
Negli ultimi anni Petrolio ha saputo conquistarsi uno spazio sempre maggiore, anche e soprattutto a livello internazionale, attraverso un lavoro costante, fatto di tour in giro per il continente, e di album intraprendenti che lo hanno portato a crescere come uomo ancor prima che come musicista. Questo suo percorso vede oggi l’ennesima tappa, messa a segno con il debutto per la Subsound Records, etichetta che, in questo momento, in Italia, rappresenta una delle vette più alte a cui ambire per chiunque intenda la musica come stimolo neuronale non convenzionale. Club Atletico Voces Y Gritos è il disco che Enrico Cerrato (l’alter ego umano di Petrolio) ci ha consegnato in apertura di estate, disco che ce lo mostra ancora una volta in una veste che lo individua come una delle figure più eclettiche all’interno del panorama nazionale, e che, proprio in nome di questa sua capacità di muoversi in ogni direzione vede la presenza, in qualità di ospiti, in ognuno dei cinque brani presenti sull’album di Stefania Pedretti degli OvO nella sua sciamanica incarnazione Alos, Giulia Parin Zecchin, qui incarnatasi come Julinko, Pierpaolo Capovilla (One Dimensional Man e Teatro degli Orrori) per quanto riguarda il nostro paese. E Breanna Johnston (aka Pallas Athene) e Lynette Cerezo (aka Bestial Mouths) per l’estero.
Club Atletico Voces Y Gritos è da vedere come un concept album che si rifà alle tristemente note vicende argentine della seconda parte degli anni Settanta, legate alla dittatura militare di Videla. Il Club Atletico era infatti uno dei centri di detenzione in cui vennero incarcerati, non ufficialmente, i giovani argentini che si erano opposti al regime. Un famigerato centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio, gestito dai militari durante la dittatura in Argentina (1976-1983). Situato a Buenos Aires, prese il nome da “Centro Antisubversivo”, e vide la sparizione di circa 1.500 persone prima di essere demolito. Vicende di cui, ancora oggi, si tende a non parlare abbastanza, soprattutto nel momento in cui si guarda alla situazione odierna del paese sudamericano, che pare alle prese con dinamiche del tutto sovrapponibili con quelle narrate da Petrolio. Cinque brani per cinque diversi interpreti che riescono a donare un contributo che eleva il quadro di un lavoro che sarebbe comunque stato di per sé di grande qualità, ma che, in questo caso, raggiunge un livello eccelso. Cinque brani, profondamente differenti, ma tutti riconducibili ad un disegno di insieme che non possiamo non vedere come perfettamente coeso, e incanalato verso un obiettivo chiarissimo anche ai più scettici o ai più distratti. Ci sono momenti storici che si caratterizzano per l’infimo livello che l’essere umano riesce a raggiungere. Momenti che dobbiamo tenere sempre a mente, perché la storia ha dimostrato di essere ciclicamente legata a ritorni che consideravamo impensabili e impossibili. Un’operazione (giustamente ambiziosa) come questa di Petrolio, va nelle giusta direzione, quella di mantenere alta l’attenzione e vivo il ricordo su ciò che è già accaduto e che potrebbe accadere di nuovo. Da un punto di vista sonoro, raccontare un album del Nostro è tanto semplice quanto intricato. Da un lato abbiamo la certezza, maturata nel tempo, di essere alle prese con una realtà che non ha mai avuto paura di sperimentare, di cambiare in corsa, di non adagiarsi su formule rivelatesi vincenti. Dall’altro, continuando di questo passo, rischiamo davvero di non avere più vocaboli a nostra disposizione per poterlo raccontare con l’enfasi e l’onestà intellettuale che dobbiamo a un musicista del suo calibro.
Il noise industriale di Enrico continua nel suo percorso di crescita, di cui possiamo vantare di essere privilegiati spettatori. Siamo infatti tra i fortunati che hanno assistito, da vicinissimo, ad ogni sua tappa, sin da quando, ancora, non era stato pubblicato il primo disco. Ciò però, non deve trarre in inganno. Non siamo qui in veste di amici di Enrico. Quello lo siamo nella vita reale. Qui ci limitiamo a raccontare quello che Enrico riesce a mettere in piedi, con la massima onestà intellettuale possibile. Se abbiamo scelto di recensirlo anche questa volta è perché siamo in grado di separare i due piani di ragionamento, senza che quello personale vada ad incidere, anzi, siamo noi, che lo conosciamo da anni, i suoi più spietati critici. Il problema è che stiamo ancora aspettando un suo passo falso. Ma di passi falsi, Enrico, in questi anni, non ne ha fatti, ha, anzi, continuato ad alzare il tasso delle sue proposte, mosso da quella giusta ambizione che devono avere tutti coloro che sono consapevoli delle proprie qualità e del proprio potenziale. Se, come crediamo da sempre, la musica di un certo stampo, deve essere vista come un atto politico a tutti gli effetti, allora Club Atletico Voces Y Gritos deve, per forza di cose, essere inserito in un contesto che guarda alla lotta politica come al proprio centro di gravità.
(Subsound Records, 2026)
1. 2403 with Pallas Athene
2. Y Nadie Queria Saber with Alòs
3. La Picana with Pierpaolo Capovilla
4. El Silencio with Julinko
5. Strangled Cry with Bestial Mouths


