
Gli Skulld sono stati una delle realtà che abbiamo più apprezzato negli anni scorsi, ragion per cui, approcciare il loro nuovo album, Abyss Call To Abyss, recentemente pubblicato dalla Time To Kill Records, era da tempo una delle poche priorità a cui provare a tenere fede, nel pieno del casino che caratterizza la nostra esistenza. Riusciamo finalmente oggi, con un abbondante mese di ritardo, a trovare il tempo per potervene parlare. Mettiamo subito le cose in chiaro. Abbiamo un debole per il sestetto italiano che ci porta a dover faticare il doppio nel momento in cui scriviamo queste righe, non fosse altro che per il fatto di voler approcciare il loro disco in modo quanto più onesto, obiettivo, e professionale possibile. Del resto, come si fa a non essere travolti da un progetto che riesce a coniugare le sonorità devastanti con cui siamo cresciuti e l’attivismo politico che ancora, faticosamente, permea le nostre giornate?
Oggi viviamo tempi tristemente caratterizzati da oppressioni, soprusi e discriminazioni di ogni tipo. Scegliere di ribellarsi è quanto di più doveroso. Farlo al suono di un album frenetico, schizofrenico, ma sempre e comunque perfettamente a fuoco, incanalato verso l’obiettivo finale, come Abyss Call To Abyss, è un piacere a cui non possiamo e non vogliamo sottrarci. L’alternativa è una soltanto: restare prigionieri dell’abisso interiore che ci portiamo dentro come un vuoto incolmabile. È infatti dentro di noi che dobbiamo trovare la consapevolezza di quello che siamo diventati e da cui dobbiamo prendere le distanze. Quella stessa consapevolezza che ha permesso agli Skulld di realizzare un disco impressionante, tematicamente intessuto attorno a tematiche antifasciste, antirazziste, e fortemente pregne di un femminismo che guarda, al contempo, anche ad aspetti sciamanico/esoterici. È il suono della rivolta quello che emerge dai solchi di Abyss Calls to Abyss, una rivolta da troppo tempo sopita che deve ora finalmente dismettere i panni del silenzio, e andare ad abbattere lo stato attuale in cui versa il nostro mondo. L’album lascia intravedere immediatamente il proprio carattere, costruito in modo sinistramente inquietante intorno ad una rivisitazione di quel sound che ha caratterizzato gli anni a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta nel pieno del boom del death metal di stampo scandinavo. Un album iconoclasta che però non disdegna passaggi alieni che lasciano intravedere tutta una serie di variazioni sul tema che permettono alla band di mantenere alta l’attenzione durante l’ascolto, pur senza concedere soste, in un intenso e martellante attacco sonoro. Brutale ma (fortunatamente) mai cacofonico, il disco si divide tra la sua componente sonora di altissimo livello, e quella concettuale, altrettanto importante, in un equilibrio che mostra tutta la maturità di una realtà che non possiamo continuare a non collocare tra quelle di punta a livello europeo.
Cercando di trarre le conclusioni non possiamo che sentenziare come Abyss Call To Abyss sia da inquadrare come un album selvaggio che si (auto)esalta attraverso il rilascio di una rabbia incontrollata che travolge ogni cosa sul proprio percorso. Otto brani per poco più di mezz’ora di soffocante oppressione a cui non possiamo (e non vogliamo) sottrarci. Il tutto in nome di un manifesto etico volto a risvegliare le nostre coscienze sopite e anestetizzate dall’ipertecnologizzazione frenetica cui siamo sottoposti. Un disco che celebra l’intransigenza sonora attraverso un’incessante e martellante sfuriata che non può lasciare indifferenti. Non fatichiamo ad inquadrarlo come uno degli album più energici tra quelli che hanno aperto l’anno, oltre che uno di quelli che non ha minimamente deluso le nostre aspettative, anzi. Unico neo la copertina. Dopo due artwork curati come quelli dei dischi precedenti, e in particolare quello del debutto del 2019, Reinventing Darkness, non riusciamo a comprendere una scelta come questa che strizza l’occhio ai cliché concettuali del metal in modo troppo facile e banale per una band che ha mostrato ancora una volta tutto il proprio potenziale concettuale di primissimo piano. Non potevano fare tutto bene, altrimenti sarebbe stato disco dell’anno già a gennaio.
(Time To Kill Records, 2026)
1. Healing the Wound
2. The Blink
3. Accabadora
4. Wear the night as a Velvet Cloak
5. Le Diable and The Snake
6. Mother Death
7. Drops of Sorrow
8. Sacred Fires8.5


