
Some Kind Of Pure State segna il ritorno degli australiani The Dharma Chain, che avevamo scoperto nel 2024 con Nowhere, avendo completamente mancato il loro debutto autoprodotto Angry Young Folk. Ma, soprattutto, segna un cambio di passo abbastanza deciso da parte del quartetto di Byron Bay recentemente accasatosi a Berlino, nel ventre del vecchio continente. Il sound ha assunto connotati che lo rendono più intraprendente, grazie ad un interessante svolta che guarda all’intersezione tra krautrock e psichedelia come al proprio cuore pulsante, e che si rivela assolutamente vincente, proprio perché forte di una personalità espressiva decisamente marcata.
Ma non lasciamo che i cliché ragionino per noi, in Some Kind Of Pure State troviamo molto di più di quanto potremmo pensare inizialmente. C’è un mondo che si dipana costantemente in ogni direzione, portando la nostra anima verso un incontro/scontro che non può che gratificarci. La sensazione predominante è che ci si trovi all’interno di un processo di crescita che è solo all’inizio, e che, conseguentemente, il meglio debba ancora arrivare. I brani sembrano essere stati concepiti per essere stravolti in fase live, laddove lo spirito più liberamente psichedelico attende il via libera per andare in cerca di espressioni illimitate in grado di trascinarci in dimensioni che nemmeno pensiamo possibili in questo momento. Perché, alla fine, è proprio il senso di fluttuante libertà ciò che più ci attanaglia i pensieri durante l’ascolto di questo che non fatichiamo a considerare come uno degli album più freschi di questa seconda parte dell’anno, nonostante manchino ancora quattro mesi alla sua conclusione. Un album che se fossimo in ambito letterario descriveremmo come ad ampio respiro, ma soprattutto un album che riconcilia con il piacere dell’ascolto delicato, elegante, ma sempre stimolante. Un disco intelligente costruito da una band che sembra molto ben indirizzata verso il domani, e consapevole delle proprie potenzialità e dei propri limiti, al punto che è in grado di mascherarli perfettamente.
Abbiamo riascoltato diverse volte Some Kind Of Pure State, in diversi momenti, e in diversi contesti, non solo nello stereo di casa, ma la sensazione è stata sostanzialmente la stessa. Siamo rimasti estasiati dal suo saper risultare sempre, e comunque, intrigante grazie ad una dinamica mai eccessiva, ma costantemente a fuoco. Ad una band al suo secondo (pardon, terzo) disco non possiamo chiedere di più a livello di maturità. Some Kind Of Pure State è quindi un album fortemente ipnotico, che sa quando portarci verso sonorità più algide, e quando toccarci il cuore, con atmosfere rarefatte che si dilatano con raffinata e sognante eleganza. Una sorta di rielaborazione di quelle sonorità che hanno fatto gli anni Novanta, qui riviste, e rivisitate con personalità, da un quartetto che può ben dire di aver capito la lezione del passato, e che sa esattamente che cosa vuol fare da grande. Un qualcosa che, soprattutto per i meno giovani può risultare un po’ ostico, per non dire ai limiti della noia, ma che per noi che quegli anni li abbiamo vissuti in prima persona, in mezzo a mille difficoltà, diventa un ascolto quasi imprescindibile, emotivamente parlando. Un disco che non deve essere visto come un tributo a quel periodo ma che inevitabilmente ci porta nella direzione più malinconica in questo senso. The Dharma Chain sono oltre tutto questo, grazie ad una loro fortissima identità, e la portata di Some Kind Of Pure State è qui a dimostrarlo.
(Spinda Records, 2026)
1. Inside A New
2. Into The Night
3. Borderline
4. Loves Confusion
5. Red Red Red Red Red
6. Cross Over
7. Minor Prayer
8. How Far


