La vita è fatta di prese di coscienza e cambiamenti, e ne sono consapevoli i Sacrofuoco, avendo riconosciuto il bisogno di staccarsi dalla loro vecchia identità (One Dying Wish) per continuare a fare musica assieme mantenendone la natura autentica. Il loro album di debutto, Anni Luce, è un lavoro sferzante e diretto, ben equilibrato tra l’eredità della precedente esperienza e l’esplorazione di nuovi lidi. Abbiamo intervistato la band cercando di approfondire tutto ciò che riguarda il loro disco e questo passaggio cruciale per la loro carriera. Buona lettura!
Ciao ragazzi, e benvenuti sulle pagine di Grind on the Road. Oggi vi troviamo qui come Sacrofuoco, ma probabilmente molti lettori vi conoscono come One Dying Wish, dato che in passato vi chiamavate così. Innanzitutto, domanda che sorge spontanea: da dove è nata la volontà di cambiare nome? Cosa differenzia Sacrofuoco da One Dying Wish?
Ciao, innanzitutto grazie mille per questo spazio e grazie a chi sta leggendo! One Dying Wish e Sacrofuoco sono due band diverse, distinte. Le persone sono le stesse quattro ma l’intenzione è diversa, il significato che attribuiamo a questa esperienza è diverso rispetto a quello che aveva per noi ODW. La vecchia identità, fortemente legata a un certo immaginario e modo di intendere la musica, ha cominciato a starci stretta, così abbiamo messo un punto e ricominciato da capo. Quando abbiamo iniziato come One Dying Wish eravamo ancora studenti, avevamo altre priorità, un’altra sensibilità, facevamo altri ragionamenti. Forse siamo semplicemente cresciuti e, per totale onestà verso chi ci ascolta ma soprattutto verso noi stessi, non potevamo continuare a vestire gli stessi panni.
La genesi di Anni Luce ha richiesto molto tempo ed energie mentali, stando a quanto dichiarato da voi presentando il progetto, ce ne volete parlare?
Guardando al lato pratico della vicenda, Anni Luce è stato scritto prevalentemente nel 2021, in piena pandemia da COVID-19, con tutte le difficoltà pratiche e logistiche che questo ha comportato. Era anche un periodo di cambiamenti personali: abbiamo cominciato a vivere in quattro città diverse, alcuni di noi hanno aumentato il proprio impegno con altre band e progetti, il lavoro ha cominciato a mettersi in mezzo.
Dal punto di vista emotivo invece, abbiamo registrato Anni Luce dopo diverse esitazioni, forzandoci quasi ad andare in studio per darci delle scadenze e, anche con il disco registrato, ci siamo interrogati molto su quale fosse il significato che volevamo avesse per noi e per chi ci ascolta. Sacrofuoco è nato proprio in quel periodo di domande a cui faticavamo a dare risposta.
Durante il periodo di incertezze e quesiti successivo alle registrazioni di Anni Luce ci sono state aggiunte o modifiche all’album, oppure il risultato che possiamo sentire ora è tutto sommato fedele alle registrazioni del 2022?
No, non abbiamo aggiunto o tolto nulla a ciò che avevamo registrato ma abbiamo seguito da vicino anche la parte di missaggio, per la quale ci siamo affidati, come per tutto il resto, a Manuel Volpe di Rubedo Recordings, vero quinto membro della band, su questo disco ancor più che sull’ultimo a nome One Dying Wish.
Dal punto di vista di chi questo disco l’ha pensato, composto e registrato, quanto c’è degli One Dying Wish nella vostra musica e quanto invece è cambiato? Sicuramente si può sentire un’anima più sferzante e vicina al post-hardcore.
Crediamo che Anni Luce sia un disco di passaggio in cui le due identità, One Dying Wish e Sacrofuoco, convivono. Con le prossime cose speriamo di abbracciare completamente la nuova incarnazione.
Dal punto di vista strettamente musicale i primi tre pezzi sono stati concepiti come una composizione unica, e crediamo che il lato A che li include sia il più compatto e il più adatto a rappresentare Sacrofuoco in questo momento. Il lato B è più eterogeneo, c’è un po’ di passato (le cose più screamo, “Una sottile linea”, “Parole d’amore”) e un po’ di futuro (“Replica”).
Anni Luce a ogni ascolto si rivela più possente e poliedrico, rinvigorito dall’alternarsi ben bilanciato tra luci e ombre. Da dove nasce uno stile così sfaccettato? Ogni membro ci mette del suo oppure avete già in partenza un risultato ben preciso in mente?
No, non c’è strategia o programmazione nel nostro processo creativo. Ci sono pezzi composti da uno solo di noi e arrangiati insieme in sala prove, ci sono pezzi scritti direttamente in sala prove. I testi vengono messi giù successivamente, raccogliendo suggestioni da ciò che ci circonda, dalla nostra esperienza di vita quotidiana e dalla musica stessa. Come però abbiamo cercato a posteriori di costruire un percorso musicale coerente nell’arco dell’intero disco, anche sui testi c’è stato uno sforzo di maggiore interazione con chi ascolta, nel tentativo di passare dall’esigenza di comunicare qualcosa di nostro alla volontà di coinvolgerla/o direttamente, quasi di chiamarla/o in causa.
