
Liberi da vincoli gravitazionali, difficili da individuare, titolari di orbite imprevedibili, con un passato probabilmente tempestoso e un futuro tutto da scrivere… tra tutti i corpi che popolano gli spazi interstellari, i pianeti erranti sono da tempo uno dei misteri che incuriosiscono e tormentano le legioni degli astronomi che scrutano quotidianamente il cielo, nel loro lavoro di ricerca di tutto ciò che crea anomalie nell’apparente ordine che sovrintende l’Universo e le sue leggi. In attesa di interpellare gli eventuali abitanti di siffatti mondi su come si possano condurre esistenze che prescindano dai ritmi regolarmente scanditi da una stella guida, per il momento è forte la tentazione di immaginare una sorta di dimensione eroicamente pionieristica, dove ricerca e sperimentazione siano libere di dispiegarsi senza condizionamenti esterni. Anche sotto le metal-volte, a dispetto della perenne ricerca di rassicuranti schemi interpretativi che consentano di ordinare in generi e sottogeneri la sterminata messe di lavori che inondano quotidianamente l’etere, i radar e i telescopi pentagrammatici si devono in qualche caso arrendere all’evidenza, ammettendo che un artista si è spinto a tal punto oltre i confini dei canoni sonori attesi e consolidati da sfuggire a qualsivoglia possibilità di rassicurante catalogazione.
Tra i più autorevoli candidati al ruolo di metal-pianeta errante per antonomasia, da oltre vent’anni il moniker The Ruins Of Beverast offre un approdo sicuro a tutti i viaggiatori in cerca di una declinazione dell’oscurità che travolga gli schemi dell’ortodossia di genere e si avventuri su sentieri poco battuti se non del tutto inesplorati. Nonostante una parte della critica si ostini a collocare il nocchiero del vascello Alexander von Meilenwald in orizzonti black e doom, infatti, il mastermind di Aquisgrana ha da tempo allargato i propri orizzonti creativi raccogliendo sfide sempre più impegnative in ogni release e uscendone puntualmente vincitore. Beninteso, black e doom sono tuttora componenti significativi e imprescindibili della pozione magicamente distillata (i quindici anni precedentemente spesi alle pelli dei Nagelfar non si cancellano con un tratto di penna), ma, fin dagli esordi del nuovo progetto e con un’accelerazione sempre più rilevante a partire dal complesso e articolato Blood Vaults – The Blazing Gospel of Heinrich Kramer del 2013, il calderone già fumante si è arricchito a dismisura di ingredienti in arrivo da svariati (e spesso sorprendenti) quadranti sonori. Già in sede di recensione del magnifico The Thule Grimoires avevamo evidenziato i più che riusciti innesti gothic e una vena tribalistica/sciamanica che, partendo da ascendenze neurosisiane, lambiva territori intrisi di una maestosità quasi liturgica e da quelle stesse prospettive i The Ruins Of Beverast scelgono di ripartire per il settimo capitolo della loro discografia, dopo cinque anni di raccoglimento ottimamente spesi. Fedele alla tradizione, però, anche questo Tempelschlaf inserisce elementi di novità che, senza stravolgere i tratti caratteristici di quello che possiamo ormai considerare un marchio di fabbrica, amplia ulteriormente il raggio d’azione della proposta e, più che auspicabilmente, la platea dei potenziali fruitori, complice un tasso di fruibilità decisamente superiore rispetto al passato. Innanzitutto, si conferma una straordinaria capacità di gestione del binomio strappi black/cadenze doom, che in mani improvvisate finisce sempre per generare un fastidioso effetto acqua/olio con relativo deficit di amalgama e che qui invece si sublima in un unicum narrativo che alterna impeccabilmente monoliti oscuri, cavalcate telluriche e improvvisi abbandoni in cui filtra una luce quasi crepuscolare. L’altra ottima notizia è la conferma delle suggestioni darkwave e post-punk che avevano impreziosito il predecessore, se possibile ancora di più e meglio integrate nel corpo dei brani al punto da diventare un’imprescindibile macchina scenica che contribuisce in maniera decisiva all’organizzazione dei fondali e alla creazione delle atmosfere. Evidentemente non pago di un banchetto già così pantagruelicamente apparecchiato, von Meilenwald cala oltretutto ulteriori, magistrali carichi da novanta, da una patina psych chiamata a posarsi sui passaggi più visionari a un’attenzione per le melodie decisamente più marcata rispetto al passato, il tutto accompagnato ed esaltato dalla miglior prova al microfono dell’intera discografia, tra appuntite incursioni in scream, qualche inabissamento growl e parti clean sempre opportunamente spese, con nota di merito particolare per la modalità voce narrante. Sette tracce dal minutaggio sostenuto per un ascolto complessivo di poco inferiore all’ora, Tempelschlaf si apre con un’opener straordinariamente multicolore e in questo senso potenzialmente spiazzante, tra un avvio solenne, inattesi illanguidimenti quasi depechemodiani, ritmi che tornano a incalzare e un finale che rispolvera un assolo di scuola hard rock. Giusto il tempo di riprendersi dall’eventuale shock e la successiva “Day of the Poacher” rincara la dose scatenando una tempesta caoticamente convulsa, ma, proprio quando il dna del brano sembra graniticamente delineato, ecco un inserto dai toni epici che rimette in discussione il colore complessivo del pezzo. Dopo una coppia di episodi traboccanti di effetti (relativamente) speciali, era pressoché inevitabile un rientro in atmosfere più dense e oscure e “Cathedral of Bleeding Statues” provvede perfettamente allo scopo apprestando un cerimoniale dalle movenze liturgiche iniettato di vapori gothic, dove si esaltano le due devozioni più sentite del mastermind, Type O Negative e Fields Of The Nephilim. Detto di una “Alpha Fluids” un po’ troppo appiattita sugli stilemi black faticando a mantenere teso il filo della tensione, il volo riprende subito quota con “Babel, You Scarlet Queen!” che, al contrario, riesce a incendiare la materia black combinandola con oscuri richiami in arrivo da dimensioni ultraterrene. E se già arriva ancora più vicino al centro del bersaglio una traccia come “Last Theatre of the Sea”, con le sue divagazioni folk-orientaleggianti e un incedere che, considerato anche il titolo, non sfigurerebbe in un ipotetico pantheon di quel nautik doom di cui sono capofila gli Ahab, l’ora dell’apoteosi scocca con la conclusiva e monumentale “The Carrion Cocoon”, avvolta da spire cosmic che si affacciano su accattivanti balconi post- prima di decollare per un viaggio tra i grandi spettacoli dello Spazio, in un inestricabile e poetico connubio di meraviglia e inquietudine.
Architetture ardite che intercettano e riflettono colori in caleidoscopica combinazione, stati di trance che preparano approdi onirici in cui smarrire il senso dei vincoli spazio-temporali, Tempelschlaf è l’ennesima prova di forza qualitativa di un moniker che sembra non conoscere altra dimensione oltre quella dell’eccellenza. Il 2026 sta ancora muovendo i primissimi passi, ma la sensazione è che l’orma dei The Ruins Of Beverast sia già indelebilmente scolpita, nei consuntivi di fine anno.
(Ván Records, 2026)
1. Tempelschlaf
2. Day of the Poacher
3. Cathedral of Bleeding Statues
4. Alpha Fluids
5. Babel, You Scarlet Queen!
6. Last Theatre of the Sea
7. The Carrion Cocoon


