
Con il termine “galibot” si sono identificati, a cavallo tra il XVIII e il XX secolo, tutti quei bambini di età compresa tipicamente tra i 12 e i 14 anni impiegati nelle miniere di carbone nel nord della Francia. Non si tratta di un termine dispregiativo quanto più di un termine descrittivo, che veniva assegnato a tutti i giovani apprendisti minatori che si occupavano del trasporto dei carrelli minerari e della sistemazione dei sostegni in legno delle gallerie. Come è facile intuire, quello del galibot era un lavoro estenuante e mal pagato, che esponeva ragazzini neanche adolescenti a condizioni di lavoro disumane e insalubri, nel buio totale e nel caldo estremo, a diretto contatto con materiali esplosivi. Non di rado, infatti, i galibot sono stati tra le principali vittime di esplosioni, crolli e incidenti di varia natura, costituendo un tristemente nutrito nucleo di vittime invisibili nelle statistiche ufficiali poiché volontariamente omesse nei rapporti delle imprese minerarie.
È con questo excursus che introduciamo Euch’mau Noir bis, recente fatica dei Galibot, band black metal francese proveniente da Wallers-Arenberg, cittadina fortemente segnata dalla storia mineraria. I Nostri sono una band che, già dal nome, risulta fortemente tematica: tutta la loro musica ruota intorno alla memoria delle miniere del nord della Francia e all’eredità dei bambini-minatori, dapprima convogliata nel demo d’esordio Wallers-Arenberg e successivamente nell’EP Euch’mau Noir (“Il Diavolo Nero”, in dialetto locale), uscito nel 2024. Quello che presentiamo oggi altro non è che una versione rimasterizzata ed estesa di quest’ultimo EP, che aggiunge all’opera originale il brano “Schlamms” (scelto anche come singolo di presentazione del lavoro), propone nuovi arrangiamenti ed esce per Les Acteurs de l’Ombre Productions. Parto dalla premessa che a me il black metal fortemente ancorato a un unico tema, specialmente se questo è in qualche modo particolare, ha sempre affascinato moltissimo, sottolineando come tra i dischi black più interessanti degli ultimi anni ci siano a mio modo di vedere Ciel Cendre et Misère Noire degli Houle, interamente immerso nell’immaginario del mare e dedicato alle tragedie nautiche, e Tome I e IIdei Vígljós, dedicati rispettivamente all’apicoltura e all’avvelenamento da fungo. I Galibot incarnano al meglio questo tipo di proposta monotematica, presentandosi come “figli delle miniere” anche a livello di immagine e, dove gli Houle si mostravano con cerate e lanterne e i Vígljós con cestini di vimini a coprire i volti, i francesi si presentano sporchi di carbone e coperti di fuliggine davanti a miniere dismesse. La proposta musicale dei Nostri è quella di un melodic black metal dal suono feroce e viscerale che incarna al meglio la claustrofobia delle gallerie, la brutalità del lavoro minorile ed evoca paesaggi devastati da secoli di sfruttamento carbonifero. A questi connotati si aggiungono atmosfere di rovina e decadenza, più che adatte a trasmettere la sensazione di miseria della vita in miniera, oltre che incursioni in territori più ariosi che aggiungono monumentalità all’opera e respiro alla narrazione. È poi possibile udire in lontananza rumori metallici, colpi di piccone e strumentazione di varia natura, elementi che consentono un’immersione totale nell’inferno della miniera. Rispetto all’opera principale, questa versione rimasterizzata ed estesa presenta sonorità leggermente più calde e un suono più avvolgente, che forse conferiscono un tocco ancora più infernale a quel sentimento di discesa verso le profondità minerarie, la desolazione e la morte. Abbiamo già accennato ai testi, ma ci preme evidenziarne due in particolare. Il primo è quello di “Courrières”, dal carattere più storico e didattico, che narra della “catastrofe di Courrières”, il più grande incidente minerario mai avvenuto in Europa e nel quale, il 10 marzo 1906, persero la vita 1.099 minatori, per la maggior parte bambini. Lo evidenziamo principalmente perché, oltre al racconto del dramma, aggiunge un inno di rivendicazione operaia decisamente atipico per il black metal con il coro “Vive la grève! Vive la révolution! Vive la grève! Mort au patron!” (“Viva lo sciopero! Viva la rivoluzione! Viva lo sciopero! Morte al padrone!”), che ci ha colpito per originalità e aggiunge uno spunto non scontato alla traccia e all’album nel suo complesso. Il secondo brano è “Barbara”, dedicato a Santa Barbara, protettrice dei minatori. Lo citiamo perché è strutturato come una grande preghiera dei lavoratori, che invocano aiuto e protezione dalla santa e, nelle battute finali, presenta un originale coro di voci femminili/infantili che accompagnano lo spegnersi del brano.
La mezz’ora di durata complessiva di questo Euch’mau Noir bis ci lascia un’ottima impressione dei Galibot, certi che sapranno essere in futuro protagonisti di una nicchia così particolare grazie a indubbie qualità tecniche e alla particolarità e originalità della proposta tematica. Un disco nero come il carbone e claustrofobico come le profondità delle miniere di cui tratta, capace di restituirci al meglio il sentimento di disperazione di una classe sociale sfruttata e di infanzie sacrificate sull’altare del profitto e del presunto progresso, che non omaggiamo con un voto più alto solo per il semplice fatto che si tratta di una re-issue.
(Les Acteurs de l’Ombre Productions, 2026)
1. Les Galibots
2. Cheval de Fosse
3. Courrières
4. Barbara
5. Les Nords
6. Terre d’Euch Mau
7. Le Galibot
8. Schlamms


