
Se c’è un genere in cui i francesi si sono sempre rivelati interpreti d’eccellenza, beh, quello è il post-hardcore. Un genere che nasce e vive in spazio di tensione, un luogo emotivo in cui gli opposti non si annullano ma convivono, si sfiorano e spesso collidono, che trova tutta la sua struggente bellezza nell’estetica del conflitto. Presentiamo oggi un album che incarna al meglio l’ossimoro su cui il genere si fonda e che, lo diciamo sin da subito, permette agli interpreti di inserirsi a pieno titolo nel novero dei suoi interpreti migliori: Le Sang des Pierres dei Gros Enfant Mort. Il gruppo, nato a Poitiers come progetto solista di Alexis Sebastian, si è ben presto tramutato in un ensemble di più ampio respiro, arrivato alla prima vera prova discografica nel 2022 con l’ottimo La Banalité Du Mal. A distanza di quattro anni i francesi tornano dunque sulla scena, riprendendo le fila da dove erano rimasti ma evolvendo sensibilmente la proposta nelle direzioni più disparate.
Partendo dall’aspetto lirico, i testi di questo Le Sang Des Pierres nascono come appunti di un diario scritto durante un crollo psicologico, con un Sebastian che racconta di aver iniziato a produrre frasi ossessive e immagini grezze, sconnesse, incapace di pensare alla forma musicale da dare alle stesse. Se il predecessore era un disco legato alla consapevolezza del dolore, in cui l’analisi delle sensazioni era filtrata da lucidità e occhio critico, questo secondo lavoro è del tutto privo di distanza critica e porta all’immersione totale nel collasso emotivo. Le Sang Des Pierres non è più un album che spiega il dolore, ma è un album che lo documenta, immergendo le mani nelle ferite senza fornire garanzia di guarigione. In sintesi, è un disco di sopravvivenza, non di comprensione. I nove brani che compongono l’opera affrontano la depressione, l’esaurimento emotivo e identitario, la perdita di controllo e fondano l’unico messaggio positivo nel rifiuto della resa, che davanti al dolore più cupo risulta quell’elemento di effimero eroismo quotidiano in grado di spronare ad andare avanti. A livello di struttura, i brani cambiano spesso forma al loro interno, come se seguissero gli sbalzi emotivi piuttosto che una logica compositiva classica. Questo aspetto porta ad una maggior varietà e imprevedibilità della proposta che, sebbene sempre costruita su forti contrasti sonori/emotivi, risulta meno razionale, più istintiva e fisica. Un disco in cui la rabbia non è più contenuta e osservata, ma diventa strutturale e vissuta, così come il caos sonoro che ne deriva non è più episodico, ma ricorrente e totalizzante. Uno degli aspetti più interessanti del disco sta poi nella percezione dell’assenza di un “concept” vero e proprio, che conseguentemente porta a una sorta di montaggio “a frammenti”, attraverso i quali è possibile identificare una sequenza narrativa intrisa di disperazione disorganizzata e incapacità di individuare una qualsivoglia terapia. Tale disordine viene ben riproposto da chitarre capaci di passare da un taglio abrasivo a un fraseggio melodico, da ritmiche ossessive e nervose che evolvono in passaggi quasi post-rock fino a mutare in muri di stampo post-metal, oltre che dal classico alternarsi di un registro canoro intimamente sofferto con uno più acido e disperato. Sono poi i riff più lenti e pesanti a costituire l’elemento che maggiormente allontana Le Sang des Pierres dallo screamo degli esordi per abbracciare in maniera convinta il post-hardcore e che conferiscono un suono decisamente più denso e opprimente alla musica dei francesi.
I Gros Enfant Mort, con Le Sang Des Pierres, confezionano a nostro avviso un disco quasi perfetto, in cui l’ascoltatore si cala in un contesto di negatività strutturale e rimane intrappolato in un campo di forze in cui l’impotenza davanti al dolore rende impossibile il raggiungimento di una fuga catartica. Un album che oscilla tra la violenza espressiva più sofferta e la raffinatezza compositiva, in cui la dimensione diaristica e frammentata del racconto trova la propria immagine riflessa nell’imprevedibilità delle scelte musicali e nell’ampiamento delle influenze. Drammatico e straziante, risulta ai nostri occhi una delle più originali rappresentazioni di un dolore che non viene osservato e spiegato, ma esposto nella sua manifestazione più pessimistica e terrena. Giù il cappello.
(No Funeral Records, 2026)
1. Cloué au sol
2. Saigne! Saigne! Saigne!
3. Château de cartes
4. 3114
5. Étranger à la Terre
6. Paillasson 4ever
7. L’art de perdre
8. Merci les cendres
9. Le sang des pierres


