
È più facile guardare l’orizzonte che scavare sotto terra
JD Raudo non ha bisogno o quasi di presentazioni. Musicista, editore, scrittore, agitatore che si è sempre saputo muovere nel nostro sottobosco culturale. Lo ritroviamo di nuovo a prendere il largo con questa nuova incarnazione della sua estrosa e variegata personalità che, in questo caso, si affianca a una numerosa e rumorosa ciurma composta da Mario Di Battista (Ulan Bator, Dor) e Valerio Fisik (Inferno) alla scrittura e composizione e, agli strumenti, Gj Ottone (Laghetto, Marnero, Baratro), Demian Campora (Inferno, Idont) e Alessandro Vagnoni (Bologna Violenta, Ulan Bator) alla batteria, Matteo Bennici (Baratro) al violoncello, Nicola Manzan (Bologna Violenta) al violino, Paolo Raineri (Ottone Pesante) alle trombe, Federico Bendinelli (Bowindo) al piano, Gabriele Uccello (Affluente) alla fisarmonica e Tommy (Girless) alla voce. In sede live, insieme a Raudo, Di Battista e Uccello, troveremo Manuel Coccia (Dor, Resurrecturis) e Marco Curci (Olivia Goose). Tornerà di frequente la tematica acquatica e marina (basti pensare ai nomi dei progetti a cui ha partecipato JD Raudo in carriera) e quindi trovo necessario partire in qualche modo dal paradosso della nave di Teseo, per il quale si chiede se ciò le cui parti sono state sostituite tutte nel tempo rimanga la stessa cosa.
Nell’introduzione è stato dato tanto spazio alla molteplicità delle anime e delle provenienze che hanno contribuito alla scrittura e alla realizzazione del disco anche per rafforzare la convinzione che lo scambio, il reciproco ispirarsi sia stato fondamentale per le dieci tracce che lo compongono. Certo, nel comunicato stampa vengono elencati, giustamente, progetti musicali e artisti che hanno influenzato La Fossa della Marianne ma trovo ben più importante menzionare quanto e quanto bene i musicisti abbiano rielaborato e filtrato queste per produrre qualcosa di forse unico nel panorama attuale. Se proprio vogliamo partire dalle coordinate stilistiche, sì, parliamo pure di un prisma sonoro non troppo distante dagli Envy, forse meno “monolitici” ma con una profonda ricerca melodica e una robusta attitudine punk/hardcore mentre, tematicamente, appare evidente la volontà di arrivare in fondo alla buca (la fossa, quindi) dove tutto è stato lasciato e con il tremendo timore di scoprire che tutto sia oramai perduto. Come concetto generale il tutto può ricordare quello strano esperimento che fu And Then We Met Impero, EP del 2005 dei Meganoidi, che in modo probabilmente confuso riusciva a far dialogare varie ispirazioni. Merita peraltro soffermarsi sui testi delle canzoni, nei quali le parole sembrano non riuscire a rimanere contenute (ogni tanto, addirittura, si scorge quasi un flow vicino al rap), vuoi per urgenza di approfondire vuoi per necessità di comunicare. Il disco si apre con il post-metal dell’opener “Un Piede nella Fossa” (con il sincopato riff che richiama certi Isis) e già con la seconda canzone “Fissa Comune” si nota come sia stato difficile comprimere in una singola canzone la ricchezza di tutti gli spunti emersi in fase di composizione. La traccia numero tre è a mio modesto avviso il miglior episodio di tutto l’album. “La Fine del Mondo (Gigi Mangione Libero)” è una ballata con fisarmonica e doppia voce che rimane in testa e che ti ritrovi a cantare quando meno te l’aspetti, nonostante le parole lascino trasparire una certa e purtroppo motivata rassegnazione. E il disco continua, alternando momenti movimentati (“We Are the Scempio”, che risente più dell’afflato punk/hc) al bellissimo tributo “Usa la Fossa”, nella quale vengono elencati alcuni dei Maestri a cui tutta l’umanità dovrebbe essere grata, oltretutto su uno sfondo musicale che ricorda i Godspeed You! Black Emperor. La seconda metà dell’album mostra a pieno le qualità del progetto musicale ed è degna di un ascolto attento che renda merito alla sfaccettata parte musicale e forse ancora di più alla ricerca lirico-testuale e a come ci sia un profondo lavoro all’arrangiamento armonico delle voci. I titoli dei pezzi sono “Lo Scorpione e il Calamaio”, “Interludio #00”, “Obtorto Collo”, “Il Tombarolo” e “Reparto 77” e mi piace immaginarli come parti di una suite che ci accompagna fino alla fine di questo bel lavoro. Godetevi a pieno il dialogo continuo, nervoso e nevrotico tra musica e parole, fino alla splendida chiusura che risponde al titolo di “Reparto 77”, magistralmente posta a chiosa di questa speriamo non estemporanea uscita discografica.
La nave appartenuta a Teseo riuscì a sconfiggere il tempo e l’usura sostituendo a una a una le sue parti rovinate. Non ci interessa sapere se la nave sia ancora la stessa pur non avendo nulla di ciò di cui era composta al momento del varo iniziale. Lo stesso accade per questa nuova esplorazione di JD Raudo, degnissimamente accompagnato da prodi e preparati argonauti. Come appunto recita la frase tratta da “Reparto 77”, forse è più facile, di sicuro meno doloroso, varcare le onde a scrutare l’orizzonte che scendere nel buio della terra e andare alla scoperta di se stessi. La nostra fortuna è che ciurma de La Fossa delle Marianne fa entrambe le cose in modo egregio e ci dona una delle migliori uscite discografiche del 2026 e non solo.
(Donnabavosa, Shove Records, Stonehenge Records, 2026)
1. Un Piede nella Fossa
2. Fissa Comune
3. La Fine del Mondo (Gigi Mangione Libero)
4. We are the Scempio
5. Usa la Fossa
6. Lo Scorpione e il Calamaio
7. Interludio #00
8. Obtorto Collo
9. Il Tombarolo
10. Reparto 77


