
Con una cadenza quasi fiscale, ecco che gli Alter Bridge tornano con un nuovo disco in studio. Saranno riusciti a sanare i soliti problemi che, diciamocelo, li accompagnano da (quasi) sempre? Parlo di tracklist troppo robuste, minutaggi complessivi assurdamente lunghi, produzioni fin troppo rough e compresse. La risposta è no. Ma andiamo per ordine.
Partendo dal titolo del disco, omonimo, che solitamente rappresenta un punto nevralgico in una carriera musicale. Saranno arrivati? Giro di boa? Cambiamento in vista? La fine dei giochi? Credo che la prima opzione sia la più idonea (con un piccolo occhio di riguardo anche alla quarta). Il songwriting dei Nostri è oramai consolidato, siamo al limite del già sentito in troppi momenti. È un già sentito che, va detto, è sempre piacevole: affermare il contrario con un gruppo come gli Alter Bridge sarebbe pura follia, oppure aver le orecchie in comodato d’uso. Myles Kennedy, per me croce e delizia con la sua voce particolare, bellissima, ingombrante. Mark Tremonti, che qui si cimenta in un paio di duetti con l’ex-ugola dei Mayfield Four, è il solito riff master. Lo è sempre stato, dai Creed (dove comunque ardeva di un’ispirazione mai davvero ritrovata) ad oggi, senza scordarci del suo percorso da solista, nel quale ricordiamolo, si è esibito anche come ottimo vocalist. Infine loro, la sezione ritmica che davvero tiene su tutta la baracca: Brian Marshall, un sinuoso serpente a quattro corde, e Scott Phillips, un martello atomico dietro le pelli. Ma, come detto, non sarebbe la prima volta che nei dischi targati Alter Bridge, la sensazione di viaggiare col pilota automatico venga fuori in maniera netta. Di fatto sono anni che non tirano fuori un album che si possa definire perfetto. Blackbird, d’altro canto, si è rivelato un clamoroso autogoal; vetta altissima, impossibile da replicare, resta solo il guardarlo da lontano, dal basso, e sospirare. Detta così può sembrare una critica feroce ed ingiusta, ma credetemi: sono un fan della band, cerco soltanto di ragionare più con l’intelletto che con le pelvi (a cinquant’anni poi è un vero casino, eh). Alter Bridge è un bel disco che vive di luci intense, diciamo le prime quattro tracce, ma anche di ombre, un pò tutta la parte centrale del disco, e si salva, almeno nelle intenzioni, con la chiusa, da suite, enfatica, spropositata, esagerata di “Slave To Master” (e qui gli echi di “Blackbird”, il brano, si fanno soltanto desiderare), da molte parti considerata come un mezzo capolavoro. Personalmente l’ho trovata scialba, non avendo al suo interno quel pathos necessario per reggere nove minuti di durata, la metà dei quali occupata da Kennedy e Tremonti che duellano con le chitarre, davvero pochi ispirati e banalmente prevedibili.
C’è da considerare una cosa, che può rappresentare un alibi per la band di Orlando: otto album in studio, Tremonti sei da solista, Kennedy tre più una mezza dozzina con Slash, senza scordarci i quattro a firma Creed e i due per i Mayfield Four. Insomma, gente che difficilmente passa il tempo libero a bere birra, guardare il tramonto, portare il cane a pisciare. Questi stanno sempre a scrivere, provare, suonare e poi riversare il tutto in studio; difficile, con ritmi simili, mantenere sempre alto il livello qualitativo. Non ci riesce nessuno, lo sappiamo.
Quindi, cari Alter Bridge, ascoltatemi: anche meno. C’è da guadagnarci tutti, voi per primi, che quella fiamma l’avete solo smorzata, perché da qui, dall’altra parte del falò, la vediamo ammiccare sotto le braci. È viva, evviva!
(Napalm Records, 2026)
1. Silent Divide
2. Rue The Day
3. Power Down
4. Trust In Me
5. Disregarded
6. Tested and Able
7. What Lies Within
8. Hang By A Thread
9. Scales Are Falling
10. Playing Aces
11. What Are You Waiting For
12. Slave To Master


