
I Tickles, ensemble francese proveniente da Nantes, giungono finalmente al traguardo del primo disco, dopo un paio di EP pubblicati qui e lì. I Nostri presentano sostanzialmente un noise rock scevro da tutti gli orpelli drammatici e riottosi che comunemente il genere si porta addietro. Le atmosfere risultano più allegre, perfette per dei dancefloor ai confini dell’apocalisse; perché comunque tolta la violenza concettuale del noise, i Tickles quando vogliono spingere, lo sanno fare bene. Liquami post-punk vanno a contagiare melodie pop, di quel pop moderno che lucida le classifiche con la propria lingua umida, malaticcia, corrotta. La voce di Lucas Bonfils, già dietro al microfono dei Basic Partner, è impeccabile: caracollante, molesta, con una sensualità che non lascia indifferenti.
La cosa migliore di Sugar & Plastic Plates è che la band riesce, praticamente sempre, nell’incastro di melodie non solo orecchiabili, direi piuttosto: memorabili! Con brani eterogenei, perché abbiamo quello più danzereccio, quell’altro più intimista, arrivando persino a sconfinare in territori (quasi) nu metal, ecco che i cugini d’oltralpe non sbagliano un colpo: linee vocali taglienti come rasoi, le cui cicatrici sono piacevolissimi momenti: sotto la doccia calda, in mezzo al traffico cittadino, addirittura mentre ci si sta accoppiando selvaggiamente e al momento finale ci si ricorda persino della buffa copertina. L’ascolto dell’album è snello e nonostante ci sia una netta discrepanza tra i primi brani, direi fino a “Haunted”, e il trittico finale, che vede nella chiosa di “Drawings” (il brano indubbiamente più ingarbugliato e di complessa digestione), la fruizione non subisce intoppi. Nessun strappo, il motore gira ottimamente, in qualsiasi condizione. Che sia “Cheeks”: strattoni chitarristici figli della seconda ondata nu metal, cori urlati a metà strada tra disperazione e semplice conferma di esistere nel mondo; che sia “I Am Not The Body”: incidere da funambolo senza rete di protezione, sferzate noise che tagliano l’aria; che sia “The Safest Car”: basso pulsante, distorsioni isteriche, vocals abrasive, la terra d’Albione a un tiro di sputo. E che sia anche la suddetta “Drawings”: ammiccante con un incipit rock, un “prego, entrate pure” che suona gentile, finanche equivoco, induce al desiderio, alla lussuria, ed ecco poi la pioggia di frustate sulla schiena quando Théo Brachet decide di sventrare la sua sei corde, mentre Lucas Fleurance, al basso, e Anton Brachet, alla batteria, gettano carbone dentro le fauci di una locomotiva lanciata a rotta di collo e, pensate un po’: il capotreno è quel pazzo di Lucas Bonfils, che chiude la sua prestazione con coerenza: belle le melodie eh, ma vuoi mettere la sana follia?
Sugar & Plastic Plates, in quella terra di confine tra noise rock e post-punk, pretende il suo spazio, lo ottiene, ci pianta una bella bandiera.
(A Tant Rêver Du Roi, Stolen Body Records, 2025)
1. I Am Not The Body
2. The Safest Car
3. Daughters Around
4. Love Cells
5. Cheeks
6. Haunted
7. Norah
8. One Foot Chair
9. Drawings


