
Ci sono band che fanno musica e altre che la usano come pretesto per dar vita a qualcosa che va oltre. Ho sempre avuto un debole per i Nordic Giants proprio per questo: Rôka e Loki, i due musicisti dietro al progetto di cui nessuno conosce il vero nome, hanno costruito un universo attorno alla loro creatura, con una cura che trasforma ogni elemento in parte di un disegno unico. Sul palco salgono mascherati di piume e pelli animali, avvolti nella nebbia, con cortometraggi immersivi proiettati alle loro spalle; e dietro quelle maschere non c’è spazio per l’ego, sacrificato in favore della forza evocativa della musica e della potenza quasi sensoriale delle immagini. Nel 2024 avevano rimesso mano ai loro primi lavori con Origins, una compilation di EP e singoli ri-registrati e rimasterizzati; Under Celestial Alignments, a quattro anni da Symbiosis, è il primo disco di inediti da allora. Prima ho parlato di universo non a caso, perché stavolta persino l’artwork va in questa direzione, anche piuttosto esplicitamente. Quella che a prima vista sembra una foto del telescopio spaziale James Webb è in realtà una fotografia macro di reazioni chimiche in capsule di Petri. La simbologia è già tutta qui: l’idea del cosmo ricreato da qualcosa di microscopico, il familiare e l’intimo che si aprono verso qualcosa di sconfinato. È la poetica stessa dell’album, già scritta sulla copertina, per altro in modo davvero originale.
Credo che la parola più importante del titolo sia “Under”. Stare sotto agli allineamenti celesti implica una postura ben precisa: stiamo guardando in alto, da esseri umani minuscoli. Come diceva Cooper in Interstellar: “Un tempo guardavamo il cielo e ci meravigliavamo del nostro posto tra le stelle. Ora guardiamo solo in basso e ci preoccupiamo del nostro posto nella polvere”. È esattamente quello che fa questo album: sposta il punto di osservazione dalla nostra piccola grande terra al cielo, con tutta la grandiosità che ne consegue. È anche la prima volta che i Nordic Giants pubblicano un’opera interamente strumentale, senza featuring o voci campionate, che hanno sempre utilizzato per trasmettere messaggi sulla condizione umana e scuotere le coscienze; stavolta non c’è Freyja, la mia preferita tra le guest dei dischi precedenti, ad emozionare con la dolcezza del suo timbro etereo. È però una mancanza che si sposa bene con la poetica dell’album: se non ci sono voci a guidarci siamo solo noi e l’immensità del cosmo sopra i nostri piccoli sguardi, insieme a questa musica trascendentale che esercita il suo strano potere sulla nostra mente. Le melodie di pianoforte, strumento lead indiscusso, tengono insieme ogni elemento dell’opera; i fraseggi ipnotici si allontanano in digressioni imprevedibili prima di ritornare su se stessi, ogni volta con più peso, mentre la batteria satura ne segue ogni variazione di intensità con una precisione quasi telepatica. Tutto quello che circonda questa coppia inseparabile a mio avviso rappresenta l’universo e il mistero dell’ignoto: ci sono sintetizzatori e pad che sorvolano lo spazio come antiche creature aliene, archi cinematografici dispersi nello spazio siderale come asteroidi, architetture sonore che in certi passaggi raggiungono la stessa vastità straniante dell’Hans Zimmer di Dune. La musica costruisce l’emozione trattenendo prima di concedere, e si ha come l’impressione che le note di pianoforte rappresentino gli esseri umani con la propria percezione limitata, sovrastati da una forza senza origine né confine. La magnifica conclusione di “Torus”, primo singolo uscito insieme a un video bellissimo che consiglio di recuperare, ne è l’esempio più chiaro, con la natura graduale del suo incedere che si trasforma pazientemente in un climax maestoso. Un’altra caratteristica di tutti i brani è il ruolo quasi lenitivo della batteria, che segue sempre il respiro del pianoforte anche nei momenti di raccoglimento (“In The Half Light”, la più simile alle atmosfere luminose di Symbiosis), ma anche abbracciando il suono e trainandolo verso lidi più euforici (“Red Falls” e la sua malinconia iniziale abbracciata dall’entusiasmo contagioso del rullante). Questo è un disco strutturato in modo da trasmettere con pazienza un senso di pace nelle prime tracce (esemplare il trittico iniziale in tal senso), per poi incrinarlo di proposito quando l’anima si sente più al sicuro. È la splendida “Reaper” a tradire questa promessa, e lo fa con un coraggio che mi ha dato i brividi più profondi dell’intero album. Io credo che sia davvero il culmine emotivo della tracklist, è il momento esatto in cui la serenità viene messa in crisi da qualcosa di oscuro e irrisolto che trasforma la dolcezza in pericolo. Quando la musica sembra voler fare quasi da scudo a questa tensione ansiogena, suggerendo che anche ciò che è inspiegabile faccia parte di un disegno rassicurante, quella sensazione viene prontamente tolta. È un brano che non si risolve, che sacrifica ogni velleità catartica in favore di una discesa negli abissi dell’incertezza; musicalmente siamo nella costellazione altalenante del dubbio e non possiamo fare altro che attraversarla, guardando in faccia il pericolo anche se ci spaventa. “Clouded Minds” amplifica il tutto con un crescendo al limite del claustrofobico, con la batteria sempre più implacabile tra le note di pianoforte impazzite; ma all’improvviso eccoci in un’altra dimensione più nitida, dall’altra parte del buco nero. Ecco qua la magia dei Nordic Giants in tutta la sua gloria: sembra di ritrovarsi improvvisamente a osservare le sfumature di azzurro della Terra da un’astronave, sommersi da polvere interstellare, in una sorta di contemplazione estatica che dissolve ogni forma d’ombra sostituendola con la luce della gratitudine. E quindi la pace finale di “Seren”, con piano e sintetizzatori che si dilatano in una trama malinconica ma piena di vita, ci fa sentire in totale armonia sia con quello che ci circonda sia con quello che non vediamo, ma di cui percepiamo l’essenza.
Under Celestial Alignments, in fin dei conti, è un album che insegna a stare dentro l’incomprensibile senza che questo ci spaventi. L’umanità delle melodie di piano esiste sempre in dialogo con la grandezza sconfinata dei tappeti sonori, e il lavoro non cerca di riconciliare i due piani quanto più di mostrare che possono, anzi devono, coesistere. C’è un senso maturo di accettazione in queste composizioni, l’idea che si possa far parte di un mondo molto più grande di noi con gli occhi aperti e il cuore capace di ricevere tutto quel che arriva, anche ciò che non riusciamo a spiegarci, restando nell’imprevedibilità senza sentire il bisogno di decifrarla. E con tutti i problemi che ci sono ora nel mondo è naturale e umano tendere lo sguardo verso il basso, eppure i Nordic Giants ci ricordano che esistono ancora universi sonori in grado di farci alzare gli occhi e meravigliarci del nostro posto tra le stelle.
(Autoproduzione, 2026)
1. Logos
2. Undertow
3. Torus
4. Red Falls
5. Raith
6. In The Half Light
7. Reaper
8. Clouded Minds
9. Seren


