Per quanto affascinante possa risultare il mondo del jazz anch’esso, come tutti i generi dopotutto, presenta dei trucchi più o meno conosciuti e/o logici. Ci riferiamo specificatamente al sottogenere dell’improvvisazione, dove spesso affascina la capacità comunicativa di musicisti esperti e l’effetto generale sopperisce alle ovvie botte e risposte sbagliate tra i musicisti. Piccoli cambi e piccoli cenni bastano il più delle volte a correggere i musicisti, che se veloci abbastanza riescono a coprire grossolane sviste magari passandole per interessanti passaggi che “solo ad un orecchio inesperto risulterebbero fuori luogo”. Se però si registra in presa diretta questo genere diventa uno dei microcosmi musicali più arzigogolati e spesso raffazzonati esistenti, e di esempi ne potremmo citare tantissimi, ma soprassediamo in tale sede.
Tutto questo sproloquio vorrebbe essere un’efficace introduzione ai francesi Spectrum Orchestrum, quintetto sperimentale che ha all’attivo col nuovo It’s About Time tre dischi tutti registrati in presa diretta e improvvisati, tutti basati su una personale fusione di jazz e drone. Quel che riescono a fare i transalpini è di coniugare in formule efficaci e mai esagerate la lentezza e l’atmosfera tipica dei minimalismi del drone con le fughe rocambolesche del free jazz – quest’ultimo protagonista di un vero e proprio successo stordente specialmente nelle formule più inascoltabili – risultando capaci di un lavoro rilassante e molto godibile. “Three To One” apre le danze con la classica cascata libera del free jazz, note a caterva e sezioni ritmiche fondamentalmente inesistenti, tutto però fortunatamente limitato a un minuto scarso, giusto il tempo di aprire la strada ai lunghi – ma non snervanti – trentatré minuti di “About Time”. Questa, che è la traccia cardine del disco, presenta interessanti divagazioni, tempi rilassati e incursioni protagoniste mai invasive ma che anzi si alternano tra i vari strumenti con fare gentile, ed elementi noise che s’incastrano molto bene in questa amalgama sonora solo apparentemente senza capo né coda, ma che invece ha ben presente un obiettivo e lo persegue nel migliore dei modi possibili. La conclusiva “Not The End” segue egregiamente quanto riportato per la precedente solo in chiave più noise.
Lungi dall’essere un lavoro indispensabile It’s About Time si difende però molto bene e tra le uscite “particolari” della Atypeek non sfigura per nulla. Se volete una definizione user-friendly di questo genere per molti troppo ostico e troppo strano, vi forniremmo “drone da camera per jazzisti stanchi”. Se non vi mettiamo curiosità così allora restate pure alla monotonia della musica di consumo, underground incluso, altrimenti approfittatene per imborghesire come si deve il vostro padiglione auricolare.
(La société du spectral, Bang Bang Booking, Atypeek Music, L’étourneur, Do It Youssef, 2018)
1.Three To One
2. About Time (part 1, 2, 3)
3. Not The End