VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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DANGEROUS ANIMALS di Searn Byrne (2025)
Ve lo ricordate Sean Byrne? Si era fatto notare nel 2009 con The Loved Ones, un film niente male su una ragazza che non potendo andare al proom con il ragazzo sperato, causa suo rifiuto, lo rapisce e lo porta nel suo seminterrato per fargli delle cose brutte. Poi Byrne sparisce per un po’ e ritorna nel 2015 con The Devil’s Candy, un film con dentro il metal era Satana (carino) e poi sparisce di nuovo fin ad oggi. Anno 2025 , torna con un nuovo horror a base di squali e assassini, ma il male risiederà nell’uomo o nell’animale? Mi piacerebbe dirvi che il film cerca di fare un discorso sulla malvagità dell’animo umano ma così non è. La trama in breve: Zephyr, bionda surfista solitaria per nulla stereotipata (scherzo) viene rapita da un barcaiolo che porta la gente a fare un giro in mare aperto per fargli vedere gli squali ma, ovviamente, il vero squalo è lui che rapisce la gente, la tortura, la uccide e la dà in pasto ai pesci grossi. Il nostro assassino di solito rapisce gente irrintracciabile ma non ha fatto i conti con la ribelle Zephyr che la sera prima aveva fatto del sesso occasionale con un ragazzo che non riesce a dimenticarla tanto facilmente. Da qui va avanti un film che diverte in modo molto superficiale. Non siamo di certo dalle parti de Lo Squalo di Spielberg ma visti i toni iniziali del film era auspicabile aspettarsi perlomeno una spinta decisa verso l’assurdo e il divertito come fu Piranha 3D di Alexandra Aja (Divertentissimo). Invece rimane sempre fin troppo blando in ogni sua parte. Divertito? Non abbastanza. Splatter? Non abbastanza. Rocambolesco? Non abbastanza. Sì guarda? Sì, dai, una serata te la fai ma rimane un film fin troppo tiepido per il genere di appartenenza. Peccato perché c’erano tutti gli ingredienti per fare di meglio.
recensione di Carmelo Garraffo
HALLOW ROAD di Babak Anvari (2025)
il secondo film di cui vi voglio parlare in questo agosto con poche uscite è qualcosa di non ancora disponibile nel nostro paese (Ma spero che possa godere presto di una distribuzione). Anvari si era fatto notare per dei film tutti strani (lui è Inglese-Iraniano) tipo Under the Shadow (2016) film dove una madre e un figlio rimangono in casa con la guerra a un passo fino a che un missile non farà capolino sfondando il tetto e portando con sé il male (super metaforone) e Wounds, troppo matto non in senso positivo. Torna con HALLOW ROAD, film dalle ottime premesse con Rosamund Pike di soli 80 minuti (evviva, torniamo a fare film dalla durata umana, vi prego). La trama in breve: moglie e marito ricevono una chiamata notturna dalla propria figlia che dice di aver avuto un incidente mentre guidava. I genitori salgano in auto, con vivavoce acceso, per soccorrere la figlia. Ci troviamo davanti a un film ambientato quasi totalmente all’interno di un auto ma che riesce grazie alla buona scrittura a tenerti tesissimo per tutto il tempo. Perché la figlia è andata a ficcarsi in quella strada? Chi è l’altra ragazza coinvolta nell’incidente? Per cosa hanno litigato duramente con la figlia prima che uscisse di casa? Ci immergeremo in questo denso mistero con la costante fretta di arrivare sul posto prima che arrivi qualcun’altro. La cosa bella del film però è che non è quello che vi aspettate. Il suo pregio (ma anche il suo difetto, a seconda del tipo di spettatore che siete) è avere uno di quei finali matti che ti fanno passare le ore successive ai titoli di coda su internet per sviscerarne tutte le teorie. É un bene? Ni. Perché se un “problema” il film lo ha è che per essere decifrato ha bisogno di informazioni che il film non ti fornisce se non in modo veramente troppo poco accennato, non permettendo allo spettatore di farsi un idea precisa guardando esclusivamente alla storia così come raccontata. Certo, da Donnie Darko a Twin Peaks sono molte le storie che funzionano in questo modo, ma la sensazione è che qui sia tutto un po’ troppo sfumato. Poco male però perché se vi piacciono questo tipo di storie che non finiscono con la fine del film ma continuano con ricerche e voglia di comprendere allora segnatevelo subito sull’agenda dei film che vi consigliamo qui a Video Nasty e, appena disponibile, fiondatevi a vederlo.
