
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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BODYCAM di Brandon Christensen (2025)
Ciao ragazzi, come state? Questo mese partiamo con l’horror e soprattutto con un genere a me molto caro: i film onesti. Parliamo quindi di qualcosa che non inventa nulla, ma che fa bene esattamente quello che vuole fare. Ma andiamo con ordine. Bodycam è un film di Brandon Christensen, uno che sulle pagine di Video Nasty c’è già finito pochi mesi fa con un altro titolo decisamente onesto, Night of the Reaper: uno slasher che fa lo slasher e riesce nel suo compito più semplice, ma anche più importante, cioè farti passare una buona serata. E non è poco. Questo Bodycam, a differenza del film precedente, è meno tradizionale nella forma. Christensen sceglie infatti di costruire tutto il film dal punto di vista delle bodycam e delle telecamere di servizio della polizia di una città fittizia degli Stati Uniti. Tutto in presa diretta, tutto in tempo reale. Una scelta che non è nuova, ma che qui viene sfruttata con intelligenza per creare un senso costante di immersione e tensione La storia, purtroppo, è la parte più debole del film. Non è mai brutta, ma resta su binari molto classici: qualcosa va storto e, diciamolo, il male — o qualcosa di molto simile — ci mette lo zampino. Funziona, ha i suoi colpi di scena e soprattutto ti accompagna senza fatica fino alla fine, probabilmente anche grazie alla durata: 75 minuti. Un’ora e un quarto dritta e asciutta che non ti lascia il tempo di soffermarti troppo sulle debolezze, mantenendo invece una tensione costante che funziona davvero bene. I protagonisti sono due poliziotti che, durante una notte apparentemente come le altre, ricevono una chiamata in una “toxic house”, quelle case abbandonate dove la gente si rifugia per drogarsi. Da lì, ovviamente, tutto precipita: qualcosa succede, parte un colpo di pistola e uno dei due decide di non chiamare rinforzi. Il sangue scorre, si scappa, ci si nasconde nel buio della città, dove l’imprevedibile è sempre dietro l’angolo, sopratutto satana. Se cercate un horror semplice, senza troppe pretese ma capace di tenervi incollati allo schermo — magari facendovi venire quella voglia improvvisa di accendere la luce o mettere in pausa con la scusa di andare in bagno — allora questo è il film giusto per voi. Purtroppo non si hanno ancora notizie su un’uscita italiana. All’estero è stato distribuito su Shudder, una piattaforma dedicata all’horror che da noi non è disponibile. Ma è facile immaginare che prima o poi spunterà su qualche servizio nostrano. Se vi capita l’occasione di recuperarlo, fatelo. È uno di quei film che, senza fare rumore, fanno esattamente quello che devono.
recensione di Carmelo Garraffo
Resurrection di Bi Gan (2025)
La prima volta che mi sono imbattuto in un film di Bi Gan, giovane regista cinese, è stato qualche anno fa con il suo lavoro precedente, Long Day’s Journey Into Night del 2018: un film meraviglioso sulla memoria, sui rimpianti e sulla natura effimera del tempo. Un noir profondamente sperimentale che culmina in un incredibile piano sequenza di un’ora, qualcosa che difficilmente si dimentica. Quando ho saputo che avrebbe presentato il suo nuovo film al Festival di Venezia ero entusiasta, e dopo le prime recensioni lo ero ancora di più. Poi però succede una cosa che capita fin troppo spesso con questo tipo di cinema: il film passa dal festival… e scompare. Per nostra fortuna, questo mese arriva finalmente nei nostri cinema e io, che ho già avuto modo di vederlo, non posso fare altro che consigliarlo con il cuore in mano e gli occhi dell’amore. Parliamo ovviamente di un film d’autore, e va detto subito: è un’opera a cui bisogna approcciarsi con una certa predisposizione, anche per la sua durata importante di due ore e quaranta. È un film decisamente particolare, diviso in capitoli che però condividono un filo conduttore profondo. Potrei dirvi che è ambientato nel futuro, che parla di un mostro morente capace di sognare in un mondo in cui nessuno riesce più a farlo… ma sarebbe una descrizione fuorviante. Perché i sogni di questo mostro si manifestano come sei storie diverse, trasformando il film in una sorta di antologia che attraversa generi e linguaggi cinematografici differenti, quasi a ripercorrere — in modo molto libero — la storia stessa del cinema. Si passa dal cinema muto fino ad arrivare a una lunga storia d’amore dalle tinte horror, un segmento di circa 40 minuti costruito in un piano sequenza incredibile, accompagnato dalle musiche dei M83, che contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, quasi irreale.È un film che parla di come l’arte e i ricordi siano ciò che ci tiene vivi in un mondo sempre più vuoto. Ed è anche uno di quei casi in cui parlarne è complicato: da un lato le parole sembrano sempre insufficienti, dall’altro si potrebbe andare avanti per ore a cercare di descriverne le sensazioni. Il mio consiglio è semplice: se amate un certo cinema più impegnato, e non vi spaventano le narrazioni strane, oniriche e sperimentali, dovete assolutamente recuperarlo. Perché sì, siamo molto probabilmente di fronte a uno dei registi cinesi contemporanei più interessanti in circolazione.
