
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
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Exit 8 di Genki Kawamura (2025)
Avete mai giocato al videogioco di Exit 8? Sì, perché, se non lo sapete questo film giapponese è tratto da un videogioco diventato virale per la sua estrema semplicità. Talmente semplice che quando ho letto la notizia che ne avrebbero tratto un film mi sono chiesto che cosa si sarebbero inventati ed è stato sorprendente vedere che non si sono inventati molto ma che, nonostante tutto, funziona! Ma andiamo con ordine, di cosa parla il videogioco? Il videogioco è, a conti fatti, un gimmick, un idea e niente più. Un corridoio della metropolitana da percorrere e, una volta arrivati in fondo e girato l’angolo, eccolo ancora lì, lo stesso corridoio che si ripete, un loop. Ci si mette un po’ a capire che si ha praticamente a disposizione una sola meccanica. Andando avanti di corridoio in corridoio ci si rende conto di alcune piccole differenze nello scenario, un numero, una scritta molto piccola o altro cambia e a quel punto si cambia il senso di marcia e l’uscita numero 8 diventa numero 7 e così via fino a riuscire a individuare tutte le differenze di fila e, alla fine, inforcare l’uscita che magicamente apparirà voltando l’angolo. Tutto qui. È un gioco corto, semplice e senza alcuna narrativa. Quindi, come trarne un film? Bene, in realtà viene ripresa completamente la meccanica del gioco con un aggiunta minima di narrativa che da una motivazione velata al protagonista. Narrativamente ci vengono quindi dati dei piccolissimi indizi per ricostruire la trama, in un modo non dissimile dai piccolissimi cambiamenti dello scenario. È un giochino sottile che non fa tantissimo ma riesce a portare avanti bene il film mischiando con mestiere tutti questi ingredienti che funzionano più di quanto ci si possa aspettare andando a stratificare un film che poteva, di fatto, essere molto più stupido di quanto è, finendo anche per lanciare un messaggio sociale. La durata di soli 95 min è quella giusta e aiuta ad arrivare alla fine senza stanca. Un piccolo film che sa davvero intrattenere con il suo mix di mistero e dramma, facendo rimanere lo spettatore lì a cercare di capire non solo cosa sta succedendo ma come potranno uscirne fuori. Sempre che tutto stia succedendo davvero. Il film non ci dice tutto, e fa bene a non farlo perché circonda la storia con il giusto alone di mistero. Funziona e lo consiglio. Da noi esce al cinema il 23 di Aprile!
recensione di Carmelo Garraffo
Chain Reactions di Alexandre O. Phillippe (2024)
Documentario del 2024 uscito solo all’inizio del 2026 questo Chain Reactions è esattamente quello che il titolo promette. Una serie di “reazioni” a uno degli horror più importanti della storia del cinema. Stiamo parlando di quel Texas Chain Massacre che ha sconvolto tutti non solo alla sua uscita ma che, anno dopo anno, non viene mai dimenticato ma, anzi, continua ad essere riscoperto da ogni generazione, punto di riferimento per gli amanti del genere e per i registi del futuro. È un documentario sicuramente interessante per molti motivi ma che difetta proprio per la sua principale scelta strutturale. Mi spiego meglio. Chain Reactions è un documentario che difficilmente avvicinerà spettatori al film originale per il semplice fatto che è un prodotto fruibile quasi esclusivamente da chi il film lo conosce bene. Non racconta la genesi del film, né quella produttiva, né ci parla di chi è il suo regista né di come è stato fisicamente girato. Non gli interessa farlo ma gli interessa solamente mettere davanti alla telecamera alcune personalità e chiedere loro cosa pensano del film. Tutto qui. Conosci il film? Puoi goderti le analisi e i pensieri che vengono fatti su di lui. Non conosci il film? Capirai poco di quello che si parla. È un prodotto fatto da fan per i fan. Le personalità intervistate sono le più varie. L’attore è appassionato di cinema horror Patton Oswald, il regista giapponese Takashi Miike, lo scrittore Stephen King, la regista Karyn Kusama e la critica cinematografica Alexander Heller-Nicholas. Anche qui il documentario non presenta gli intervistati, non ci dice, per esempio, chi è Takashi Miike o cosa ha fatto, nulla, loro parlano del film e sei tu spettatore che deve sapere chi sono. Tanto che, ammetto, almeno uno dei nomi sono dovuto andare a cercarlo su internet per capire chi fosse e a che titolo fosse lì (la critica). Questo è un enorme problema che limita tantissimo il documentario ma che diventa nullo per tutti quelli che masticano la materia. Rimane un prodotto interessante proprio per il suo essere, quella specie di “conversazione”, seppur a senso unico, con un amico, con un fan che ti dice la sua, cosa pensa del film e perchè è importante per lui. Una serie di tesi da ascoltare con piacere e fare proprie. Simpatico se sei un appassiono. Difficile per tutti gli altri.