recensione di Carmelo Garraffo
BEST WISHES TO ALL di Yuta Shimoto (2023)
Perché vi parlo di un film giapponese del 2023 in questo agosto del 2025? Prima di tutto perché siamo ad Agosto e bisogna andare un po’ a fare dei recuperi e, secondo, perché è disponibile su Prime Video (forse in un canale dedicato al suo interno) da poco. La cosa ci interessa perché era entrato nei miei radar da diverso tempo ma recuperarlo era molto difficile. E perchè volevamo recuperarlo? Perché nelle liste dei nuovi (e belli) horror giapponesi degli ultimi anni questo Best Wishes to all è sempre presente. La sua fama è meritata? Anche in questo caso è un Ni, nonostante il film sia molto buono! Protagonista una giovane studentessa che torna nella casa dei nonni nella provincia sperduta giapponese dopo aver studiato per qualche anno a Tokyo. Si accorgerà presto che qualcosa non va dato che il loro comportamento non sembra dei più normali e l’orrore che sembra uscire dalle stanze inaccessibili di quella casa forse non è un esclusiva di quelle mura. Cose positive: il film ti mette spesso a disagio con situazioni stranianti e super creepy, una visione non proprio leggerissima ma che ti entra dentro per tutto il tempo. Cose “negative”: il film vive di metafora. Cerco di spiegarmi. Se all’inizio cerchiamo di venire a capo del mistero da un certo punto in poi ci rendiamo conto che è tutta una rappresentazione metaforica del mondo e delle sue storture finendo per vivere quasi esclusivamente di quello. Se andiamo quindi a togliere il “vero significato” il film non riesce a vivere da solo. Per gusto personale prediligo quegli horror che funzionano senza le proprio sovrastrutture che vanno però ad aggiungere strati di lettura. Quì il primo strato sembra non esserci puntando tutto sul messaggio. Va bene? Dipende da voi. Rimane un ottima esperienza dell’horrore che vale il tempo speso e se teniamo conto che è il primo vero lungometraggio di Yuta Shimoto (che prima di questo ha girato solo un film a più mani e cortometraggi) abbiamo più di un motivi per segnarci questo nome e seguire con interesse i suoi prossimi lavori.
recensione di Carmelo Garraffo
THE LIFE OF CHUCK di Mike Flanagan (2024)
Che si tratti di catastrofe climatica, pandemia globale, crisi demografica o geopolitica, il nuovo lavoro di Mike Flanagan tratto da un racconto di Stephen King che si racconta a ritroso partendo dal terzo atto con una rappresentazione della fine dell’universo per arrivare alla dimensione più intima possibile, cerca di riflettere il senso culturale pre-apocalittico che contraddistingue i nostri tempi. Una storia sul valore della vita, una riflessione sulla morte e sui misteri cosmici, che pone domande sulla nostra stessa esistenza e ci ricorda che ogni momento, ogni frazione di secondo, dovrebbe contare. Il film cita spesso il famoso verso di Walt Whitman, “Contengo moltitudini”, un riferimento al modo in cui percepiamo, dentro di noi, le vite di tutti quelli che abbiamo conosciuto o con cui abbiamo interagito, e le innumerevoli diversità che ognuno di noi racchiude in sé. Tutti i piccoli momenti che compongono una vita, tutte le gioie e le tristezze, grandi o transitorie. Il film ci chiede di fare tesoro di ogni secondo, e suggerisce che noi stessi siamo come galassie che ospitano queste moltitudini, e che quando una vita finisce, anche l’intero universo attorno a essa. The Life of Chuck non ha fretta di fornire risposte lineari, almeno non all’inizio, peccato quindi che dopo un ottimo incipit a la Twilight Zone che racconta la fine del mondo dalla prospettiva di una piccola cittadina americana, finisca per declinare il discorso in modi spesso poco a fuoco, girando attorno a un letteralismo ridondante che priva il film di uno slancio più euforico – che tuttavia a tratti emerge, come in quella meravigliosa sequenza di danza improvvisata in cui un frustrato protagonista si unisce a una ragazza con il cuore spezzato in una sessione di danza improvvisata per strada; una sequenza la cui connessione con quanto visto in precedenza è zero, ma con il quale crea una meravigliosa risonanza tematica, come una rappresentazione della vita vissuta al massimo nonostante i rimpianti.
Nel suo segmento conclusivo, il film segue l’infanzia di Chuck attraverso una storia saccarina e malinconica che assume una piega più kingiana occupandosi di premonizioni spettrali e una porta chiusa in un attico inquietante che sembra una metafora delle origini della relazione di Chuck con la danza -ma non solo- e svelare più di così sarebbe fare un disservizio, ma questa sezione finale presenta echi che si increspano attraverso il resto del film, creando piccole connessioni tra passato e presente che infondono i misteri di un senso di meraviglia. Sfortunatamente, mentre si abbandona a questo flusso poetico, il film tende anche a sacrificare gli aspetti più maturi e interessanti con dettagli che enfatizzano ulteriormente le rivelazioni altamente meccaniche e letterali laddove suggerimenti e fugaci implicazioni potevano essere più che sufficienti, cominciando a logorare quanto di buono si è fatto. Fino ad allora, The Life of Chuck è pieno di delizie, da cambi di tono riusciti tra orrore e nudo sentimentalismo che funzionano con una sorprendente precisione, a una litania di divertenti personaggi e un rifiuto generale del cinismo anche di fronte allo scoraggiamento. Ma qualsiasi nozione romantica il film potrebbe avere finisce rapidamente svalutata quando inizia a spiegare il processo dietro la facciata, fino a quando lo spiegone diventa la portata principale.
