
Il debutto dei nordirlandesi Domhain è un bellissimo disco di post-metal, nel senso più vasto possibile di questa definizione. Non abbiamo volutamente parlato di post-black metal, come si può leggere in più recensioni, per aumentare ancor di più lo spettro di influenze che hanno portato i quattro di Belfast a questo straordinario debutto, In Perfect Stillness. Che, badate bene, è tutto fuorché quiete.
Ai Nostri bastano cinque pezzi spalmati in appena mezz’ora per conquistare il cuore degli ascoltatori con una miscela, oggettivamente splendidamente realizzata, di black metal atmosferico, folk, progressive, blackgaze, doom e post-metal. I nomi che ci vengono in mente sono tanti e disparati: anche solo stando nel Regno Unito possiamo citarvi il black atmosferico di Saor e Winterfylleth, la sacra triade doom Anathema – My Dying Bride – Paradise Lost, gli A Forest Of Stars e le loro folli progressioni, i Darkest Era… E poi ancora, fuori da Albione, gli Agalloch più boschivi, i nostrani Novembre, i Dead to a Dying World, i Forlesen, gli E-L-R e gli Eight Bells (cinque band vicinissime ai Nostri nell’approccio musicale), gli Alcest e i We Made God. Ma non fatevi spaventare dalla cascata di nomi che abbiamo riportato: sono solo rimandi che via via si sono affacciati nella nostra testa mentre, estasiati, ascoltavamo “Talamh Lom”, di fatto il biglietto da visita dei Domhain, un indescrivibile saliscendi emotivo che, tra dirompenti e selvagge accelerazioni e rallentamenti dal gusto ancestrale ci ha sballottato per sette minuti che sono in realtà trascorsi in un attimo. I tempi rallentano con “Footsteps II”, maggiormente votata al lato più atmosferico dei Nostri (non manca comunque anche qui la robustezza del post-), un brano che in nove minuti si dipana con una leggiadria e una maestria che, oggettivamente, sono rare in una band al debutto. Quello che sembrava essere perso in ferocia viene recuperato con la title-track, un pezzo fondato su un riffing sostenuto e su una generale atmosfera fiera e titanica, che ha sempre come punto di riferimento la Natura in tutte le sue sfumature, una canzone cangiante come il clima irlandese, ciò nonostante coesa in tutti i suoi cambi di registro. La forza dei Domhain risiede proprio in questo: il saper cambiare continuamente forma restano allo stesso tempo unici e non perdendo di vista l’obbiettivo finale. Quando poco sopra abbiamo citato Novembre, Dead to a Dying World, Forlesen, E-L-R e Eight Bells non è stato un caso: questi gruppi hanno dimostrato a più riprese di saper creare opere che valicavano un singolo genere, abbracciando di fatto una vasta fetta di metal e non solo, creando qualcosa di indefinibile da un punto di vista del genere trattato ma dal fascino magnetico e irresistibile.
Il 2026 si è aperto alla grande regalandoci debutti di gran classe e band da tenere assolutamente sott’occhio. I Domhain ci hanno destabilizzato con In Perfect Stillness, ci hanno ammaliato, demolito e conquistato, e nel giro di nemmeno cinque ascolti ripetuti eravamo già schiavi delle potenti ed evocative atmosfere del loro debutto. Disco da ascoltare più e più volte, dotato di innumerevoli strati e livelli di ascolto, e proprio per questo pozzo potenzialmente senza fondo di soddisfazioni musicali.
(These Hands Melt, 2026)
1. Una Tarra Ci Hé
2. Talamh Lom
3. Footsteps II
4. In Perfect Stillness
5. My Tomb Beneath The Tide


