
Nati nel duemilasedici come duo composto da Francesco Vara e Luca Scotti, che troviamo anche nella loro recente divagazione Bosco Sacro, i Tristan Da Cunha diventano oggi un trio, con l’ingresso alla viola del fratello di Francesco, Nicolò Vara, e pubblicano, su Boring Machines il loro ultimo album Maris Stella. Di loro sarebbe facile dire che rispondono alla perfezione al nome che hanno scelto per il proprio progetto, vale a dire quello della più isolata propaggine terrena abitata, l’isola Tristan Da Cunha, situata nel sud dell’Oceano Atlantico. E sarebbe anche superficiale limitarsi ad un’analisi così scontata. L’idea che sta alla base del loro percorso è infatti un qualcosa di decisamente più ampio, che non merita di essere liquidato così velocemente, e così grossolanamente. A maggior ragione oggi, che registriamo l’ingresso della viola, dinamica che va a sancire e a rafforzare quel legame tutto liturgico creatosi con la scelta del titolo dell’album. Maris Stella richiama infatti una delle più antiche preghiere mariane, dedicata alla Vergine Maria, vista in questo caso come speranza e come stella polare per i cristiani, invocata come guida e protettrice di chi viaggia o cerca il proprio sostentamento sul mare.
Una sublimazione a tutti gli effetti, che esalta l’aspetto più concettuale di un disco che riempie alla perfezione quel vuoto che sentiamo ogni giorno sempre più grande, e sempre più forte dentro di noi. Il legame che ci ha, negli anni, costantemente fatto pensare, o meglio sentire in noi, una forte simbiosi con i Tristan Da Cunha è oggi, con Maris Stella, ancor più accentuato. Viviamo tempi che non possono che portarci verso un isolazionismo ancor più deciso, e ancor più radicato nel nostro più intimo sentire. Ma non solo, ancora oggi, non abbiamo capito se il mare che sentiamo di navigare, e nel quale spesso ci perdiamo, per poi ritrovarci, sia quello interiore, nostro, o se sia solamente quello che ci circonda, e in cui proviamo a non affogare, nonostante tutto, nonostante la forza di lasciarsi andare alla deriva sia il primo pensiero ogni mattina che apriamo gli occhi. Maris Stella è un album che guarda dentro di noi, con un approccio minimalista, ma di grande eleganza e profondità, caratterizzato da una fluidità di ascolto notevole, che ci porta all’interno di un percorso catartico, tra sacro e profano, in un ambito senza tempo né spazio in cui lasciarsi conquistare dalle trame sonore di una realtà che continua a sorprenderci ogni volta che pubblica un disco, e che continuiamo a non capire perché debba, ancor oggi, essere considerata “di nicchia”, e non, invece tra le punte di diamante di un modello espressivo di grande spessore artistico.
Maris Stella è l’album migliore pubblicato finora dai Tristan Da Cunha? Difficile rispondere. Approcciando la questione in modo frettoloso e superficiale, diremmo di sì. Fatto salvo che, poi, guardandoci indietro, ci renderemmo conto che ogni loro uscita è stata, in quel momento, la loro miglior produzione. Il che ci porta a pensare che i Tristan Da Cunha siano (stati) costantemente in grado di realizzare lavori di qualità, e che non ne esista uno migliore degli altri, ma che siano da contestualizzare, in quel preciso istante, in quel momento della loro esperienza come esseri umani ancor prima che come musicisti. Sono descrizioni di istanti di grande trasporto emotivo, e ognuno di loro va incasellato in quel contesto specifico. Quello che ci è sempre piaciuto del duo (ora, come detto elevato a trio con l’ingresso del secondo Vara) è stata la capacità di andare a rappresentare al meglio l’idea di sentirsi avulsi da ogni tipo di contesto ci circondi, e poco ha importato, e poco importa, quale che sia il modo, l’approccio sonoro, la veemenza o il calore con cui rappresentano l’idea. Nella loro diversità, tutti gli album di Tristan Da Cunha sono ugualmente esplicativi di un sentire. Il loro. Ma anche il nostro.
(Boring Machines, 2026)
1. Preludio
2. Maris Stella
3. A tidal wave will push them to the light
4. Interludio 1
5. Womb
6. Interludio 2
7. Wound
8. The Veil
9. Continuum


