
Prendete cinque ragazzacci perennemente incazzati come bestie, il sole e il caldo della California, un artwork che potrebbe tranquillamente essere la futura copertina di GTA VI e un suono duro come un pilone di cemento armato. Immaginate poi un contesto in cui “fuck you” risulti sempre e comunque l’espressione più idonea per far valere le proprie ragioni e, infine, aggiungete una montagna di muscoli a tutto ciò che vi viene in mente. Cosa otterrete? Ma un disco dei Lionheart, naturalmente.
È con gioia che siamo oggi a presentare Valley of Death II, ultima fatica del gruppo originario di Oakland, che arriva al ventiduesimo anno di attività sventolando fieramente, per l’ennesima volta, la bandiera dell’hardcore più cafone, chiassoso e maleducato possibile. Formatisi nel 2004, i Lionheart incarnano infatti al meglio l’idea del beatdown hardcore, quel suono tipicamente americano caratterizzato da una commistione più o meno velata col thrash e col death metal, in cui gli elementi cardine dei brani sono chitarre ribassate, riff semplici, basso in primo piano e un uso smodato di breakdown spezzacollo. In questo senso i californiani sono influenzati – e a loro volta influenzano, dal momento che parliamo di un nome di un certo peso nella scena – dai principali riferimenti americani (Madball, Hatebreed, Stick To Your Guns, First Blood o i sempreverdi Terror) e australiani (Deez Nuts, Blindside, Denial, Primitive Blast). Il risultato è esattamente quello che ci si aspetta e che si spera di ottenere: una ventina di minuti di puro divertimento, di sfogo, di voglia di frantumarsi le ossa nel mosh più selvaggio per dimenticare per una notte le difficoltà del quotidiano. In questo senso, oltre ai riferimenti stilistici di cui sopra, i Lionheart inseriscono un paio di inserti tamarrissimi quali latrati di cani sulle note di “Aw, yeah, all my dogs bark with me” (“Chewing Through the Leash”), un cantato lamentoso dalle tinte lugubri, degno di un uomo distrutto dal whiskey nei peggiori sobborghi di Oakland (“No Peace”) e sirene della polizia in lontananza. Passando ai testi, questi sono decisamente semplici eppure più che divertenti, con la “Valley of Death” del titolo a fare da sfondo a ciascun brano, in puro stile american hardcore. Da ultimo vogliamo sottolineare, nella già citata “Chewing Through the Leash”, la presenza di Matt Honeycutt, voce dei texani Kublai Kahn, oltre che di Kevin Skaff, chitarra degli A Day To Remember, che regala l’unico assolo del disco nella conclusiva “Death Grip”.
Che dire, i Lionheart si confermano nuovamente paladini di una ricetta ormai più che collaudata: un hardcore cafone, divertentissimo e senza la pretesa di prendersi troppo sul serio, in grado di dare il massimo in sede live. Un disco da ascoltare a ripetizione prima di andare a discutere l’aumento con il proprio capo, prima di sfidare in panca piana il più grosso della palestra, provando il record dei jalapeños più piccanti in una bettola messicana o per trovare il fegato di andare a chiedere alla più carina della scuola se le va di uscire, rigorosamente presentandosi con una maglietta dal logo improbabile e dalla grafica piena di carcasse putrescenti. È quello che volevamo dai Lionheart ed è quello che abbiamo avuto. Long live hardcore.
(Arising Empire, 2026)
1. Bulletproof
2. Chewing Through the Leash (feat. Kublai Khan TX & Matt Honeycutt)
3. Ice Cold
4. Valley Of Death II
5. No Peace
6. Roll Call
7. Salt the Earth
8. Release the Dogs
9. In Love with the Pain
10. Death Grip (feat. A Day To Remember)