recensione di Carmelo Garraffo
Anaconda di Tom Gormican (2025)
Di Tom Gormican, il regista di questa specie di strano sequel, avevo visto The Unbearable Weight of Massive Talent, un film con Nicolas Cage e Pedro Pascal dove Nicolas Cage interpreta se stesso in una comedy che aveva il pregio di essere molto divertente (ma nulla di veramente wow) e di aver generato un meme molto famoso con i due in auto. Ora torna con un altra commedia con altri due grossi protagonisti, Jack Black e Paul Rudd, uno un regista mancato e l’altro un attore fallito che, amici da una vita, “comprano” i diritti del film Anaconda, quello degli anni 90 con Jennifer Lopez, per girarne una loro versione, andando a girare nei luoghi reali dove il primo film è stato girato. Stiamo quindi parlando di un racconto meta cinematografico che ricalca alla larghissima lo scheletro del film originale dove la protagonista documentarista si ritrovava presa in scacco su una barca da un cercatore di anaconde che voleva trovare e uccidere il grosso serpente, qui si vuole riprenderlo con una telecamera, uno “shot” che vale per entrambi. Ovviamente, senza paura che possa essere uno spoiler, i nostri protagonisti con qualche amico al seguito finiranno per incontrare per davvero il serpente del titolo e saranno guai. Il film è più ancorato alla commedia di quanto ci si possa aspettare e la parte più d’azione, quella dov’è l’anaconda entra in gioco, non ha il budget adatto con effetti speciali non all’altezza. Insomma, visivamente il film è più povero di quanto sia lecito aspettarsi e la parte commedia è troppo pigra. Non voglio dire ogni tanto non si rida a qualche battuta, anche perché con Jack Black e Paul Rudd è difficile, ma il pilota automatico è inserito forte dall’inizio alla fine. Non ci sono particolari guizzi e si arriva ai titoli di coda, o per meglio dire alle scene dopo i titoli, con un pochino di amarezza. Si guarda ma le buone commedie, quelle da guardare e riguardare dove si ride molto, stanno da un altra parte. I camei di lusso non salvano la baracca. Peccato.
recensione di Carmelo Garraffo
Send Help di Sam Raimi (2026)
Raramente leggere “diretto da” tra i crediti di un film mi è sembrato più accessorio. Send Help è un film che non potrebbe essere diretto che da Sam Raimi; le sue impronte digitali sono ovunque, dai primi piani estremi alle soggettive, la violenza da cartone animato e il senso dell’umorismo allegramente sadico. Nessun altro avrebbe potuto realizzare questo film, almeno non in questo modo. Per molti versi, Send Help è il seguito spirituale di Drag Me to Hell nel suo porsi come una favoletta morale su quanto velocemente l’essenza capitalista del “cane mangia cane” possa degenerare in un vero e proprio orrore. Entrambi i film condividono un incipit in comune: una lite per un’ambita promozione lavorativa, stavolta promessa alla sciatta e goffa responsabile di strategia e pianificazione Linda Liddle (da leggere come “little” per una maggiore amplificazione tematica – una clamorosa Rachel McAdams) dal fondatore della sua azienda. Sfortunatamente costui muore prima di poter mantenere il suo voto e quando il figlio, un nepo baby viziato e crudele, prende le redini non vede alcun motivo per onorare i desideri del padre, anzi, cede immediatamente la posizione di vicepresidente promessa a Linda a uno dei suoi vecchi bro della confraternita. Ma Linda è anche un membro di punta del dipartimento, quindi il capo la vuole per un viaggio d’affari in Tailandia a finalizzare un’importante fusione, sempre se l’aereo privato del rampollo non rischiasse di andare incontro a un tempo orribile sull’Oceano Pacifico e, al termine di una tragica sequenza di incidenti, i due non si ritrovassero su un’isoletta deserta come unici sopravvissuti, cosa che chiaramente avviene. A quel punto l’uomo cerca di mantenere i ruoli gerarchici anche in una situazione del genere, ma la sua gamba rimane gravemente ferita nell’incidente, e di certo essere un figlio di papà cresciuto nella bambagia senza alcuna abilità pratica per contribuire agli sforzi della donna per tenerli in vita, non aiuta. Linda, d’altra parte, non è solo un’abile pianificatrice strategica, ma una super fan di Survivors, così ossessionata da riempire il suo squallido appartamento di