
VIDEO NASTY è un termine coniato in Inghilterra negli anni 80 dal comitato censura per indicare i film da VHS che avevano un contenuto violento o comunque mal visto.
Questa rubrica parla di cinema ed è a cura di Carmelo Garraffo ed Emiliano Zambon.
Se vuoi proporci un film da recensire o collaborare con noi, scrivi a redazione@grindontheroad.com
LEVITICUS di Adrian Chiarella (2026)
Se siete soliti bazzicare pagine o siti internet che parlano di cinema di genere sapete che Leviticus è un film horror di cui si è parlato abbastanza nel sottobosco dei fan di cinema di genere, messo nel gruppone delle cose migliori arrivate quest’anno, come Obsession, Backrooms e Hokum. Negli Stati Uniti è uscito a giugno e nel nostro paese sarebbe dovuto arrivare a luglio. con una campagna marketing già partita. Non si è capito come mai a un certo punto il film è scomparso. Ora, io non so dirvi il perché, se sia per questioni realmente burocratiche (si dice che verrà recuperato in un imprecisato 2027) o se, a pensar male, le “colpe” siano da ritrovasi negli argomenti trattati dal film. Se vogliamo dirla in modo molto ma molto semplice potremmo definire brutalmente Leviticus un IT FOLLOWS in salsa Queer. Cosa vuol dire? se vi ricordate il bellissimo film di David Robert Mitchell, che lanciò la carriera di Maika Monroe, i giovani protagonisti si trovavano ad affrontare una minaccia quasi invisibile dove loro, e solo loro, vedevano delle figure misteriose, col visto di persone normali, avvicinarsi per ucciderli. Era una metafora sulle paure generazionali dei giovani dell’epoca, e non solo, che si muoveva in modo molto intelligente. Leviticus è più o meno la stessa cosa, con una minaccia quasi identica, che va incontro ai nostri protagonisti con la faccia di persone a loro vicine. Ovviamente qui non si parla di generazione giovanile ma di altro, di giovani queer che vivono in una piccola società chiusa che non solo non li accetta, costretti a nascondersi, ma che li obbliga a subire pratiche di conversione, che si tramuteranno in maledizione. È facile intuire le implicazione politiche e religiose che il film vuole comunicarci in modo sicuramente molto intelligente. È girato con gusto, visivamente buono e con una coppia di attori protagonisti veramente molto bravi. Tratta in modo molto intelligente e per nulla retorico e banale le tematiche al suo interno, ma nonostante tutte le buone intenzioni non riesce a stupire quanto vorrebbe, per colpa della somiglianza troppo marcata con IT FOLLOWS, apparendo come una variazione sul tema. Non è uno di quei difetti capace di rovinare un film ma, semplicemente, depotenzia un po’ quello che succede sullo schermo, con un certo senso di già visto che non rende giustizia a tutto il resto. Lo consiglio nonostante tutto e più che lamentarmene mi rimane più che altro il rammarico di un film che non riesce al 100% ad essere forte quanto meriterebbe. Dateci un occhiata, Sempre che decidano di farlo uscire davvero.