Ho il vinile di Origami, album che avete pubblicato come One Dying Wish, e apprezzo particolarmente come nell’inserto per ogni canzone ne abbiate descritto le tematiche e il significato del testo. Non è mia intenzione fare un’analisi traccia per traccia di Anni Luce, però vi chiedo, ci sono temi, riflessioni o altro che caratterizzano l’intero album? Oppure ogni traccia è a sé stante?
Grazie mille del supporto! All’epoca di Origami quella di aggiungere un commento ai testi era un’esigenza che sentivamo, una volontà di rendere chiaro ed esplicito il significato che ogni canzone aveva per noi. Oggi abbiamo imparato che le canzoni le scriviamo noi ma, nel momento in cui sono pubbliche, non sono più nostre. Ognuna/o può interpretarle come crede e sente. Quindi, più che un commento per ogni brano, questa volta abbiamo preferito scrivere una sorta di introduzione concettuale e lasciare che ognuna/o sia toccato a suo modo dalle canzoni. D’altra parte speriamo che i testi stessi siano diventati meno criptici, è sempre più importante per noi farci capire, creare una possibilità di dialogo su significati condivisi piuttosto che, magari, piazzare la frase ad effetto.
Anni Luce nasce durante la pandemia e dai ragionamenti su come quell’esperienza sia stata un acceleratore delle dinamiche che governano la società moderna, basata sull’individualismo sfrenato, sulla paura dell’altro e sulla convinzione che la “salvezza” si possa raggiungere prendendo precauzioni individuali. Il disco è una reazione a questa concezione dei rapporti umani, è un invito a mettersi in discussione e accogliere l’altro, a unirsi per affrontare insieme e incidere sul presente, invece che subirlo cercando di limitare i danni.
Come sono andate le prime date che avete fatto come Sacrofuoco? Avete particolari piani per il futuro?
Per le prime date abbiamo deciso di “giocare in casa”, due concerti in saletta con alcune delle band che abbiamo incontrato lungo il percorso come One Dying Wish (Konoha, Irma, Attesa). Ecco, forse l’unica parte a cui non vogliamo rinunciare della nostra precedente incarnazione sono le relazioni che abbiamo costruito negli anni. La risposta è stata ottima, ci siamo sentiti completamente accolti e le persone hanno dimostrato di apprezzare questa nuova versione di noi. Considera che all’epoca non era ancora uscito niente di Anni Luce, quindi abbiamo potuto osservare l’effetto dei nuovi pezzi direttamente sul viso delle persone.
Per il futuro abbiamo piani generici di suonare un po’ più frequentemente. Al momento abbiamo anche qualche problema logistico e organizzativo, fatichiamo a incastrarci, che speriamo si risolva a partire dall’autunno. Più di tutto forse però abbiamo voglia di tornare a scrivere pezzi nuovi!
La mia sensazione è che negli ultimi anni, specialmente da dopo la pandemia, la scena screamo stia vivendo un momento molto florido, con tanta gente che vuole suonare, far suonare e andare a concerti. Come percepite la situazione voi che questo panorama lo state vivendo in prima persona?
Ci è capitato di rimanere fuori da concerti di band che 10 anni fa abbiamo visto davanti a una ventina di persone quindi possiamo assolutamente confermare la tua sensazione! Al netto del fatto che Andrea suona con i Radura però, non seguiamo più molto la “scena”, quindi non sappiamo darti una risposta pienamente informata. Sicuramente l’emo, lo screamo e i generi affini stanno vivendo una fase di grande prosperità, che comporta anche un certo affollamento e un po’ di standardizzazione della proposta, con la conseguenza di perdere qualcosa in termini di potenziale eversivo. Se il “piantino”, la “lacrimuccia” diventano valori in sé stessi, se la tristezza e il senso di sconfitta diventano emozioni in cui è legittimo cullarsi, invece che provare a reagire, noi fatichiamo a sintonizzarci. Se ci pensi la romanticizzazione del proprio piccolo dramma individuale è proprio il trionfo dell’individualismo, la nostalgia è il sentimento più conservatore che esista.
Forse la “scena” sta raggiungendo il picco, la saturazione, e poi come tutti i fiori appassirà e dalla stessa terra nascerà qualcos’altro… come sta succedendo nel nostro caso? Stanno venendo fuori band molto interessanti dallo stesso terreno da cui siamo nati noi. Exhibit e Strebla sono i primi nomi che ci vengono in mente in questo senso.
Per chiudere l’intervista vi chiederei di nominare qualche vostro ascolto recente che vi è rimasto particolarmente impresso, o magari dei lavori che a modo loro hanno influenzato la genesi di Anni Luce. Vi ringrazio per la disponibilità e spero di incontrarvi presto a qualche vostro concerto!
In una precedente intervista ci siamo dimenticati di nominare i Portrayal of Guilt che quindi oggi si beccano la prima menzione tra le band che hanno influenzato la scrittura di Anni Luce. Due band che ricevono poca attenzione rispetto al loro enorme valore, e che abbiamo ascoltato molto, sono gli Slow Fire Pistol e gli Ostraca. Restando in Italia, salutiamo gli Ekbom che dal vivo sono una mina, e non vediamo l’ora di ascoltare il nuovo disco dei Riviera.
Grazie a te e a chi ha letto fino qui, vediamoci!