
Questo album nasce nella primavera del 2021, in piena pandemia. Un disco nato dall’urgenza di dare un senso ai giorni, altrimenti tutti uguali, chiusi in casa, lontano da tutto e da tutti, in una condizione alienante che, a distanza di anni, ha lasciato cicatrici enormi in ognuno di noi. Urlo, cantante e bassista degli Ufomammut, durante quei giorni di primavera era alle prese con il mixaggio del suo secondo album da solista. Ma dentro di sé, come detto, qualcosa si stava facendo strada, qualcosa di impellente, un urlo di nome e di fatto che rischiava di spaccare in due il co-fondatore del collettivo Malleus Rock Art Lab e dell’etichetta Supernatural Cat. Ed ecco che la disciplina, l’ordine – in controtendenza rispetto ad un mondo in pieno caos -, la religione: nove giorni, nove canzoni, solo chitarra e voce. L’essenziale, il fumo di una candela spenta, una nenia lontana, il freddo della notte. Il disco si chiama Songs Of Abandon, una prima metà del progetto Embrace The Abandon, che vedrà terminarsi col prossimo album solista, intitolato Songs Of Embrace che sarà, a detta del suo autore, un lavoro più oscuro, ritualistico e diretto.
Pur non avendo una tecnica sopraffina alla sei corde, Urlo gestisce al meglio lo strumento andando a costruire tutta una serie di movimenti – definirle canzoni mi sembra fuorviante e riduttivo – che, con la sua voce sgraziata ma ugualmente coinvolgente, e l’aiuto di qualche inserto di pianoforte e synth, trasportano l’ascoltatore in un mondo ricolmo di nostalgia e rassegnazione. Ogni traccia riesce a ricreare delle immagini potentissime durante lo scorrere dei secondi; ci sono stanze vuote, scarsamente illuminate. Ci sono portici deserti, pioggia battente, vestiti non adatti per starsene in giro. Ci sono prati bagnati di rugiada, timide nebbie che lambiscono le ginocchia, un sole indeciso sul da farsi. Spesso un album è uno sfogo per l’artista, un modo per fissare un determinato momento della propria vita; è Urlo stesso a dire che “Songs of Abandon è un disco importante per me, mi ha fatto vedere la musica da un altro punto di vista, ha messo a nudo le mie paure, la mia fragilità, l’imperfezione che nascondiamo a chi ci guarda“. Parole che sento mie, che possiamo davvero ripiegare e nascondere nelle tasche della nostra vita così imperfetta e tribolata. Siamo uguali davanti alle difficoltà, siamo noi stessi gli scarni accordi che il Nostro ha scelto per musicare il suo dolore. “Mayhem”, con quella chitarra suonata con rabbia, con la voglia di spaccare ogni singola corda, è un poderoso pianto, calde lacrime che bruciano ogni cosa. Urlo racconta di tempeste in arrivo, di distruzione imminente. Probabilmente il brano più bello di un lavoro che non raggiungerà di certo i maestri del genere – penso in particolar modo a Steve Von Till dei Neurosis o a Patrick Walker, soprattutto con i 40 Watt Sun; però i nomi appena citati servono solo a fornire ulteriori coordinate, per arrivare velocemente alla musica di Urlo, di questo progetto The Mon (recuperate anche i due album precedenti, Doppelleben che aveva virtù cinematografiche e irruenza industriale, e EYE, più incline al neofolk, al drone, al minimalismo, quest’ultimo filo conduttore con il nuovo progetto, il quale però possiede una livrea cantautorale più spiccata; si senta “Beautiful Star” per dissipare ogni perplessità).
Urlo ci regala – perché questo disco è davvero un dono – qualcosa di prezioso. Canzoni che si tramutano in un mani tese, in abbracci confortanti, in camini che scaldano stanze rimaste per troppo tempo al freddo. Un disco che da del “tu” alle emozioni.
(Supernatural Cat, 2025)
1. Smiling Dog
2. Two Stones
3. The Hidden Ghost
4. Hourglass
5. The Moon And The Devil
6. Mayhem
7. Little Bird
8. The Fluorescent Sand
9. Beautiful Star
10. Your Eyes


