Uscito autoprodotto l’anno scorso ma finalmente pubblicato dalla Big Scary Monsters lo scorso 20 febbraio, Dust Eater, debutto degli inglesi Dimscûa, ha del formidabile. Non perché sia qualcosa di così nuovo: post-metal/post-hc emotivo che prende le mosse dalla tragicità degli Amenra, con una robusta intercapedine che ricorda i Cult of Luna. Non perché tratti di tematiche così particolari per il genere proposto: si parla di dolore catarticamente tradotto in musica, in questo caso anche di elaborazione del lutto, e la musica, si sa, è una valvola di sfogo eccezionale in tal senso. Dust Eater ha del formidabile per la sua qualità intrinseca, il cuore che ci è stato riversato nel produrlo, le emozioni che riesce a veicolare non in maniera manieristica, ma autentica. Ed è qui che sta la differenza: sebbene si parli di sentimenti freddi, che congelano la vita, che straziano la carne e lacerano l’anima, i Nostri scaldano il cuore con le loro quattro tracce, annientano toccando nel profondo l’ascoltatore, e non importa se a tratti ricordano forse sin troppo la band belga citata più sopra. È il modo in cui questi ragazzi ti scaraventano in faccia le loro paure e le loro disperazioni che ti fa male, che ti colpisce e che, immancabilmente, ti conquista.
Dimscûa è una parola che deriva dall’antico inglese e che, a somme linee, richiama sia i concetti di mancanza di luce che di rifugio: un angolo crepuscolare nascosto nel quale tutti noi possiamo nasconderci per concentrarsi su noi stessi, isolandoci dal resto del mondo per cercare di recuperare le fila di qualcosa che si è sfilacciato. Da un punto di vista tecnico siamo a cavallo tra un EP lungo e un full breve: trenta minuti scarsi che scorrono velocissimi, e che invogliano la riproduzione ciclica dei quattro movimenti sonori che i Dimscûa ci hanno regalato. Personalmente ci sentiamo di catalogarlo come un vero e proprio full di debutto: l’intensità musicale è tale da rendere perfettamente idonea la durata scelta: non troppo breve da lasciare l’amaro in bocca, non troppo lungo da lasciare tramortiti, un bilanciamento perfetto che contribuisce ad aumentare il valore del lavoro. L’apertura affidata a “Elder Bairn” è un sontuoso e spettrale cancello gotico che si apre verso l’universo crepuscolare e dolente degli inglesi: un crescendo imponente e notturno, e le urla di Alex Rowlands combinate con la possenza della sezione ritmica e con le chitarre dolenti sono come nervi scoperti toccati da scariche elettriche, un’immagine che, se ci pensate bene, vi fa serrare i denti dal dolore. Segue “The Dusteater”, pezzo dall’incedere più spiraliforme che tramite il sapiente uso dei chiaroscuri di scuola “post-” alterna pesantezza a leggerezza, luce (poca a dire il vero) a oscurità, con un crescendo che a più riprese ricorda l’intensa “A Solitary Reign” dei già citati Amenra, soprattutto nelle sofferenti linee melodiche. Però, e ci piace rimarcarlo, c’è un’autenticità e una sincerità unica anche in questo brano, che lo rendono diverso da quanto fatto da altre band sebbene i richiami persistano. La catarsi continua con il fervore di “Existence-Futility”, e il processo di auto-guarigione può dirsi ormai avviato verso le sue fasi di accettazione e rinascita con la conclusiva “On Being And Nothingness”, un viaggio spirituale nel quale la componente eterea è maggiore, e sebbene il senso di mesta desolazione pervada i dieci minuti del pezzo si percepisce, sul finale, un senso di titanica resistenza e di volontà di andare avanti, se non altro per puro spirito di sopravvivenza.
I Dimscûa hanno creato un’opera struggente e toccante, verace e sanguinante, che nonostante vada a descrivere alcuni tra i momenti più difficili che un essere umano può attraversare fornisce anche una via di uscita, o meglio ne indica la strada: il percorrerla è già altra cosa, ma l’oblio, almeno quello, può essere lasciato alle spalle.
(Big Scary Monsters, 2026)
1. Elder Bairn
2. The Dusteater
3. Existence/Futility
4. On Being and Nothingness


