
Quando tutto diventa buio: è questa la traduzione di Quan tot s’apagui, quinto album dei Syberia e il primo in cui la band di Barcellona sceglie il catalano per tutti i titoli, abbandonando l’inglese. Una scelta identitaria che dice già qualcosa sul tono del disco, prima ancora di ascoltarlo: c’è una radicalità nuova qui, confermata da un artwork che rimanda alla devastazione più totale e da note stampa che lo descrivevano come il loro lavoro più oscuro, una virata definitiva verso il post-metal già avviata con Statement on Death nel 2022. Mi sono avvicinato con qualche riserva, lo ammetto: non sono un fan delle band che abbandonano un suono rodato e armonioso per inseguire territori più pesanti e violenti, e i Syberia in questo non fanno di certo eccezione. Si tratta di miei preconcetti, ovviamente, ma i miei preconcetti raramente si erano sbagliati così tanto.
Mi sono bastati i primi minuti di “En la foscor una llum que brilla,” per capire che qui c’è altro. Per capire davvero cosa succede in questo disco, però, vale la pena tradurre anche i titoli delle cinque tracce: “Nell’oscurità brilla una luce”, “Lampi di oblio dei ricordi di una vita”, “Nascita di una morte silenziosa”, “Nella mia anima il sangue ribolle”, “Quando me ne sarò andato, non chiudete i miei occhi”. Già così si riesce a capire meglio il perimetro emotivo dentro cui si muove Quan tot s’apagui: un album che attraversa il buio più nero senza compiacersene, e proprio per questo i momenti di luce che affiorano qua e là arrivano con una forza sproporzionata rispetto alla loro breve durata. Sono fugaci per definizione, e questo si intuisce già mentre li si ascolta, eppure questa consapevolezza non li rende meno potenti. Sulla prima traccia la batteria costruisce un crescendo apocalittico con un tremolo di chitarra allucinato sullo sfondo e una sezione ritmica che comprime tutto lo spazio disponibile, tribale e potente come certe bordate dei Cult of Luna; poi due chitarre pulite aprono una breccia, il ritmo si adagia in qualcosa di marziale, e quella luce del titolo brilla davvero, con una rifrazione che sa di provvisorio sollievo prima che la conclusione rovente rimetta tutto al suo posto. Il secondo brano è il momento in cui la precisione della batteria diventa il centro di tutto: gli intarsi ritmici si intrecciano con le melodie senza mai concedere tregua, ipnotici nella loro velocità; mi viene in mente un’immagine visiva, più che musicale, ovvero quella scena di Matrix in cui la Zion fugge dalle sentinelle nel buio, inseguita da una massa caotica che si muove con una logica tutta sua. Il paesaggio sonoro si infittisce prima di aprirsi in una sezione metal massiccia, con i tremoli di chitarra che si ergono sopra il riffing concitato nonostante la distanza abissale da cui sembrano provenire, e ancora una volta è la batteria ad avere l’ultima parola, davvero clamorosa. “naixença d’una mort tranquil·la.” porta dentro elementi inafferrabili di synth che rendono la salita dei riff al limite del cosmico, e l’ossimoro del titolo, “nascita di una morte”, viene reso con una calma apparente posta a metà brano: i sintetizzatori qui vibrano come premessa, poi le chitarre distorte irrompono e la melodia ascende libera mentre la batteria opprime tutto con colpi sempre più rapidi. Di nuovo resto senza parole dinanzi alla furia devastante di questa batteria, che molla il tiro solo quando sembra aver davvero dato tutto ciò che poteva, lasciando spazio ai sintetizzatori che tornano in chiusura come fumi di un fallout atomico. Sulla quarta traccia qualcosa cambia registro: echi malinconici di una melodia post-rock dispersa nel tempo, che rimandano all’oscurità nostalgica di Epitaph dei God Is an Astronaut; tutto è però coeso in una forma di energia controllata che ribolle nei vibrati e nelle sezioni esplosive senza mai perdere il filo. Il brano finale, poi, è per me clamoroso già dal riff iniziale che fa capolino dopo la breve introduzione atmosferica. La batteria ruggisce con la velocità del black metal, ma la melodia principale è solenne e aperta, con una sensazione di assenza di confini che raramente il post-metal riesce a trasmettere così nettamente. Arrivano anche qui gli immancabili riff pesanti, e ogni volta che la mente inizia ad alzarsi in volo quei riff riportano a terra con una forza quasi fisica. Quando sembra che tutto stia sfumando, che resti solo la batteria ad allontanarsi nel riverbero, arriva l’agognato epilogo: una voce dal timbro saggio recita qualcosa in catalano, sotto di lei soltanto la pacatezza dei pad. Sembra davvero la conclusione di un racconto, e il fatto di non capire il significato di quelle parole non toglie nulla alla loro forza.
In quarantacinque minuti divisi in cinque tracce, nessuna sotto i sette, i Syberia costruiscono un’opera che porta fino in fondo la propria oscurità. Il gusto melodico che li aveva già distinti in Seeds of Change (il mio preferito tra i loro lavori) non è andato da nessuna parte: si è fatto più duro, più paziente, e in fin dei conti più necessario, in questo preciso periodo storico. Il primo disco del 2013 si chiamava Drawing a Future; ascoltando questo lavoro, invece, si ha la netta sensazione che quel futuro sia arrivato, e che abbia la forma di qualcosa di inevitabile. Un’inevitabilità che, stranamente, non pesa affatto: Quan tot s’apagui è un disco che rapisce, e che lascia al suo passaggio effimere tracce di luce in dissolvenza, come se fosse l’ultimo bagliore di una supernova che si spegne.
(Moment of Collapse Records, 2026)
1. En la foscor una llum que brilla,
2. llampecs d’oblit d’uns records en vida,
3. naixença d’una mort tranquil·la.
4. Dins la meva ànima la sang em bull…
5. quan me’n vagi no em tanqueu els ulls.


