
Se pensiamo agli ultimi cinque anni di uscite musicali (parlando dei generi trattati su queste pagine, ovviamente), le band che probabilmente hanno lasciato più il segno sono due, ossia Turnstile e appunto Chat Pile. Lungi dall’intento di questo preambolo andare a dare un giudizio di merito e qualitativo sul confronto ma, spingendoci nell’ardire, verrebbe da dire che i Chat Pile in qualche modo sono l’”Evil Bart” dei Turnstile. Di nuovo, si esagera e permettetemi di farlo, le due band poco hanno in comune se non una enorme semplicità nel modo di comunicare ed esprimere le proprie emozioni e sensibilità e una chiara idea di come farlo, oltre a una maniera intelligente di mischiare le proprie evidenti influenze mantenendo un altro livello di personalità e riconoscibilità. Tutto ciò, però, che nei Turnstile è luce nei Chat Pile è sommerso da un opprimente (ma come vedremo, nel caso di questa nuova uscita, un po’ meno) e asfissiante carico di materiale inerme ma tossico. Tutto ciò che da Baltimora chiama all’abbraccio, alla chiassosa esibizione delle emozioni, da Oklahoma City si tende verso l’isolamento e lo straniamento. Da un lato dei musicisti giovani e carini, dall’altro un’età media più dalla parte degli anta e una, eufemismo, bassa considerazione dell’aspetto estetico. Evil Bart, appunto.
Le coordinate di Who Loves the Sun non si discostano troppo da ciò che uno si aspetta dalla band di Oklahoma City (Raygun Busch alla voce, Luther Manhole alla chitarra e i fratelli Stin e Cap’n Ron alla sezione ritmica). Noise rock roccioso che molto volentieri flirta con lo sludge, parti ispirate al grunge di derivazione punk di Nirvana e Mudhoney, ritmiche ferocemente precise al limit dell’industrial e ogni tanto sferzate slayeriane e metal in generale. Va anche aggiunto che l’episodio che a qualcuno ha fatto storcere il naso, ossia In the Earth Again – in coabitazione con il chitarrista Hayden Pedigo, come vedremo ospite anche qua – forse diventa uno spartiacque nella discografia del quartetto. Il noise marziale e stentoreo non manca affatto ma si mette al servizio del singolo pezzo (in qualche momento del disco vengono in mente i Cop Shoot Cop), compare l’elettronica e tutto diventa fumoso e c’è una maggiore ricerca melodica. Intendiamoci e ripetiamolo, Who Loves the Sun è in tutto e per tutto un disco dei Chat Pile e ciò viene ribadito per tutte le dieci canzoni che lo compongono. Basso e, soprattutto, batteria granitici e ruvidi che diventano le basi per gli accenti chitarristici di Manhole e la personalissima e sfaccettata interpretazione di Busch ma, in questo album, tutto sembra indirizzato verso una ricerca, uno sviluppo e una progressione che, mi sento di affermare, è comunque stata presente sottotraccia anche nei precedenti lavori. I precisi colpi di batteria del sempre bravo Cap’n Ron aprono “Creature” e il disco, il pezzo ci presenta in dettaglio tutto ciò che seguirà, condendolo peraltro con un paio di breakdown che sembrano usciti dal plettro di Max Cavalera. “Deep Blue” è stato il primo singolo, accompagnato da un video splendido, ed è una canzone storta, conturbante e disturbante che sembra riprendere tutto ciò che di malato e morboso avevano i Korn nel primo e omonimo album e che anticipa l’episodio più “strano” di Who Loves the Sun. Si tratta del terzo brano, “Same Rules”, uno zoppicante trip hop che serve per organizzare e controllare il caos (appunto, più contenuto in questo disco che nelle uscite precedenti) ma che non disdegna violente e rumorose sferzate. Davvero un interessante episodio per la band ma non di certo inaspettato dopo In the Earth Again. Se qualcuno però pensa di poter tirare il fiato si renderà conto di sbagliare con la violentissima “PEN I S MALL”, assalto sonico vicino all’industrial dove, nel ritornello, compare un uso del ride che si rifa chiaramente allo stile tipico di Dave Lombardo per poi abbandonarsi a un lascivo, trascinato, sporco e fangoso finale. Se i primi quattro pezzi erano molto distinti l’uno dall’altro, nella seconda parte dell’album ciò che ispira il quartetto si fonde in modo encomiabile, mostrando anche una certa ricerca melodica (che include anche la, come al solito, sentita e appassionata prestazione del cantante). “Shrine” è storta e ci illude con l’arpeggio per poi lasciare spazio a una chitarra realmente grossa, “Intruder” sembra parodiare il crossover anni Novanta con il suo claudicante proto-funk (ospite Claire Hannah dei Nightosphere) mentre “Christabel ‘26” è forse il manifesto dell’attuale proposta musicale dei Chat Pile, un capiente calderone dove passione, cultura e conoscenza musicale e innovazione si mischiano continuamente. Se volete farli conoscere a qualcuno, partite da qua. Il grunge-hardcore rumoroso e marcio di “Influence” (qua, sempre dai Nightosphere, l’altra ospite Brittany Sawtelle) apre il trittico finale che prosegue con il noise doom di “Family Funeral”, perfetta per perforare i timpani di chi la ascolta con una ritmica granitica mentre la strofa procede come se fosse uno spoken word o una confessione, accompagnandosi alla chitarra sgraziata di Hayden Pedigo. L’episodio conclusivo è memorabile e porta il titolo di “October All the Time”, quasi una ballata, dimessa, persino fragile, guidata dall’esitante voce di Raygun Busch, e che si irrobustisce di distorsione per pochi secondi prima della fine.
Si storce, si contorce e zoppica la musica dei Chat Pile annata 2026 e non perde nulla del suo essere disturbante, conturbante e quindi affascinante. Si registra una progressione verso una maggiore organicità nella quale la band smussa alcuni spigoli senza perdere niente dell’aggressività e della spontaneità che la contraddistingue, facendo sì che Who Loves the Sun sia l’ennesimo capitolo vicino alla perfezione di una discografia che non riesce a scendere da un livello altissimo di qualità. Ogni album dei Chat Pile è un monumento alle false promesse fatte a un’umanità che fino a pochi lustri fa ancora continuava a sognare, compreso coloro che, ancora e nonostante tutto, riescono ad amare il sole. Proprio dalla torre disabitata di acciaio e cristallo della copertina, oppure dalle montagne di scarti della lavorazione del piombo di Picher, (“chat pile”, appunto), continuiamo a osservarlo, l’astro che comanda il nostro sistema di pianeti, aspettando che ci consumi.
(The Flenser, 2026)
1. Creature
2. Deep Blue
3. Same Rules
4. PEN I S MALL
5. Shrine
6. Intruder
7. Christabel ‘26
8. Influence
9. Family Funeral
10. October All the Time


