Questo disco è brutto. Anzi, di più: è inutile. Perché se la definizione di “brutto” porta con sé un giudizio soggettivo, a fronte comunque di un impegno artistico che può riuscire nel suo intento come il suo esatto contrario, ecco che davanti a qualcosa di oggettivo, di inutile per l’appunto, assistiamo alla caduta di qualsiasi paravento di giustificazione o alibi. Neon Gods / Own Your Darkness, mezz’ora di musica – e già la definizione di “musica” è un’esagerazione di bontà, uno spreco di pazienza, un dilapidare di tempo e risorse – che risulta persino fastidiosa se ascoltata più volte, come ha fatto il sottoscritto, indefesso recensore nell’adempiere al suo sporco lavoro di scribacchino. Ma cerchiamo di immolarci completamente e andiamo a farne un’analisi più approfondita.
Igor Cavalera e Shane Embury da sempre sono tra i personaggi di spicco nel mondo metal. Il primo, che ha legato i suoi anni migliori con il fratello Max nei mitici Sepultura, a partire dal 2006, dopo l’abbandono per “incompatibilità artistiche”, comincia ad esplorare altre correnti musicali. Assieme alla moglie Laima Leyton dà il via al progetto MixHell, siamo nel campo dell’elettronica e della dance, e iniziano tutta una serie di collaborazioni con altri dj, attività live, registrazioni, ricchi premi e cotillons. Nel 2018, con Wayne Adams (Big Lad, Death Pedals, Johnny Broke), mette in piedi il progetto noise Petbrick, concettualmente affine al disco in analisi, ma qualitativamente distante anni luce. Nei Petbrick, che hanno sempre fatto qualcosa di diverso tra un album e l’altro, si denota un percorso, uno studio, una filosofia; con Neon Gods manco a spingere. Shane Embury da par suo è sempre stato legato a della musica suonata più col sudore che col pigiar dei tasti, quindi death metal, grindcore, hardcore e punk: zero commistioni con suoni elettronici o derivazioni varie ed assortite. Conoscendosi da parecchi anni Embury afferma che “questo è un lavoro diverso per noi due, suona comunque in maniera straordinaria. Sicuramente è stato un qualcosa di esaltante, la mia prima esperienza con sintetizzatori, un viaggio attraverso la disperazione, l’alienazione e l’oscurità“; da qui il titolo, Own Your Darkness, per l’appunto. Ma tante parole, tanto entusiasmo, tanti trascorsi con altri musicisti (Cavalera con i Soulwax, ad esempio), non portano necessariamente a buoni risultati, anzi. Diventa quasi tutto un curriculum di tot pagine superflue, dove celare la scarsa qualità di un disco che, come detto in apertura, è totalmente inutile; perché avulso da qualsiasi attimo di luce, di un particolare che faccia dire “wow”, che catturi l’attenzione. Soprattutto il brano di Cavalera – quasi venti minuti che nessuno mi potrà ridare indietro – è una lagna atroce, un calvario, una mantecatura di testicoli senza precedenti. La traccia di Embury, quantomeno, dura qualche minuto in meno e ha verso la fine un guizzo, sembra qualcosa di cinematografico, ma si tratta ugualmente di un attimo, di un sussulto, un rutto prima della vomitata finale, per chi è avvezzo alle facile sbornia.
Un disco che non trova nessuna spiegazione, nessuna logica commerciale, nessun valore artistico; Cavalera disse “Ammiro gente come Mike Patton che si cimenta continuamente in progetti nuovi e differenti. Non è detto che ogni cosa prodotta debba piacerti ma è salutare per se stessi porsi nuove sfide, sia come persona che come musicista“. Suggerirei altre terapie, meno invasive per noi poveri cristi che dobbiamo sorbirci simili schifezze.
(Cold Spring Records, 2025)
1. Iggor Cavalera – Neon Gods
2. Shane Embury – Own Your Darkness