
La forza collaborativa ed eccentrica dei JeGong si conferma alla grande all’interno di questo nuovo lavoro in studio dal titolo Gomi Kuzu Can, sotto l’attenta e visionaria produzione dell’etichetta berlinese Pelagic Records. Il duo sperimentale, creato dalla penna unica e geniale di Dahm Majuri Cipolla (Mono) e Reto Mader (Sum Of R), torna con nuove esplorazioni viaggianti e sensazionali, toccando diversi generi del sottobosco sperimentale e un sound che si avvicina anche a suite anni Settanta dal sapore nostalgico.
La traccia d’apertura “Golden Hairs Goes Back To Japan” infatti mette in risalto un synth sgangherato che pulsa una tonalità oscura dai risvolti vintage, creando una sensazione lunare e sognante, con il tocco di batteria che scandisce colpi precisi e significativi portando in strada un buon inizio gustoso. Segue il basso ipnotico di “Outright Wolf Medicines” con una classica struttura krautrock che si incastra a sonorità stupende simili ai monumentali Cure; un brano grandioso con una vena artistica sensuale alla ricerca di una gemma preziosa nascosta in uno spazio lontano. “Contortion” invece si accende subito con un riff acido in lontananza che man mano si fa sempre più intenso, fino ad attaccare in modo minaccioso la struttura ruvida e contorta in un limbo dissonante. Stesso discorso vale per la monotona ma efficace “Downed”, che mostra anche un pianoforte sospeso di grande qualità. In questo caso il basso segue una linea meccanica finalizzata da un finale interrotto dal segnale confuso e silenzioso. Dopo il monologo recitato in “Chalk” e una ripetitiva linea struggente che ricorda qualcosa del passato ormai perduto, passiamo all’unico brano cantato di questo lavoro, “What Ever Happened To Gene”, una sorta di storia malinconica tra le emozioni beatlesiane e un’amore impulsivo che si lascia andare a una drammatica e fragile opera su un timbro shoegaze moderno. “Sister” mette in primo piano le geniali e ampie melodie del duo che adora perdersi in passaggi graffianti e complessi, per una delle tracce più stravaganti dell’intero lotto, prima di chiuderci nel ritmo ballabile e istintivo di “Parallel Tracks” una composizione oscura e profonda che ci travolge in un energico viaggio rocambolesco. La traccia nove “Patterns” è uno dei punti più alti del disco, dove la ritmica insegue un paesaggio notturno pieno di misteri e sinfonie esplorando una riflessione ballabile e attraente, con i Nostri che ancora una volta mescolano sul tavolo tutte le influenze storiche e straordinarie. “Mull Schrott Dose” si prende tutta la scena finale attraversando un mondo distopico dagli accenti orientali e si collega all’ultimo sigillo “Obaachan Bingo” e le sue atmosfere inquietanti che tolgono il respiro in un vortice crudo e notevole.
Gomi Kuzu Can è un album interessante dal grande impatto emotivo, dove la straordinaria fase di scrittura del duo prende il sopravvento in una storia spirituale e immersiva.
(Pelagic Records, 2026)
1. Golden Hairs Goes Back To Japan
2. Outright Wolf Medicines
3. Contortion
4. Downed
5. Chalk
6. What Ever Happened To Gene
7. Sister
8. Parallel Tracks
9. Patterns
10. Mull Schrott Dose
11. Obaachan Bingo


