
Il nuovo lavoro degli svizzeri torpedo è uscito in due EP, a distanza di qualche mese uno dall’altro, salvo poi venir ristampato in un’unica soluzione, quindi mi ritrovo tra le mani un full length di nome e di fatto. Il trio propone da sempre un mix di noise, post-rock, rapide incursioni nel post-hardcore, con una certa inclinazione a comporre brani che musicalmente ben si adatterebbero a lungometraggi, notturni e fumosi. Con liriche piene di metafore, questo ultimo lavoro in studio focalizza il suo messaggio sul declino che l’umanità ha scelto per sé. Azioni che messe in fila vanno poi a determinare, ovviamente, tutta la rovina dell’ecosistema che ci circonda. Parlano di animali, parlano di noi, creando immagini che solo inizialmente sembrano accennate; la musica nervosa, nerboruta, aiuta a definirne meglio le forme, per poi, in un delizioso gioco sadico, andarle a destrutturarle, ridurle a poltiglia, brandelli.
I torpedo suonano molto europei, se mi consentite la definizione, se ne cogliete l’allusione: i paesaggi rumorosi tipici della penisola iberica, i densi fumi di rivolta delle banlieues francesi, il magmatico melting pot del centro Europa, l’inverno eterno del nord. Diversi modi di concepire la musica schizofrenica tipica del noise rock, il chiacchiericcio fragoroso dei post-rock, con quelle interminabili fughe strumentali, mantra e bolero, un passo avanti, due indietro, la staticità di un riff, la sua ridondanza, le voci urlate, così urlate da diventare echi di civiltà lontane. Si suda parecchio con questo disco. Ci si pone molte domande. Crea una bolla, un guscio, un carapace. Ci sentiamo al sicuro mentre le note riempiono gli spazi, colmano i vuoti, con la voce di Carro Loubère che gioca dispettosa con le nostre incertezze. Cecchino infallibile, le centra tutte. La sicurezza di cui sopra vacilla, la sezione ritmica di Jay Liseron (basso) e Drew Hammer (batteria) contribuisce alla distruzione totale. Un album dal sound urbano, con chitarre – ad opera della stessa Loubère – ipercinetiche, dal sapore, nemmeno tanto lontano, che è tipico dell’autodistruzione. La seconda parte di questo concept svuota il sacco, si denuda, mostra tutte le cicatrici: “| NOISE” è una lenta discesa negli inferi, una stanza imbottita lunga 23 minuti.
What the fucked do we all do now? fin dal titolo si rivela profetico. Una domanda che aleggia sulla testa di ognuno di noi. Almeno una volta nella vita. Poi, forse, Lights, come suggerisce la seconda parte del titolo, è il candore.
(Broken Clover Records, 2025)
1. SOME WOLVES
2. Some
3. Where
4. ONW
5. NOW
6. sugar love
7. | NOISE (mouvement 1)
1. sugar love
2. | NOISE