recensione di Carmelo Garraffo
ARCO di Ugo Bienvenu (2025)
Come siete messi a film di animazione? Io li guardo, anche se tendo a prediligere soprattutto l’animazione giapponese… ma in questo caso non siamo poi così distanti. Arco è un film di animazione francese che guarda in modo piuttosto evidente all’Asia, e in particolare allo stile dello Studio Ghibli. Non è un difetto, anzi: è proprio da questa contaminazione che nasce gran parte del suo fascino. Il film affronta temi complessi come la crisi ecologica e il valore della memoria, utilizzando una cornice fantascientifica accessibile ma mai banale. La storia segue Arco, un bambino di dieci anni che vive in un futuro tecnologicamente avanzato ma emotivamente svuotato. Attraverso un viaggio nel tempo, incontra una sua coetanea del passato, lasciata sola dai genitori. Da qui prende forma un’avventura che è tanto esteriore quanto interiore: i due cercano di cambiare il destino del pianeta e, per Arco, anche di trovare la strada di casa. È un film capace di toccare diverse corde emotive, senza mai risultare forzato. Ma soprattutto, è importante dirlo, ha un’ottima animazione. Ugo Bienvenu, noto principalmente come fumettista, è qui al suo salto nell’animazione, e per quanto mi riguarda il risultato è più che convincente. Il suo stile grafico funziona, è riconoscibile e riesce a dare identità a un racconto che, sulla carta, potrebbe sembrare già visto. E infatti, forse per i più esperti, il film potrebbe risultare a tratti derivativo. Le influenze si sentono, e non vengono nemmeno nascoste. Ma questo non gli impedisce di essere un’opera solida, capace di emozionare e di restare impressa. Non a caso è arrivata anche una candidatura agli Oscar, segno che qualcosa di forte, al suo interno, c’è davvero. È un film figlio di uno stile ibrido: da una parte il fumetto franco-belga, dall’altra l’immaginario di Hayao Miyazaki. E questo mix, sorprendentemente, funziona. Dopo Mars Express, la Francia dimostra ancora una volta di saper sfornare ottimi film d’animazione, capaci di parlare a pubblici diversi senza perdere personalità. Se vi piace il genere, è una visione assolutamente consigliata. Sta uscendo proprio in questo periodo anche da noi, quindi, al momento in cui state guardando questa recensione, potrebbe essere ancora recuperabile in sala.