recensione di Carmelo Garraffo
COLONY di Yeon Sang-ho (2026)
Secondo film e secondo consiglio che scompare dai nostri listini. COLONY è il nuovo horror zombie movie dal regista del bellissimo TRAIN TO BUSAN, il coreano Yeon Sang-ho. Presentato a Cannes, con gli applausi dei fan del genere, sarebbe dovuto uscire nel nostro paese in un imprecisato “fine estate” per poi scomparire senza una reale data. Si dice che possa arrivare a fine anno ma sinceramente non si trova nessuna informazione precisa a riguardo. Comunque. Se avete visto TRAIN TO BUSAN sapete di come quel film sia stato il capostipite di quello che possiamo definire lo “zombie coreano”, che abbiamo visto in seguito in molte altre salse. Tra le altre cose, casomai non lo abbiate mai visto, il 2 SETTEMBRE 2026 TRAIN TO BUSAN arriverà in Italia per la prima volta in sala. Bello? Bellissimo. Se non fosse che alla sua uscita TRAIN TO BUSAN fu effettivamente acquistato per il nostro paese per poi venire sparato in PRIMA VISIONE su Rai 4 senza arrivare mai in sala. Una vergogna. A distanza di anni il nostro paese sembra non aver imparato niente e infatti dell’uscita di COLONY non si sa molto, nonostante i diritti acquistati. Comunque. Di fatto COLONY è un nuovo, adrenalinico film in cui Yeon Sang-ho prova a reinventare, ancora una volta, la figura degli zombie. Ci riesce? oh si se ci riesce. In questo caso, va detto, il nostro non reinventa la ruota. Colony parla di un manipolo di personaggi rimasto chiuso all’interno di un palazzo, costretto a collaborare per riuscire a uscirne vivi. Troviamo ovviamente un gruppo eterogeneo che, come si usa in questi casi, rappresenta un po’ la società tutta. Quindi dal giovane al meno giovane, dal ricco al meno ricco, dal buono all’inevitabile meno buono. Ci troviamo davanti ad azione, gente che scappa e muore male in una serie di scene che si inventano di tutto, in un contesto preso d’assalto da una nuova forma di zombie dalla mente alveare. Come ho detto il film non tenta di reinventare la ruota, non riesce ad essere davvero seminale come il capostipite diretto da Sang-ho, ma fa praticamente tutto nel modo giusto. Riesce a intrattenere, ad essere divertente, a far commuovere e ad essere inaspettato più di quanto in effetti ci si potrebbe aspettare. Al momento sta girando diversi festival internazionali e si spera che riesce magari a passare anche nei nostri, tipo a Trieste o a Torino. Anche in questo caso il mio consiglio è di darci un occhiata, se ci riuscite.
recensione di Carmelo Garraffo
THE LAST HOUSE di Louis Leterrier (2026)
Che mese orrendo è Agosto? fa caldo, escono pochi film e, sopratutto, c’è dentro il mio compleanno, che voglio dire, invecchiare fa schifo. Per il mio terzo film devo rifugiarmi in un uscita che, sinceramente, non consiglio, Ma oh, leggere una stroncatura può essere divertente e può salvarvi una serata da un film molto brutto. tanto poi ci sono altri consigli, quelli di Emiliano, che so contengono roba buona, fidatevi di lui. Comunque, questo mese, ho visto su Netflix THE LAST HOUSE di Louis Leterrier, un regista che potremmo definire un buon mestierante. Uno che ha in curriculum il primo Now You Sei Me (2013), Fast X (2023) e The Transporter (2002), roba onesta. Sbarca su Netflix con un horror di sopravvivenza che di horror ha poco e di sopravvivenza “mamma mia”. L’idea non è neanche male. Una famiglia rimane chiusa in casa a causa di una misteriosa pioggia che gli impedisce, letteralmente, di uscire. Finestre e porte sono sbarrate e a guard fuori sembra che tutto il vicinato sia nella stessa situazione o, chissà, forse tutto il mondo. Si prosegue bene per i primi minuti, con la paura dell’ignoto e i primi modi di organizzarsi per riuscire a sopravvivere a una situazione che si spera duri poco ma che, inevitabilmente, finisce per durare parecchio. È un peccato che da li in poi la gestione di qualsiasi cosa sia scritta da un persona con evidenti problemi. È uno di quei film dove ogni personaggio, e sono pochi, diventa subito insopportabile, sia per carattere sia per scelte fatte che hanno sempre meno senso. Poi ci si mette la scrittura a far succedere cose che, anche qui, non hanno alcun senso con una sceneggiatura che insiste su certi particolari in un modo che, si intuisce, dovrebbe essere utile al racconto che cerca di suggerisci tra righe anche altro. Nel senso, per buona parte del film il capofamiglia trova un modo totalmente irreale e improbabile per riuscire a catturare degli animali che gli piombano in giardino. Va bene la prima volta che, non si sa come, a suon di carrucole e corde, fa uscire dal camino una trappola per animali e catturarne uno subito dopo (mostrandoci la morte in un modo abbastanza gratuito). Va meno bene le successive.. 