
Seguo con attenzione e piacere il percorso di Marco Giambrone sin dal 2016, quando l’amico Vasco Viviani diede alle stampe con la sua Old Bicycle Records lo split tape tra i Silent Carnival e gli Sneers. Fu amore a prima vista. Da allora compro regolarmente ogni disco che il buon Marco realizza, e quasi costantemente senza averlo ascoltarlo prima. Lo stimo talmente come musicista che procedo realmente a scatola chiusa. Considero infatti Marco come una delle figure più poliedriche, e qualitativamente dotate del panorama nazionale. E (me) lo dimostra il fatto che si tratta non solo di un ottimo polistrumentista, ma di un artista a tutto tondo, in grado di cimentarsi anche con la pittura, la fotografia, e, non ultimo con la gestione dell’azienda agricola di famiglia, la Fattoria Giambrone.
Liminal è la quinta uscita per la sua creatura, nata nel 2014 nell’entroterra siculo alle pendici del Monte Cammarata nell’agrigentino, a ridosso della catena montuosa dei Monti Sicani. La prima completamente autoprodotta, che tra le altre cose, sancisce anche la nascita dell’etichetta di Marco, la Avium Records. Composto da dieci momenti, per un totale di circa 45 minuti, l’album, il primo senza la voce storica della tastierista del progetto, Caterina Fede, è ancora una volta improntato ad un approccio elegante e raffinato che permette a Marco di aprirsi a noi in modo totale, senza remore, mostrandoci il suo più intimo sentire. Un disco delicato, a tratti quasi sussurrato, a cui rapportarsi con la dovuta cautela, quasi frenati dalla paura di rovinarlo andando troppo a fondo nell’ascolto. Un album dal marcato carattere onirico, che sposa l’idea del sogno come mezzo per sublimare il dolore senza sentirlo urlare, attraverso un grido soffocato, e che ci porta ad attraversare un mondo in cui non c’è nulla di tangibile, tranne i nostri ricordi, ricoperti di polvere. Un mondo simil etereo in cui però, nonostante tutto, ci sentiamo perfettamente a nostro agio, cullati dal blues intenso e maledetto dei Silent Carnival. Un immaginario onirico che sposta il concetto di folk, portandoci verso un’idea e un sentire molto poco mediterranei, volto a stravolgere il tradizionale sound isolano. Un disco che guarda all’evanescenza del crepuscolo, da cui non possiamo che emergere dilaniato nell’animo, consapevoli che niente sarà più come prima.
Per certi versi apocalittico, Liminal è un album sofferto, intriso di oscurità, emotivamente intensissimo. Minimale ma al tempo stesso ricchissimo di spunti e sfumature.
(Avium Records, 2026)
1. November
2. Salvation
3. Facing the Outside
4. Song for a Mirror
5. Clouds
6. Daze
7. Absence
8. Ready to Drop
9. Vertige
10. We Will Meet Again


