
I Boundaries sono senz’altro uno dei casi più interessanti del metalcore moderno, specialmente per la capacità di sviluppare nel corso degli anni una proposta in costante evoluzione. Attivi dal 2013 ad Hartford, Connecticut, la band ora saldamente capitanata da Matthew McDougal (non uno dei fondatori, dal momento che la componente vocale è stata per un breve periodo affidata a Jake Buzzell) ha iniziato con un metalcore dalle fortissime influenze hardcore/beatdown per arrivare, come più oltre vedremo, ad una musica dalla componente emotiva sempre più marcata. Pur mantenendo intatta l’aggressività delle origini, il gruppo ha progressivamente ampliato il proprio linguaggio attraverso l’introduzione di melodie malinconiche, passaggi più articolati e una scrittura capace di alternare con una certa naturalezza momenti di devastante pesantezza a passaggi più sofferti.
Yearning: the unbeautiful after, lo diciamo sin da subito, è un bel disco. Il problema è che arriva dopo Death Is Little More, l’album che ha fatto esplodere i Boundaries e li ha meritatamente portati sui palchi più prestigiosi a livello internazionale (Rock am Ring, Download Festival, Warped Tour, Rock im Park, etc.). Certo, non è mai facile replicare un disco di altissimo livello, ma avendo amato il predecessore per la sua capacità di bilanciare al meglio le sezioni più aggressive e le linee vocali più sporche (ad avviso di chi scrive, il particolarissimo timbro di McDougal è, in questo senso, tra i migliori del genere) con i momenti più ariosi, le aperture melodiche e sporadici interventi in “pulito”, si ritiene che quest’ultimo lavoro non rappresenti un vero e proprio passo avanti. Tra i lati più positivi riscontriamo una maggiore complessità delle composizioni, sinonimo di una band che vuole elevare il livello della propria proposta, oltre che una notevole spinta propulsiva data da una produzione eccellente (la band esce per la prima volta con Sumerian Records e il disco è prodotto da WZRD BLD, al secolo Drew Fulk, probabilmente uno dei produttori più influenti del rock e del metal moderni). Il problema sta invece, a nostro avviso, nella mancanza di un ottimale bilanciamento tra la componente più istintiva e ferale con quella più melodica, elegante e intimistica. L’album tende infatti, nel corso di tutta la sua durata ma in particolar modo nella prima metà, all’intransigenza e alla brutalità, lasciando la parte melodica, come detto più risicata, a sezioni isolate e circoscritte, sul modello del metalcore di una ventina d’anni fa. Uno degli aspetti che ci aveva fatto amare Death Is Little More era invece la contaminazione tra le due componenti in cui, da una parte, la melodia e le clean vocals entravano tra le pieghe nell’asfissiante lavoro di chitarre e, dall’altra, un sentimento di oppressione e di angoscia non riusciva a rendere del tutto distensive le sezioni più leggere. Facendo un’estrema sintesi, Yearning: the unbeautiful after è un disco che manca di quella tensione costante che era il punto di forza maggiore del predecessore e che speravamo sarebbe stata un punto di partenza su cui innestare i pregi evidenziati sopra.
Pur senza raggiungere il delicato equilibrio tra ferocia e sensibilità che aveva reso Death Is Little More un piccolo punto di riferimento del metalcore contemporaneo, Yearning: the unbeautiful after resta un lavoro solido, maturo e interpretato con grande convinzione. Un disco che conferma il valore dei Boundaries e la loro ambizione artistica, ma che lascia la sensazione di non riuscire a trasformare tutte le proprie qualità in un risultato davvero memorabile.
(Sumerian Records, 2026)
1. Malconscience
2. Skies cast amber black
3. May this pain never leave
4. Torn wide open (feat. Make Them Suffer)
5. Bitter ash, bitter love
6. Unequal whole
7. Death will follow me
8. The leper’s bell
9. Crowned and crucified (feat. Landon Tewers)
10. Wasted angel
11. Evidence of extinction
12. Nothing, gathered
13. Only endless
14. Yearning: the unbeautiful after