10? forse anche di più, volte in cui uccide di tutto, uccelli, volpi, conigli e chi più ne ha più ne metta in una serie di sequenze sgradevoli per diversi motivi tra cui il “non è divertente insistere sulle uccisioni di animali” e “possibile che vicino alla tua finestra passino per anni zoo interi che continuano a cadere nelle tue stupidisse trappole? A un certo punto ho cominciato a pensare che la storia volesse raccontarci la metafora di una società composta da persone orrende che fanno scelte orrende e che si comportano in un modo completamente insensato. Che potrebbe avere anche senso se non fosse che stiamo parlando di una famiglia composta da madre, padre e due figli che alternano momenti di tenerezza e collaborazione a momenti che non si capisce perché dovrei stare qui a vedere questo film fatto di scelte sbagliate. Si va avanti per inerzia, urlando spesso al televisore “ma perché”? senza che nessuna risposta arrivi mai. Poi, a un certo punto, il film finisce con un twist e una scelta narrativa che trovo completamente incomprensibile. Non so se andare dritto con gli spoiler e divertirmi davvero o se evitare perché, chi lo sa, c’è un sacco di gente che prova piacere nel farsi del male. Comunque, per fare un esempio, è come se in un film di Halloween, dopo che per tutta il tempo Michael Mayers ci ha braccato e ha ucciso tutto il nostro vicinato, una volta li, a pochi metri, con il coltello in mano, a una nostra frase che potrebbe suonare tipo “guarda zio, mi spiace che ti sei preso male” lui si fermi e ci dica “sei veramente una persona gentile” e ti lasci andare. Forse ho fatto spoiler senza voler fare spoiler? non ha importanza. Non guardate questo film.
recensione di Carmelo Garraffo

TEENAGE SEX AND DEATH AT CAMP MIASMA di Jane Schoenbrun (2026)
Teenage Sex And Death At Camp Miasma è il nuovo slasher-meta-queer scritto e diretto da Jane Schoenbrun con l’ambizioso obiettivo di decostruire e contemporaneamente rendere omaggio al genere. Interpretato da Hannah Einbinder nei panni di una regista emergente incaricata di dirigere un reboot della popolare saga slasher “Camp Miasma”, una “IP zombie” con un problematico passato di posizioni transfobiche da cui lo studio desidera disperatamente affrancarsi in modo da poterne trarre nuovamente profitto. Mentre elabora la sua idea, la donna incontra la “final girl” del primo capitolo (Gillian Anderson), che ora vive in isolamento nel campeggio dove sono stati girati i film. Teenage Sex And Death At Camp Miasma (d’ora in avanti TSADACM) è il lavoro più accessibile di Schoenbrun fino ad ora, il che non vuole necessariamente dire che si tratti di un film semplice. La storia è composta da metafore stratificate con una forte dose di surrealismo che aumenta nel terzo atto quando i piani della percezione si mescolano e la protagonista sembra finire letteralmente all’interno di un capitolo di Camp Miasma di sua stessa realizzazione. Dal nome del killer “Little Death” (un riferimento al modo di dire francese “la petite mort” che descrive la sensazione post-orgasmo) alla messa in scena intenzionalmente evidente nel set del campeggio (neve finta, fondali dipinti), molti sono gli elementi ammiccanti, compresi i riferimenti in piena vista ai suoi padri putativi, a volte citandoli addirittura per nome. Tuttavia, dire che si tratta di un film nel film sarebbe un modo tanto accurato quanto semplicistico nei confronti del processo di decostruzione. Mentre il lavoro precedente della Schoenbrun, I Saw The TV Glow, riguardava principalmente l’identità e la repressione, TSADACM riguarda il desiderio e la repressione. Metafore più esplicite, come l’ossessione della protagonista per le caramelle e l’amore per lo slasher erotico anni ’80 (tante penetrazioni!), si sposano agli elementi surreali per esplorare il proprio disagio nei confronti dell’intimità e del piacere sessuale. Trova uno spirito affine nell’attrice veterana, che ha scoperto il modo di gestire la propria sessualità dopo il trauma dell’esperienza sul set attraverso una strana connessione psichica con Little Death, perché le cose che vediamo accadere alle due donne sono reali quanto loro vogliono che lo siano, amplificate dalle loro esperienze personali. L’alchimia tra Einbinder e Anderson sfrigola sullo schermo e la weirdness della situazione rende il loro legame ancora più magnetico. Una relazione sincera, ostacolata da una serie di personaggi secondari, sia nel mondo reale che nel film proiettato dalle