
La creatura Jours Pâles, sul finire dello scorso anno, giunge alla sua quarta uscita sulla lunga distanza. Nel recente passato ho avuto modo di addentrarmi nel mondo musicale di Spellbound, prima con la ristampa de La Trilogia Dei Venti a firma Aorhlac – che altri non è che il precedente gruppo di Florian, nome di battesimo del factotum francese -, poi con il precedente Dissolution (2024).
Il nuovo album del polistrumentista transalpino prende le distanze dalla precedente discografia targata Jours Pâles, andando a comporre un disco più asciutto, diretto, che si divide tra momenti di rabbia primitiva e riflessioni che vedono il progressive rock ammansirne le frequenze. Probabilmente il sound ha seguito la nuova storia che accompagna il disco; nei precedenti tre album, infatti, Spellbound si è addentrato nell’animo umano, andando a ripercorrerne il cammino, dalla nascita, dalla primissima alba, fino alla morte, alla dissoluzione, all’ultimissimo tramonto: ecco che il black metal del Nostri, sempre attento a creare atmosfere dense, quasi tangibili durante l’ascolto, si poggiava sui trademarks del genere, quindi freddo, rabbia, disperazione. In questo ultimo lascito discografico, a sorpresa la disperazione assume altre forme, unite al senso di smarrimento, di perdita, con tematiche delicate come la crescita, l’adolescenza, il rapporto padre – figlia. Con essi anche la musica muta pelle. Spellbound non dimentica di certo le sue radici, il black metal qui suona ancora potente ma, complice anche una produzione più scarna, la brutalità ha un sapore diverso, più naturale, organico, si può davvero sentire il sapore ferroso del sangue circolare nella nostra bocca. Brani come “La frontière entre nous et le néant”, strumentale che unisce in egual misura progressive rock, heavy metal smaccatamente anni Ottanta – l’amore per la New Wave Of British Heavy Metal non è mai stata nascosta da Florian – e una sorta di proto-black metal scolastico, o altri come “Une splendeur devenue terne” che palesa una maturità compositiva altissima, con undici minuti che scorrono via leggeri e convincenti, spaziando attraverso innumerevoli sfumature, senza dimenticarci di “Cinéraire”, con quella capacità di emozionare utilizzando registri insoliti, girando attorno alle nostre ossessioni, esplodendo poi in un finale classic metal molto melodico, ecco, dicevo, con questi brani – ma anche altri, “Savile” ad esempio, il brano più ignorante del lotto con quel black metal sinceramente rozzo ed oscuro, sferzato dalle consuete incursioni Maideniane – Résonances conferma appieno lo stato di grazia che accompagna, oramai una piacevole consuetudine, la carriera di Spellbound che unisce tanta qualità alla sua prolificità.
Un album per chi ama le sonorità estreme, il metal classico, ma che più in generale potrà strappare consensi a tutti coloro che nella Musica ricercano una passione verace.
(Les Acteurs de L’Ombre Productions, 2025)
1. La frontière entre nous et le néant
2. Une splendeur devenue terne
3. L’essentialité du frisson (Accordéon : Pierre Delaporte)
4. Cinéraire
5. Incommensurable (chanson pour Aldérica II)
6. Mouvement Ostentatoire Rémanent Totalitaire (Feat. Kim Carlsson)
7. Viens avec moi
8. J. Savile
9. La plus belle des saisons
10. 10-11-2021


