
Uno dei paradossi, e belli, ci mancherebbe, della musica contemporanea, è forse il fatto che da uno dei paesi più freddi e, per molti mesi dell’anno, inospitale, provengano artisti e dischi che fanno del trasporto emotivo una importante ragion d’essere e, va detto, questo riesca loro apparentemente naturale. Si parla, ovviamente, dell’Islanda e non c’è bisogno di fare l’elenco dei singoli musicisti, gruppi e compositori che vanno a comporre questo universo caratterizzato da sperimentazione, atmosfere rarefatte e, perché no, silenzi magari interrotti da piccoli rumori e scricchiolii. A questo elenco da un lustro circa si è iscritto anche il polistrumentista Gísli Gunnarsson che ricordiamo in collaborazione con Alcest nella sua “Wings of Glass” e in seguito a cori, arrangiamenti e altro nell’ultimo disco del duo francese Les Chants de l’Aurore. Altre collaborazioni che possono essere annoverate, quelle con Georg Holm (Sigur Rós), Mat McNerney (Hexvessel, Grave Pleasures), e Laufey Soffía (Kælan Mikla) nel precedente LP Mementos. Gunnarsson si fa volentieri ricordare per quel pregevolissimo EP del 2020 che portava il titolo di Birds of Prey (quattro finissimi pezzi di piano e poco altro, di alta ispirazione). Lo ritroviamo adesso con Úr Öskunni, disco raffinatissimo ed elegante e, pure questo, a tutti gli effetti bello. Sarà pertanto più interessante spiegare perché un bell’album vada a meritarsi il voto più basso nella seppur breve carriera di recensore dello scrivente.
Úr Öskunni nasce da un trauma, ossia l’abbandono forzato da parte di Gísli e famiglia della propria casa a Grindavik in seguito alle eruzioni vulcaniche di due anni fa. Ecco quindi cosa porta con sé quella parola “Heima” (“a casa”, in islandese) che dà il titolo al pezzo che apre il disco e che intriga fin dalle sue prime note, aprendoci un intero panorama di prospettive, dalla geografia ben chiara e dal naturalmente sfumato orizzonte. Arpeggi, piano, archi, elettronica che sembra tributare il grandissimo e compianto Jóhann Jóhannsson (che architettò la magnifica colonna sonora dell’altrettanto magnifico Arrival di Denis Villeneuve), in sapiente mix capace e abile di smuovere emotivamente. “Lúpina” risente di quegli scricchiolii, di quei disturbi che hanno caratterizzato i migliori e più memorabili album dei Múm ed è un pezzo dolcissimo nel quale si fa dialogare corde e tasti trasportandoci su onde sonore di elevato spessore. È dal terzo pezzo che, forse e però, si svela l’inghippo e questo accade in coincidenza con l’esordio della voce, essendo le precedenti tracce strumentali. Intendiamoci, Gísli Gunnarsson è un più che eccellente musicista, capacissimo di utilizzare con padronanza strumenti, orchestrazioni, voce, arrangiamenti e tutto il resto. “Andlitin í Berginu”, questo il titolo del pezzo, come altri successivi porta eccessivamente con sé riconoscibilissime di Sigur Rós, Alcest e lo fa nella struttura, negli accenti, nelle progressioni tipicamente goreckiane. Forse “Heima” e “Lúpina” ci avevano illusi, permettendoci di gettare il nostro sguardo dentro spazio intimo e privato e personale mentre qua, e ripetiamo, nella bellezza evidente dei singoli movimenti e delle successioni di note, emerge ben poco di personale, qualcosa che ricorda un mero esercizio di stile. “Glókolla”, come dopo “Þjófagjá”, sono nuovamente composizioni piacevoli e godibili, persino belle, di nuovo, appunto, ma non ci si muove di un passo dal proporre il post-rock arioso (anche distorto nella seconda) che di altri è marchio identitario. Si prosegue con l’ascolto degli altri pezzi, ogni tanto si coglie qualche sprazzo she smuove ma si arriva alla traccia finale, “Þar sem vindurinn þekkir nafn mitt”, con una sorta di rammarico, più che di delusione.
Gunnarsson porta con sé un’importante dote di preparazione, sia tecnica che compositiva, e ha di certo imparato benissimo la lezione da chi lo ha preceduto sui territori e nelle espressioni che lui si trova ad abitare in questo Úr Öskunni. Lezioni pregne di bellezza e di maestria ma che diventano l’unico metro con il quale il polistrumentista islandese si misura e misura la sua proposta. Non c’è spazio, o quasi, per slanci di ricerca e innovazione e il musicista sembra solamente esercitarsi su un canone. Questo è un enorme peccato, vista appunto la bravura che Gísli ha mostrato anche in passato e che qua ci fa scorgere socchiudendo qua e là le imposte. Un disco che scorre, nemmeno troppo, lasciando poco o niente all’ascoltatore, se non quel rammarico menzionato sopra. Peccato.
(By Norse Music, 2025)
1. Heima
2. Lúpína
3. Andlitin í Berginu
4. Aska
5. Glókolla
6. Söknuður
7. Þjófagjá
8. Álftavatn
9. Tómarúm
10. Þar sem vindurinn þekkir nafn mitt