Recensione di Carmelo Garraffo

28 YEARS LATER: The Bone Temple di Nia DaCosta (2025)
Diviso tra un racconto di indottrinamento coatto e una sulle origini della pandemia, The Bone Temple si apre sull’iniziazione di un nuovo membro nei ranghi del gruppo di giovani introdotto nel finale del film precedente (ve ne abbiamo parlato nel numero 9 di questo speciale); un sanguinario culto parareligioso modellato sull’immagine del famoso DJ pedofilo Jimmy Saville, che sovrappone in modo assolutamente calzante nozioni di cultura pop anni ‘80, Teletubbies, estetica chav, codici da giocatori di cricket e culto del leader, imbastarditi e filtrati nel mito. Questa misteriosa relazione tra passato e presente è il collante che tiene insieme le varie trame del film. Da un lato, siamo costretti ad assistere alla ferocia che il gruppo mette allegramente in scena nei confronti degli altri sopravvissuti in questo mondo che hanno ereditato, accettato e, in parte, rimodellato a loro immagine, una brutale ribellione nichilista contro i fallimenti delle generazioni che li hanno preceduti e che meritano di soffrire. D’altra parte, il film ci reintroduce anche al solitario medico interpretato magistralmente da Ralph Fiennes, la cui fortezza commemorativa al mondo che fu dà il titolo al film. Il perverso e la meraviglia si scontrano in una moltitudine di modi in questa sottotrama, soprattutto considerato che il buon dottore è in grado di domare temporaneamente un gigantesco zombie “alfa” e, in un certo senso, fare amicizia con lui, sollevando dubbi non solo sulla natura delle creature, ma sulla loro capacità di memoria. Questo dilemma alla fine assume una forma inaspettatamente commovente, gettando le basi per inoltrarsi in territori inesplorati, aprendo una finestra fugace sul punto di vista degli zombi, ricontestualizzando completamente le nostre ipotesi su di loro. E quando il film porta il suo confronto fra nichilismo e sentimentalismo in una collisione esplosiva -per gentile concessione di un certo pilastro dell’heavy metal inglese- il risultato è una catarsi da applausi. Nia DaCosta affronta il materiale in un modo visivamente distintivo rispetto al film di Boyle. The Bone Temple ha uno uno stile e un ritmo molto più asciutto, senza ricorrere a brutture anni duemila come i frame congelati e il taglio videoclipparo da MTV del suo predecessore, conferendo al film una visceralità e una riflessività che vanno a suo vantaggio. DaCosta potrebbe non aprire nuovi orizzonti stilistici come Danny Boyle ha fatto in passato, ma il suo abile equilibrio tra gli estremi della miseria e della meraviglia creano dapprima un contrasto, e infine una crasi, estasianti. Onestamente, l’unico “problema” che ho avuto con questo sequel è il suo essere innegabilmente un “capitolo centrale”. Nonostante racconti in gran parte una storia del tutto nuova, non è un film che puoi goderti da solo, uno che funzioni in modo efficace senza tutte le premesse del capitolo precedente. E il finale, per quanto ottimo, necessita un seguito per rispondere alle grandi domande persistenti.
Recensione di Emiliano Zambon

SCREAM 7 di Kevin Williamson (2026)
Lo dico subito: il nuovo capitolo di Scream rappresenta un colpo di coda stanco e aggrappato disperatamente alla vita, privo di alcun fascino o creatività. Paramount non solo ha avuto la brillante idea di sostituire la squadra dietro i due film precedenti, ma ha anche vergognosamente licenziato la promettente nuova protagonista, Melissa Barrera, a causa di alcuni post pro-Palestina. Decisione che ha costretto il team a tornare da Neve Campbell, dopo l’assenza dal film precedente a causa di una disputa salariale. Per la prima volta in assoluto, però, il franchise ha zero idee. Siamo di nuovo in una piccola cittadina-copia carbone di Woodsboro, dove tutto è iniziato. C’è un colorato cast di liceali. Ovviamente torna anche Courtney Cox, stavolta con gli unici due personaggi rimasti dai due film precedenti e un pretesto narrativo più che mai appiccicato con lo sputo. Ok, lo so. Questi film offrono i loro piccoli piaceri e