Ho avuto la fortuna di vedere gli hubris. dal vivo una sola volta, due anni fa. Ricordo una serata bellissima nonostante tutta l’acqua che ho preso prima di entrare nel locale. Conoscevo già la band svizzera e la loro musica mi aveva aiutato ad attraversare un periodo abbastanza complicato, eppure fu quel concerto a farmi capire qualcosa in più su di loro, più di quanto mi fosse arrivato nelle cuffie nei vari anni di ascolto. La cosa che mi rimase più impressa fu quanto si divertivano a suonare. Condividere il palco con i propri amici deve essere un’esperienza spettacolare: guardarli sorridere e fare headbanging nei momenti più catartici dei loro pezzi mi fece capire che a muovere questi ragazzi, e soprattutto Jonathan Hohl che ne compone i dischi, è la passione. Una passione autentica e anche piuttosto contagiosa, sprigionata dalla forza della loro musica, insieme a quella rarissima capacità di prendersi poco sul serio pur considerando la propria musica una cosa serissima. Sono infatti musicisti di grande livello e si sente sia negli album (per me Apocryphal Gravity del 2017 è uno dei migliori lavori post-rock da ascoltare di notte) sia nei live, dove la compattezza del loro suono assume una forza davvero travolgente. D’altronde parliamo pur sempre di post-rock, e si sa che nel post-rock si ride poco: ci si emoziona tanto, si scava, si permette alla musica di accompagnare il fluire di emozioni complicate, anche le più dolorose, lutti compresi. E questo nuovo lavoro si origina proprio, ahimé, da un lutto.
White Shores, questo il titolo del quinto album degli hubris., nasce dalla morte del nonno di Jonathan. I quattro lavori precedenti della band affondavano le proprie radici nella mitologia greca; alla base di questo nuovo capitolo invece c’è un’altra delle più grandi passioni di Jonathan: Il Signore degli Anelli, che lo accompagna fin dall’infanzia. Il disco esplora la riflessione di Tolkien sulla mortalità, vista dagli elfi come il “dono degli uomini”, usandola come lente per rileggere la morte di una persona cara sotto una luce diversa. Citando Gandalf ne Il Ritorno del Re: “Il viaggio non finisce qui. La morte è solo un’altra via. Dovremo prenderla tutti. La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato. E poi lo vedi. Bianche sponde e, al di là di queste, un verde paesaggio sotto una lesta aurora”. “La morte è solo un’altra via”, ovvero “Death is just another path”. Il disco si sviluppa quindi attraverso cinque movimenti, ciascuno associato a una di queste parole: Death. Is. Just. Another. Path. In scaletta troviamo però sei tracce, perché “path” è divisa in due parti. Cinque movimenti, tra l’altro, come le cinque fasi del lutto teorizzate da Elisabeth Kübler-Ross, che vanno dalla negazione fino all’accettazione. Jonathan ha dichiarato di aver scritto ogni brano in una fase diversa dell’elaborazione del lutto, e che ogni brano riflette i suoi sentimenti in quei momenti delicati. Li ha composti da solo nel suo studio di casa, per poi arrangiarli insieme agli altri membri della band (e amici), Léo Juston, Lucien Leclerc e Matthieu Grillet. È quindi la musica stessa a raccontare il passaggio da una fase all’altra, in un processo di introspezione che per forza di cose nasce in solitudine per poi aprirsi alla condivisione; trovo questa cosa anche abbastanza simbolica. E la musica, neanche a dirlo, è ancora una volta incredibile. Nelle composizioni degli hubris. io ci sento dentro sempre tanta luce. Arriva anche nei momenti emotivamente più complessi e attraversa White Shores dall’inizio alla fine: l’impressione che ho avuto è che anche il dolore per la perdita trova nelle atmosfere un modo sorprendentemente sereno di esprimersi. C’è un continuo senso di movimento in queste melodie leggiadre, che si ripetono con piccole variazioni e crescono fino ad elevare l’anima. Spesso le chitarre sembrano osservarsi da lontano nella morbidezza delle note pulite, poi quando riescono a trovarsi si uniscono nelle distorsioni, trascinando i brani in cavalcate emozionanti sparate verso il cielo. Anche le ripartenze più improvvise vengono naturali, tanto è compatto il modo in cui i Nostri si muovono verso i climax, facendo suonare ogni strumento come parte dello stesso corpo. Questo vale anche quando il disco esprime in musica qualcosa di dichiaratamente doloroso: “death” nasce dai primi accordi scritti da Jonathan dopo la morte del nonno e, nonostante il titolo, è una delle composizioni più serene e grintose che abbiano mai scritto. L’album è davvero un’esperienza e va assolutamente ascoltato dalla prima all’ultima traccia, ma ci sono alcuni dettagli che mi sono rimasti impressi più di altri. Penso alla grandezza delle percussioni di “is”, che insieme alle chitarre in reverse delay trasmettono un profondo senso di serenità. O a quel momento toccante di “just”, dove restano solo chitarre in delay impazzite, come se descrivessero un senso di incredulità, per poi lasciar entrare dolcemente le note malinconiche di pianoforte. Mi sono rimasti in testa anche i riffetti acuti di “path I”, dalle parti più luminose del precedente The One Above e il crescendo gioioso di “path II”, con un fiorire di chitarre in palm mute e quella sezione ritmica scolpita, mezza metal mezza djent. I toni delle chitarre e la spaziosità dei riverberi sono una gioia per le orecchie dall’inizio alla fine, e lo stesso vale per il suono delle batterie, con quei rullanti sempre così presenti: il crescendo di “Another” è pura goduria, certe parti mi hanno anche fatto pensare al tema principale di Interstellar di Hans Zimmer.
Per me è un disco che non ha difetti. Musicalmente parlando c’è dentro tutto quello per cui gli hubris. sono noti: un post-rock moderno e piacevolissimo, capace tanto di fomentare quanto di far levitare la mente, in quel senso di escapismo così confortante che a loro riesce naturale esprimere, sia nei lavori in studio che nei concerti. Ripensando a quella sera di due anni fa, ricordo che uscendo dal locale non me ne importava più niente della pioggia, tanta era la gioia che mi avevano trasmesso questi ragazzi. A dispetto delle sue premesse così dolorose, ogni volta che finisco di ascoltare White Shores, mi ritrovo in faccia esattamente lo stesso sorriso spensierato di allora.
(Autoproduzione, 2026)
1. death
2. is
3. just
4. another
5. path I
6. path II



