Quinto full in poco più di dieci anni di attività, Subglacial riporta gli americani Ashbringer sulle coordinate sonore più care alla band di Nick Stanger, quel mix di shoegaze, post-rock, black atmosferico cascadiano e folk cantautorale che ha contraddistinto in percentuali diverse ogni album degli statunitensi, con una divagazione più vagamente sperimentale con il precedente We Came Here to Grieve. La qualità rimane alta, e ci domandiamo come mai il gruppo sembri riscuotere meno successo e riscontro di quanto effettivamente meriterebbe, confermando uno status di “best kept secret” che comincia a stare stretto ai Nostri.
Rispetto al precedente lavoro è rimasto quel sapore quasi da midwest emo che tanto ci aveva colpito in positivo, riscontrabile in certe linee melodiche, in alcuni approcci vocali harsh e più in generale in alcune atmosfere agrodolci che alternano le sfuriate black che restano comunque l’anima di Subglacial. Il modo di procedere di ogni pezzo è “progressive” nell’animo, le strutture si dipanano e si articolano minuto dopo minuto, i ricami delle sei corde sono complessi ma mai fini a sé stessi, e il senso generale che scaturisce dai sei pezzi è un alone freddo, peraltro ben veicolato anche dalla cover, che costituisce di fatto un continuum con i precedenti lavori: dai più crepuscolari ed autunnali Vacant e Yūgen si è pian piano passati agli invernali e notturni Absolution e, appunto Subglacial, con la già citata parentesi dettata da We Came Here to Grieve nel quale i Nostri hanno voluto provare a sondare terreni sonori qui in parte recuperati. È stata infatti mantenuta, oltre alla verve emo, anche una certa orecchiabilità ai limiti del rock rilevata, anche in questo caso, soprattutto nelle parentesi di quiete più acustiche e meditabonde, mentre l’approccio più squisitamente (post-) black metal è rimasto invariato. Il songwriting dei Nostri è notevole, la maturità di questi ragazzi ha standardizzato ormai un apice già raggiunto in precedenza, ciò nonostante, i pezzi continuano a offrire sorprese come la parentesi glaciale e ipnotica di “Send Him to the Lake”, forse l’episodio più malvagio e feroce del lotto, che solo sul finale sfocia in un coro in clean di grande atmosfera che stempera il precedente crescendo quasi progressive death metal. “Vessels”, traccia finale, elabora invece l’aspetto più dolce e malinconico, con una lunga parentesi strumentale che cita il già citato sapore emo e post-rock che, di fatto, chiude sia la canzone che l’intero disco.
In generale non si riscontrano passi falsi nella tracklist: abbiamo citato due momenti a titolo esemplificativo per illustrare dove emergono maggiormente le anime degli Ashbringer, ma in linea di massima in ognuna delle sei tracce convive questo ying-yang fatto di ferocia e dolcezza, di inverno e autunno, di rabbia e malinconia, ormai divenuto marchio di fabbrica della band di Minneapolis. Ci è forse dispiaciuto non aver ritrovato gli episodi in clean che tanto ci avevano stupito in We Came Here to Grieve, non presenti probabilmente solo perché, come già detto, si è voluto ritornare su binari più canonici per il gruppo. Subglacial non è il lavoro della maturità, perché questa è stata ormai già raggiunta, ma “solo” l’ennesimo mattone che i Nostri hanno messo a suggello di una carriera decennale che, lo ribadiamo, merita assai più attenzioni e lodi.
(nothingspace records, 2026)
1. My Flesh Shows Its Weakness
2. Waning Conviction
3. Subglacial
4. Fleeing into Portals
5. Send Him to the Lake
6. Vessels