libri e manuali di bushcraft. Per lei, questa situazione è un sogno divenuto realtà, uno in cui finalmente è lei l’autorità al comando ed è ben felice di sfruttarla con la stessa cattiveria a lei riservata dal capo e i colleghi maschi quando si trovava nella civiltà. Send Help è il primo film di Raimi senza elementi soprannaturali o sovrumani da For Love of the Game del 1999, ma non lascia certo che la sua premessa limiti alcuno dei suoi caratteristici trucchi di regia e tropi visivi. Troviamo geyser di sangue e bava, vomito, jump scare urlatissimi e scambi di battute caustici costruiti attorno alle dinamiche di potere in costante cambiamento tra i due protagonisti mentre tentano di sopraffarsi a vicenda per il controllo delle poche, preziose risorse. Ovviamente Bradley, il capo, fa schifo, e da spettatore inizialmente ho apprezzato l’opportunità che si presenta a Linda di ribaltare la situazione. Ma poi la donna inizia a trattare il giovane despota tanto male quanto lui ha trattato lei, riuscendo nella non semplice impresa di farcelo odiare e contemporaneamente farci sentire dispiaciuti per lui. Non tutto funziona. La sua contorta esplorazione dell’etica interpersonale ricorda un episodio lungo di The Twilight Zone che dopo un po’ comincia a mostrare il filo (ci sarà pure una ragione se tutti odiano l’unica stagione in cui hanno radoppiato la durata degli episodi da 30 a 60 minuti). Mentre i due aspettano che qualcuno li rintracci, il conflitto inizia ad attenuarsi un po’ e a scadere nel prevedibile. Tuttavia, il gran finale riscatta le rigidità della sezione centrale con una conclusione piuttosto riuscita, molto Raimiana. Negli anni successivi a Drag Me to Hell, Raimi ha diretto solo due film, Oz e Doctor Strange in the Multiverse of Madness, progetti che hanno cristallizzato la sua abilità con lavori ad alto budget, ma hanno concesso meno libertà alla sua personalità eccentrica e al suo amore per il grottesco e le gag grossolane a cavallo tra cringe e risate grasse. Possiamo quindi fermarci un attimo e apprezzare il fatto che nel 2026, al netto di una sceneggiatura non proprio brillantissima, Sam Raimi abbia appena realizzato un horror originale e senza compromessi? Non un remake, non un sequel, non basato su un gioco da tavolo o sulla mascotte dei cereali. Un film. Nuovo. Per quelli di noi che speravano che il Raimi della vecchia scuola riemergesse, possiamo esultare.
recensione di Emiliano Zambon
Primate di Johannes Roberts (2025)
Il cold open si apre su un veterinario chiamato a controllare uno scimpanzé domestico di nome Ben che non si sente troppo bene, solo per scoprire a sue dolorose spese che l’animale ha contratto la rabbia. Saltiamo indietro di qualche giorno per seguire un’adolescente mentre torna a casa alle Hawaii dalla sua famiglia e il loro insolito animale domestico. Poco dopo, il padre si assenta per lavoro e lascia alle ragazze (con un gruppo di amiche) la casa tutta per loro, una splendida villa appartata con tanto di piscina a sfioro sulla scogliera. Una delle cose più importanti di Primate è la sua capacità di fondere il classico horror sullo sbrocco degli animali con elementi slasher. Trae chiara ispirazione da Cujo, ma se lì i protagonisti erano in gran parte al sicuro dalle fauci schiumose del cane finché rimanevano all’interno dell’auto, il gruppo di sventurate qui non sono così fortunate. Come avverte la tagline, Ben è “pericolosamente vicino all’essere umano”, il che significa che capisce come utilizzare gli strumenti e gli spazi, e trova costantemente modi creativi (e violentissimi) per colpire la sua preda ogni volta che qualcuno, pubblico compreso, abbassa la guardia. Più lo scimpanzé si ammala, più sembra irradiare una gioia sadica e fin troppo umana. Allo stesso tempo, la sceneggiatura sfrutta il divario comunicativo tra Ben e la famiglia con effetti strazianti. Il primate è quasi in grado di dire loro cosa c’è che non va prima che la rabbia progredisca fino al punto di non ritorno, e il fatto che il padre delle ragazze sia sordo aggiunge un ulteriore livello alla tragedia: vediamo quanto i membri della famiglia riescano a esprimersi attraverso la comunicazione non verbale, eppure Ben rimane isolato nella sua miseria. Anche se forse avrebbe potuto approfondire