due, che colpiscono tropi e stereotipi che servono come carne da cannone per le stoccate umoristiche e per la lancia di Little Death. Per coloro che si chiedono invece se fa paura, la risposta è no. Sebbene tecnicamente sia un horror, la storia si basa sull’introspezione e la tensione sessuale, non sullo spavento. Gli elementi horror vengono esplicitati con largo anticipo e volutamente esagerati come omaggio al genere, mentre il sangue che sgorga dalle vittime del killer sembra il ripieno di una delle tante caramelle che Einbinder divora durante il film, e la follia omicida di Little Death non si accompagna a un’inquietante colonna sonora in stile John Carpenter ma da una ballata soft rock. Sono scelte come queste che minano la violenza con l’umorismo pur donando ai fan dell’horror una buona dose di elementi caratteristici. Il nuovo lavoro della Schoenbrun è un film che potrebbe alienare e irritare il grande pubblico per la sua natura estremamente peculiare, ma i fan degli slasher e dell’horror queer credo lo adotteranno come un nuovo classico istantaneo.
recensione di Emiliano Zambon

THE END OF OAK STREET di David Robert Mitchell (2026)
È sempre più raro, oggi, lasciarsi sorprendere da un film. Tra teaser, trailer, Internet, proiezioni/recensioni anticipate, è difficile mantenere ancora un vero e proprio effetto sorpresa. The End of Oak Street di David Robert Mitchell fa del suo meglio per ribaltare la situazione settando inizialmente un tono rassicurante e spielbergiano che omaggia quei film prodotti dalla Amblin negli anni ‘80 ambientati nella suburbia americana, quella in cui in cui si gioca a pallone, si guida la bicicletta, si grigliano hamburger in giardino e il soffice aroma di torte di mele si propaga dalle finestre aperte delle cucine. Le cose prendono davvero una svolta quando, inspiegabilmente, nel cuore della notte tutto il quartiere viene teletrasportato 150 milioni di anni nel passato. All’improvviso niente più elettricità, né acqua, né telecomunicazioni. Peggio ancora, indovina chi viene a cena? Dinosauri ovviamente, per di più tra i più stronzi mai visti. È qui che invece di adagiarsi nell’avventura all’insegna dello stupore e della meraviglia condita con un po’ di tensione e pericolo in stile Jurassic Park, The End of Oak Street cambia completamente registro in un vero e proprio survival-horror. I vicini vengono fatti a pezzi, i corpi ricoprono strade un tempo amichevoli e la morte vaga a ogni angolo. Il fine lavoro di regia e di gestione degli spazi urbani fanno un ottimo lavoro, tra versi misteriosi tutto attorno, movimenti strascicati tra i cespugli, lampi di orrori sconosciuti che scivolano oltre le siepi, invisibili sullo sfondo: tutto contribuisce a un crescente senso di tensione. Il cambiamento tonale si sviluppa in modo ponderato ed efficace, scivolando nell’incubo mentre una famiglia da Mulino Bianco combatte per la sopravvivenza, ma anche tra di loro, quando alcune crepe personali iniziano a rompersi sotto le pressioni della nuova realtà. Forse sono questi i momenti più efficaci del film, quando di fronte al terrore che li circonda, il gruppo fatica più a collaborare tra di loro che contro i carnivori che cercano di divorarli. Anne Hathaway e Ewan McGregor vestono perfettamente i ruoli di coppia divisa che lotta contro le difficoltà per salvare la propria famiglia: lei con un tenace istinto di sopravvivenza, lui affidandosi a una implacabile positività flandersiana, del tutto incongrua e in definitiva inutile considerata la carneficina che li circonda. Le prestazioni dei ragazzini sono altrettanto buone, anche se a volte un po’ legnose, ma colmano il divario tra il puro terrore della madre e il desiderio di credere alle promesse sempre più vuote del padre. C’è sicuramente bisogno di un po’ di sospensione dell’incredulità, ma le performance sono abbastanza forti, il ritmo abbastanza serrato e la tensione abbastanza palpabile da indurre il pubblico ad allacciarsi le cinture e lasciarsi andare. The End of Oak Street è una voce fuori dal coro nell’era dei mega blockbuster; con un budget di circa 60 milioni di dollari, non è certo un colosso come i film di supertizi o i vari Fast And Furious. I suoi personaggi sono il fulcro, e guidati da una sceneggiatura solida che non lesina sull’elemento umano, l’avventura diventa un viaggio emotivo oltre che un riuscito horror. È divertente, brutale, ha un ritmo vivace, pochi momenti sprecati, un cast eccellente, una regia ordinata e un finale moralmente ambiguo tutt’altro che rassicurante e scontato. Il miglior tipo di blockbuster estivo che si possa desiderare.