sottoporli a una seria analisi critica renderebbe loro disservizio. Ma Scream 7 è moscio anche per gli standard dei peggiori capitoli. Anche i capitoli brutti potevano in parte salvarsi grazie alla violenza e alla rivelazione di chi si nasconde dietro la maschera. Questo sembra riuscirci con una finta rivelazione a metà, una nuova idea su chi potrebbe dare la caccia a Sidney, ma viene rapidamente accantonata, e il momento in cui vengono smascherati i killer è il momento in cui deraglia completamente, con una rivelazione totalmente scema per quanto è forzata e per quanto superficiali siano stati quei personaggi fino a quel momento. Il franchise di Scream è noto per il suo commento metatestuale, il prendere in giro le regole degli slasher contemporanei, ma è finito per ingabbiarsi dentro regole ancora più rigide che stavolta sceglie di rompere in un modo che non ha alcun senso, non significa nulla e non suscita una sola emozione. Una parodia di se stesso. E al netto di un omicidio sorprendentemente divertente che coinvolge una spina per la birra, anche la violenza sembra accessoria e poco creativa. Peggio ancora, questo è il Ghostface meno minaccioso dell’intera saga. A un certo punto, mentre insegue una ragazza a piedi, non solo non mi trasmetteva il minimo senso di pericolo, ma per la prima volta in sette film sembrava ridicolo. Non un assassino freddo e calcolatore ma un cosplay, una pagliacciata alla Scary Movie. Se questi film hanno dimenticato come rendere efficace Ghostface, allora è davvero l’ultimo chiodo sulla bara. Anche Neve Campbell sembra un po’ fuori fuoco qui, priva di nuovi livelli di lettura oltre a una figlia adolescente che deve preparare a una vita di disturbi da stress post-traumatico. Il franchise ideato da Wes Craven (ci manchi Wes!) ha sempre visto Sidney perseguitata dai fantasmi del suo passato e da tutti i traumi che ha accumulato durante i suoi incontri con la morte. Con il personaggio a Melissa Barerra nei due film precedenti, stavamo osservando prendere forma un nuovo tipo di arco narrativo su ciò che potrebbe comportare per la psiche di una persona essere legati a tutta questa violenza e come potrebbe avvicinarla al diventare il prossimo assassino mascherato. Anche nel nuovo gruppo di liceali si può intravedere un barlume del futuro di questi film, ma si attenua non appena ci allontaniamo da loro o vengono prontamente trucidati. Il ritorno a Sidney rende abbondantemente chiaro che ormai è lo spettro dal quale questi film non sanno come affrancarsi. Scream 7 è un capitolo senza alcun asso nella manica. Non sono sicuro di quale sarà il prossimo passo nell’evoluzione della saga, ma questa non è la strada giusta. A questo punto molto meglio che coloro dietro al franchise seguano i propri consigli e si assicurino con un colpo alla testa che sia definitivamente morto.
Recensione di Emiliano Zambon
Return To Silent Hill di Christophe Gans (2026)
Se chiedessimo a una persona sbronza che non gioca a Silent Hill 2 da vent’anni di farne un film, immagino uscirebbe qualcosa del genere. I nomi sono quelli giusti. Alcune delle immagini sono lì. Appare Pyramid Head. Ma tutto il resto è un pasticcio incoerente e improvvisato. Sulla carta è un remix di Silent Hill 2; in pratica, condivide solo una fugace somiglianza. Posso supporre che Christophe Gans volesse da tempo scrivere un nuovo film ambientato nell’universo di Silent Hill, ma avrebbe ottenuto i finanziamenti solo se lo avesse chiamato Silent Hill 2. Non c’è altra spiegazione per questa odiosa bastardizzazione di una storia che era già pronta a essere messa su schermo. Il Silent Hill 2 videoludico ha già la forma di un film. Se unissimo insieme i suoi filmati, otterremmo qualcosa che si adatta comodamente a un’autonomia di due ore, anche senza aggiungere ridicole sottotrame su culti satanici e posticci flashback-spiegoni. Il materiale era già lì, pronto per il grande schermo, e non esistono scuse strutturali per non affrontare un adattamento fedele. È come se Gans avesse cercato di reinventare la ruota dimenticandosi completamente i raggi. Nel