Gli Haunted Horses sono un trio di Seattle, hanno qualche album all’attivo e con questo nuovo Dweller ribadiscono chiaro un concetto: fanno molto baccano. La base del loro sound poggia su tre generi ben definiti: punk, noise, industrial. Un trittico che, la Storia ce lo insegna, porta con sé tutto un carico di disagio, tensione, dissenso, rabbia. I Nostri veicolano tutte queste sensazioni con una sequela di canzoni che vanno a sollecitare, da prima, e poi torturare, demolendoli, tutti quei paraventi che mettiamo a mo’ di scudo attorno a noi, alla nostra ansia da prestazione, al velo matrimoniale di insofferenza e infelicità, al colpo che rimane in canna, cagasotto come siamo, e che ci condanna al ruolo, eterno, di secondo arrivato.
Le tracce del disco sono costruite attorno alla batteria martellante di Myke Pelly, che pesta sui tamburi come se fosse l’ultima cosa da fare prima di morire. Suoni cadenzati, da catena di montaggio, con una pasta granulosa, c’è bassa frequenza, lo fi, acari che danzano nell’aria: soffocante. Il basso di Brian McClelland non è da meno: suono sporchissimo, dinamico come una chitarra ritmica che vomita riff su riff. Una sezione ritmica che oltre alla costante inquietudine, ed è qui l’incredibile, dona un senso di calore, avvolgente, ma mai del tutto rassicurante, d’altronde quando il diavolo ti alliscia… E qui, subdolo come un maiale di Orwelliana memoria, entra in gioco Colin ‘Cobra’ Dawson, chitarrista e cantante. Con lo strumento passa il tempo a dipingere il cielo di colori scuri, pesanti, irrimediabilmente privi di luce. La voce invece viene adoperata come un salmo, una nenia diabolica, una filastrocca declamata dal balcone di casa mentre l’apocalisse comincia a punteggiare il panorama. La band americana pesca dal mazzo delle influenze citando artisti che hanno fatto del disagio e della trasversalità il proprio credo: la mano, poco santa, degli Swans è l’ombra più presente per tutta la durata del disco; sparpagliate un po’ dappertutto possiamo trovare tracce di Godflesh, con un industrial che esce dalla fabbriche, sventrandoci totalmente. Ma c’è anche del blues, della musica sacra, dei tribalismi, di qualcosa di antico, che non necessita di spiegazioni, perchè è un suono che c’era prima di noi, c’è adesso e ci sarà anche dopo la nostra dipartita. La voce di Dawson è densa, infarcita di parole masticate, grumi di sangue; la disperazione scivola lentamente, si trascina tra suoni sporchi, effetti ridondanti come una tomografia assiale indiavolata. Sovente le atmosfere fumose dei Joy Division, l’elettricità emotiva dei Suicide, la maleducazione coreografica dei Prong, la disarticolazione ritmica dei Jesus Lizard, trovano modo di infilarci aghi lunghissimi sotto le unghie, talmente lunghi da toccare le sinapsi, spegnendo qualsiasi barlume di positività.
Un disco che veste di almeno due taglie sotto, una muta per nuotare in acque dense, opache, minacciose. Tenere la testa un pelo fuori, mendicando un po’ di ossigeno, mentre il cielo si fa sempre più scuro, non c’è più distinzione tra sopra e sotto, il mondo che si chiude come una sdraio a fine stagione. Dweller: un abitante che per primo è così scevro di ospitalità, non concede confidenza, non dà la mano (cit.), men che meno “salutava sempre”.
(Three One G, 2025)
1. Dweller on the Threshold
2. The Spell
3. Grey Eminence
4. Fucking Hell
5. Temple of the Bone
6. Dweller in the Abyss
7. Destroy Each Other
8. The Seed
9. Fevered Water