recensione di Emiliano Zambon
PASSENGER di André Øvredal (2026)
Passenger parla di una coppia che abbandona una agiata vita borghese in quel di New York per trasferirsi in un camper e vivere per strada. In base a ciò che apprenderemo su di loro in seguito, però, non avrebbero mai dovuto farlo. Non solo perché c’è in giro un autostoppista demoniaco che prende di mira chiunque si fermi di notte finché questi, sostanzialmente, non muore male. È anche perché i due, dolorosamente insipidi, hanno un grosso problema di comunicazione (lei cresciuta in una serie di orfanotrofi e desidera stabilità; lui viene da una famiglia violenta, quindi avverte un bisogno irrequieto di continuare a spostarsi, di credere che casa non sia un posto ma il luogo dove si trova il cuore, tuttavia non discutono di queste divergenze fino a poco prima dall’inizio della loro nuova vita e a quel punto, è quasi troppo tardi), ma soprattutto perché né le interpretazioni né la sceneggiatura riescono a instillare il benché minimo magnetismo di coppia. La maggior parte di questi film sono ambientati in abitazioni sinistre, edifici fatiscenti o quartieri infestati. Questo è un road movie e si svolge in una casa mobile stregata. Nonostante il contesto in continua evoluzione, però, i due rimangono personaggi così sciapi che ho faticato a provare la minima empatia nei confronti della loro situazione. Il tutto porta a un climax roboante e deludente che offre poche spiegazioni e ancor meno emozioni, accompagnato da needle drops a tema road e Demonio telefonatissimi, da The Passenger a Evil Got A Hold On Me. È sorprendente che questo film sia così scadente. André Øvredal, ha realizzato diversi horror notevoli da quando ha esordito con il divertente Trollhunter. Solidi sforzi come The Autopsy of Jane Doe, Scary Stories To Tell In the Dark e The Last Voyage Of The Demeter dimostrano che può fare molto con un budget di medio livello. Passenger sembra un passo indietro rispetto agli altri lavori (anche se a onor del vero non del tutto per colpa sua: le sequenze di paura sono gestite in modo piuttosto efficace, anche con un paio di trovate niente male, e con il regista che sa bene come riprendere l’oscurità in modo sempre ordinato e comprensibile). La cosa più problematica tuttavia si rivela la gestione del tema dell’opera che, guidato dall’iconografia cristiana e dal racconto ammonitore demoniaco, suggerisce che le persone dovrebbero semplicemente acquistare casa e mettere su famiglia. La lezione qui è che stili di vita alternativi possono esporci al pericolo. Le persone che scelgono invece di sistemarsi e conformarsi, come alla fine decidono di fare quei babbi dei due protagonisti, saranno al sicuro. Ma coloro che vogliono vivere una vita diversa rischiano di affrontare il male proveniente da persone sconosciute là fuori, e l’unico modo per combatterlo è attraverso la fede. Questo takeaway straordinariamente conservatore e xenofobo avrei potuto persino trascurarlo se scrittura e recitazione fossero state migliori, ma i problemi con Passenger iniziano con una sceneggiatura dannatamente pigra e si estendono da lì.
recensione di Emiliano Zambon


