Nato a Pescara durante la pandemia grazie ad un’idea del chitarrista e cantante Simone Catena in arte Brown, poi raggiunto dal bassista Rino Cacciapuoti e dal batterista Paolo Sabatini, il trio denominato Brown and the Cosmonauts è una band ispirata da generi come lo shoegaze, il post-punk ed il rock classico attraverso i quali sviluppa suoni ed atmosfere decisamente originali che fanno del debutto Cosmonauts, prodotto dalla Stand Alone Complex e uscito il 14 marzo, un’esperienza da non perdere e da vivere dalla prima fino all’ultima traccia.
La traccia iniziale “Flow” si apre con un’intro lenta e melodica che sembra quasi presentare lo spirito musicale dell’album con i suoi cambi di tono e ritmo e con una voce che crea un effetto eco molto suggestivo; con una struttura identica si apre anche il secondo pezzo “An Empty Sunset”, che evolve come una suggestiva ballata nella quale Catena e Cacciapuoti s’incrociano alla perfezione fino al notevole assolo di chitarra distorta di metà brano. Altrettanto notevole e di grande impatto è anche l’apertura di basso della successiva “Rust of Charm”, con “Helioscope” invece iniziamo ad inoltrarci nel cuore dell’album e le melodie si fanno più specifiche e ricercate. Sulla stessa linea evolvono “Faults”, “Broken Gills” e “The Dancing Mass”, fino ad arrivare alla conclusiva “Snail’s Garden” che chiude perfettamente il disco riassumendone bene il senso, ovvero quello di un viaggio sonoro evocativo e senza frontiere.
In conclusione possiamo dire che Cosmonauts merita la piena promozione ed un ascolto accurato il quale, e questo è forse uno degli aspetti più impressionanti di questa produzione, potrà anche risultare di corta durata dato che la lunghezza media di ogni traccia è di quasi quattro minuti, ma comunque abbastanza per sedurre e catturare l’attenzione dell’ascoltatore.
(Stand Alone Complex, 2025)
1. Flow
2. An Empty Sunset
3. Rust of Charm
4. Helioscope
5. Faults
6. Broken Gills
7. The Dancing Mass
8. Snail’s Garden