gioco, Silent Hill non è una città degli orrori qualsiasi. È uno specchio. Attira persone che si trascinano tra sensi di colpa, repressione e traumi irrisolti mentre si rimodella attorno a loro. È sottile e lascia che il terrore emerga attraverso una lenta tortura psicologica. Nel film, la cittadina diventa un sogno roboante e senza senso in cui tutto può succedere senza motivo. Una casa degli orrori da luna park condita con una recitazione martellante, barbe e parrucche da discount e CGI pezzotta. Ma in alcun modo la mancanza di sottigliezza è più distruttiva che nella sua caratterizzazione dei personaggi, specialmente di James, il protagonista. Silent Hill 2 vive e muore su chi sia James Sunderland: un uomo che ha trascorso anni a prendersi cura della moglie malata terminale, si è risentito, non ha più retto la pressione e alla fine l’ha uccisa. Non può vivere con il senso di colpa, quindi seppellisce la verità e inventa una fantasia in cui lei muore pacificamente e lo richiama in città anni dopo. L’intero gioco è costruito su quel lento e soffocante marciume morale, culminando con la rivelazione che James era sempre stato l’assassino (scusate lo spoiler ma credo dopo venticinque sia scaduto l’embargo). Qui non sono nemmeno sposati e lui la lascia prima ancora che si ammali a causa di un’intossicazione da veleno legato a questa faccenda del culto di cui faceva parte. Nel loro ultimo incontro, dal letto di morte la donna chiede esplicitamente a James di ucciderla e di porre fine alla sua sofferenza, quindi l’atto diventa misericordia piuttosto che un crimine impensabile nato dalla debolezza e dalla vigliaccheria. Nel gioco, la forza di Mary deriva dalla sua assenza. È definita dalla memoria e dal modo in cui James si proietta su di lei. Una donna normale che è stata amata, si è ammalata, è stata uccisa e poi idealizzata in un fantasma alimentato dal senso di colpa. Senza quella forza trainante, non c’è alcun motore narrativo. Nessun autoinganno. Nessuna tragedia. Non c’è alcun bisogno che i mostri manifestino le paure di James. Non c’è alcun motivo perché la città lo chiami. Fondamentalmente, niente Silent Hill. Peggio ancora, rende gli altri personaggi femminili intercambiabili. Non sono più personalità indipendenti attratte dalla città dalle proprie motivazioni ma semplicemente comparse, oggetti di scena nella storia di James e Mary. Anche Maria diventa un personaggio comicamente inutile. Nel gioco, viene evocata dalla città per torturare James incarnando tutto ciò che non può ammettere di volere dalla moglie malata: vitalità, sessualità, libertà, e le sue ripetute morti ricordano crudelmente che la fantasia di James non può sopravvivere alla realtà. In Return to Silent Hill, non c’è motivo per lei di esistere. James non ha trascorso anni logorato dalla cura di una coniuge malata, non ha represso il desiderio e non ha accumulato quel silenzioso e oscuro risentimento che dà significato a Maria in primo luogo. E non fatemi nemmeno iniziare con Pyramid Head. Dopo avere rivelato essere lo stesso James attraverso la feritoia nel casco (la sottigliezza colpisce ancora), scompare completamente. Questo è un personaggio che esiste per incarnare il senso di colpa, la vergogna e il desiderio di punizione di James, e una volta che il simbolismo è goffamente spiegato, il film sembra non avere idea di cosa farsene di lui. Così svanisce, portandosi con sé quel poco di peso tematico che gli era rimasto. Ora, non mi aspettavo certo di trovarmi di fronte a un capolavoro, ma mi aspettavo almeno un adattamento fedele. Allo stato attuale, si allontana così smaccatamente dai giochi che fallisce miseramente come adattamento, ma rimane troppo goffo e banale per funzionare anche come film a sé. Silent Hill 2 parla dell’orrore che viene da dentro e della tragedia che colpisce la gente più comune. Questo pastrocchio riguarda invece le cose che accadono. A voce alta. Urlata. A volte con le tette. Se questo è tutto cio che ha da offrire un ritorno a Silent Hill, molto meglio restarsene a casa.
Recensione di Emiliano Zambon



