
Avviso ai lettori: le opinioni sono sacrosante. Le cazzate un po’ meno. E di queste ne ho lette parecchie negli ultimi giorni, soprattutto da quando è uscito il nuovo, ed ultimo, album in studio dei Megadeth. Intitolato semplicemente Megadeth, il diciassettesimo disco suona esattamente come dovrebbe suonare dopo quaranta e passa anni di carriera. Un disco thrash metal onesto, composto con passione. – c’è anche del mestiere, come è ovvio che sia. Rimanere contrariati da questo è semplicemente da cretini – e suonato, questo sì, in maniera non sempre all’altezza, complice anche una produzione che, incredibile a pensarsi per una band storica, risulta spesso deficitaria.
Il basso di James LoMenzo è impercettibile (e qui le vedove di Dave Ellefson stapperanno l’ennesima bottiglia in suo onore), la batteria di Dirk Verbeuren perde parecchio smalto, soprattutto sui piatti, e alcune ritmiche di chitarra sono eccessivamente impastate; questo è un vero delitto, data la sempiterna grandezza di Mustaine sul riffing. La voce è quella che è, ossia da anni in calo (oh, c’ha sempre 65 anni e la gente che critica ad minchiam magari ci fa “oplà” ogni volta che scende dal letto, suvvia) ma soprattutto una voce che, onestamente, non ha mai avuto chissà che qualità eccelse. Ma era, ed è così particolare, acida, sgradevole, fottutamente metallara, perché questo è il metallo: la voce di Mustaine, quella di Lemmy, quella di Ozzy. Lacrimuccia, perché mi sto facendo vecchio. Io questo disco lo ascolto almeno due volte al giorno e mi gasa ogni volta. Perché nonostante i difetti di cui sopra, la firma è quella, sono i Megadeth, sono il thrash e fottesega se alcuni passaggi sono presi pari pari da alcune hit del passato, se in alcuni momenti il deja vù la fa da padrone, e se un paio di brani non sono riuscitissimi (ma si tratta di minuzie, di opinioni che si tramutano in facili polemiche) pazienza, il coinvolgimento è garantito.Difficile pensare che Mustaine e soci potessero tirare fuori un disco come Dystopia, che nel “recente” passato ha squarciato le nubi pessimistiche dopo una serie di album tra il deludente, il pacchiano, il “ma che davero?“. Impossibile tornare ai fasti di un tempo, ai capolavori noti anche ai sassi. Approcciarsi nudi, senza aspettative alcune, è l’unica via, adulta e sensata, che si possa intraprendere quando esce un nuovo album in studio da parte di artisti che, come detto, sono in giro da prima che molti criticoni wannabe iniziassero lo svezzamento. Ma è il web, sono i social, sono gli smartphone, baby. Tempi moderni che ci hanno fottuto definitivamente, o quasi. Pensando al citato Dystopia, è innegabile che la joint venture con Kiko Loureiro abbia giovato al rossocrinito chitarrista, che su questo nuovo disco si fa accompagnare da Teemu Mäntysaari (Wintersun), un vero manico della sei corde e si sentono i benefici. Duelli di chitarra come ai bei tempi, con assoli che ti aprono a metà e ti ritrovi lì a zampillare di gioia e non capisci se sono lacrime, se è sangue, se è sperma.
Ma cambiano le line-up, cambiano i musicisti, cambiano i tempi e l’unica cosa che resta, che conta, è la certezza che i Megadeth sono Lui: David Scott Mustaine. Il resto è fuffa (come la riproposizione di “Ride The Lightning”, bonus track nella limited edition, davvero inutile e insipida. Capisco che Mustaine ‘sta cosa del licenziamento dai Metallica non l’ha mai superata. Peccato).
(BLKIIBLK Records, 2026)
1. Tipping Point
2. I Don’t Care
3. Hey God?!
4. Let There Be Shred
5. Puppet Parade
6. Another Bad Day
7. Made To Kill
8. Obey The Call
9. I Am War
10. The Last Note