recensione di Emiliano Zambon
WEAPONS di Zach Cregger (2025)
Una storia che pungola questioni molto serie, dalle allusioni alle sparatorie nelle scuole alla brutalità della polizia, l’alcolismo, la tossicodipendenza e il dolore, sfruttando il linguaggio di una fiaba dark da qualche parte tra Stephen King e i fratelli Grimm, ambiziosa nelle intenzioni ma semplicistica nei fatti, forte di una regia solida e una tensione ben orchestrata ma debole di sostanza, al servizio di una trama criptica che si svela in un modo così ponderato e inizialmente convincente che ci vuole un po’ per notare quanto in realtà sia tutto piuttosto dritto e vuoto mentre segue un gruppo di personaggi che fondamentalmente servono solo ad allungare un brodo che si poteva benissimo accorciare di un’oretta, e più interessato ad aprire una finestra sulle vite degli abitanti delle piccole città che all’orrore vero e proprio. Zach Cregger rimane un regista con un grande occhio e la capacità di realizzare sequenze meravigliosamente inquietanti, sfruttando le sue abilità in modo forse più articolato di quanto non abbia fatto in Barbarian, ed è un sollievo che a differenza di così tanti suoi contemporanei che si sentono Kubrick non sia poi così interessato a interpretazioni allegoriche da Trauma Horror™️ (anche se coloro che desiderano cercarla potrebbero trovare una lettura allegorica più profonda), ma manca ancora qualcosa, una messa a fuoco migliore, un elemento di sorpresa o raffinatezza che facciano davvero la differenza.
TOGETHER di Michael Shanks (2025)
La metafora di grana grossa è di casa nel racconto di due persone incastrate in una relazione codipendente che si fondono lentamente in una singola entità, ma la sottigliezza non è esattamente una virtù in questo debutto dello sceneggiatore-regista australiano Michael Shanks, che sceglie di usare il body horror come metafora iper-letterale per il disordine e la tacita tragedia dell’entanglement romantico portato a estremi grotteschi. È un b-movie con un’idea centrale divertente e un forte nucleo emotivo anche grazie alle solide prove attoriali di Alison Brie e Dave Franco, coppia nel film e nella vita reale. Purtroppo è anche un’opera che non eccelle nel bilanciare i suoi toni mutevoli e avrebbe beneficiato di un approccio più coeso. C’è un pacato senso di disagio nel modo in cui i due protagonisti interagiscono tra di loro, nel modo in cui non entrano davvero in conflitto e non litigano, anche se è evidente che non sono più così felici o vicini come una volta. La tensione è palpabile, anche prima che inciampino accidentalmente dentro una viscida grotta nei boschi durante un’escursione e si sveglino la mattina seguente con qualcosa di strano. Le sequenze horror nell’insieme divertono anche se decisamente meno forti di quanto il marketing ci aveva fatto credere, puntando su un lavoro di riprese intelligente e un sound design aggressivo con risultati discretamente inquietanti senza indulgere eccessivamente nello shock a buon mercato. L’elemento body horror potrà sembrare docile per i veterani del genere, ma per un dramma sulla stagnazione di una relazione offre abbastanza stimoli visivi. Ciò che non funziona altrettanto bene è il registro umoristico. Together vuole essere un horror, un dramma romantico e una commedia eccentrica autocosciente. Tuttavia, sono proprio gli elementi comici a inciampare più duramente, spesso minando l’atmosfera o il ritmo piuttosto che fornire una propulsione. Non è un peccato imperdonabile ma fa percepire l’opera come leggermente confusa su quanto seriamente voglia essere presa. Il blocco centrale perde un po’ di slancio prima di risalire verso una risoluzione che allarga lo spettro e rivela senza però diminuire la forza tematica. Il finale è forse un po’ troppo pulito, ma riesce a realizzare un’impresa rara nell’horror: un lieto fine che proprio lieto non è, una chiusura agrodolce e inquietante. Potrà essere irregolare nel tono e nel ritmo, ma porta a casa il risultato grazie alla solida chimica tra i due protagonisti, al concept originale e alla volontà di investire senza vergogna nelle sue metafore. Non si vede spesso un horror che mescoli dolore, inerzia romantica, disagio sessuale, body horror e codipendenza emotiva in un pacchetto di soli 100 minuti. Nonostante il casino occasionale alla fine funziona come una strana, appiccicosa meditazione su ciò che significa vivere estremamente vicino a qualcuno. Forse troppo vicino.
recensione di Emiliano Zambon