tornare rappresenta il viaggio più bello. I Mayhem, al settimo disco, compiono ancora quel tragitto. Ci invitano alla festa, all’oscurità, entriamo con loro attraverso porte malmesse, ruderi polverosi, cenere che cade, sembra neve. Il buio diventa un manto, avvolge, quasi stritola (“Realm of Endless Misery” è claustrofobia), mentre antichi canti tagliano l’aria; è Attila, è la sua gola infernale, “Despair” è il suo palcoscenico. Il fango, decomposizione di migliaia di cristiani, è una massacrante, e dissonante, “Propitious Death”, quasi death metal nel suo blast beat, finché i giochi si chiudono con “The Sentence of Absolution”, saluto finale con tanto di coda strumentale ipnotica, lisergica, tribale.
Liturgy of Death testimonia il buon stato di salute dei Mayhem. Non era così scontato, con buona pace di chi aveva sentenziato la fine dei Nostri. Che alla lunga, se aspetti il cadavere sul fiume e questo tarda a passare, probabilmente il cadavere sei proprio tu!
(Century Media Records, 2026)
1. Ephemeral Eternity
2. Despair
3. Weep for Nothing
4. Aeon’s End
5. Funeral of Existence
6. Realm of Endless Misery
7. Propitious Death
8. The Sentence of Absolution