di più questo tema, è notevole il fatto che l’animale attacchi alla bocca più di una volta durante la sua furia, inclusa la morte più memorabile del film, come a dire che alla fine, forse, tutta la comunicazione perde significato quando la natura decide di prendere il controllo. Questo aspetto tragico della storia non smorza mai la paura o la tensione: Miguel Torres Umba, che interpreta Ben con il motion capture, inizialmente infonde allo scimpanzé un calore che rende la sua confusione febbrile ancora più spaventosa man mano che la malattia prende piede. È una performance straordinaria, che culla il pubblico in uno stato di pio desiderio simile a quello della ragazza mentre si rivolge ripetutamente a Ben nella speranza che qualche parte dell’amico che amava sia ancora lì. Primate premia quel desiderio disperato con morsi brutali, mandibole strappate, bastonate e altro ancora. I film horror sugli attacchi animali hanno subìto una forte oscillazione verso gli squali negli ultimi decenni; è quindi rinfrescante accogliere una nuova interpretazione a questo sottogenere incentrata su un aggressore meno visto, soprattutto uno che non inquadra la sua creatura assassina come intrinsecamente malvagia, ma piuttosto come una vittima sia di un flagello naturale che della stupidità umana. Ben non avrebbe mai dovuto essere messo nella posizione in cui si trova, ma ora che è qui, è dannatamente divertente vedere i danni che più di 100 libbre di muscoli puri possono fare con il cervello in fiamme.
recensione di Emiliano Zambon
Marty Supreme di Josh Safdie (2025)
La classica ossessione americana per la ricerca di legami significativi in una società competitiva che ci chiede di fare il tifo e identificarci con un protagonista che è bravo in qualcosa di cui nessuno a parte lui crede, è un nodo del cablaggio umano che il cinema cocaina di Josh Safdie sfrutta al massimo con Marty Supreme, un’epopea febbrile sull’amore, la famiglia, l’amicizia, il talento, l’ambizione… e il ping-pong. Siamo nel 1952 in una New York brutale e frenetica, dove il frustrato venditore di scarpe Marty Mauser sogna di lasciare l’attività del padre e diventare la prossima superstar americana nel gioco del ping-pong. Sarebbe anche la prima superstar americana in assoluto, dato che nessuno sembra ancora voler prendere sul serio questo sport. Se solo riuscisse a raccogliere i fondi per affrontare l’asso giapponese Endo ai campionati del mondo, prima a Londra e poi in Giappone, potrebbe essere l’occasione giusta per ribaltare la situazione. Ispirato molto, molto vagamente alla reale rockstar del tennis da tavolo Marty Reisman, in realtà ciò che inizialmente sembra essere una storia sul prezzo rovinoso del successo a tutti i costi si rivela, sorprendentemente, qualcosa di più radicato, più profondo e più umile, in parte grazie a Timothée Chalamet e l’incredibile naturalezza con cui si cala nei panni di questo mostro/prodigio, in parte grazie anche all’ottimo cast secondario che eleva e sfida il protagonista nella sua insaziabile ricerca di grandezza e di sé stesso. Marty sembra così ossessionato dai soldi, dal successo e da un’ambizione sfrenata, un perfetto prodotto del paese che rappresenta, che per lui ogni persona è un mezzo per raggiungere a qualunque costo i suoi obiettivi, anche a costo di mentire, manipolare, tradire. Eppure il suo rifiuto di scendere a compromessi o di limitarsi in qualsiasi modo non è solo mera ambizione; è una gioia propulsiva di vivere che riempie ogni fotogramma. La colonna sonora caratterizzata da un improbabile mix di pre-rock ‘n’ roll e synth-pop ghiacciato anni ’80 si incrocia con una regia senza fiato che in qualche modo riesce a rendere una giornata tipo di Marty, e i confronti a ping-pong ancora più esaltanti di una gara di Formula 1. Questa è una storia sul vivere una vita straordinaria, comunque tu possa definirla. Un film sul vivere pienamente e senza paura, privo del cinismo dei lavori precedenti di Safdie, con un respiro più da cinema classico in qualche modo in debito con i padri putativi di New York come Ferrara, Scorsese e Cassavetes, dove le persone si feriscono a vicenda ma si amano anche così tanto che il loro cuore -e il nostro- sembra sempre sul punto di scoppiare.
recensione di Emiliano Zambon


