
Abbiamo conosciuto gli Altarage con la loro devastante trilogia iniziale (Nihl, Endinghent e The Approaching Roar, usciti tra il 2016 e il 2019), a cui sono seguiti altrettanti album di assestamento (Succumb, il live album Sol corrupto e Worst Case Scenario) con cui il trio basco ha provato a sondare territori ai limiti delle proprie idee di partenza, fino ad arrivare ad oggi, 2026, al primo disco con la Sentient Ruin Laboratories, quel Cogwheel di cui parliamo oggi, e che ce li mostra nuovamente concentrati su quel manifesto sonoro estremista che ne ha rappresentato la nascita undici anni orsono. Una dichiarazione di intenti che non può che ovviamente essere inquadrata come una sorta di manifesto 2.0 per una revisione, e rivisitazione, di un’idea, realizzate grazie ad un percorso tortuoso, e, forse, in alcuni momenti complicato, ma sicuramente necessario.
L’album si caratterizza per un lunghezza impegnativa (settantacinque minuti complessivi divisi in due 12″, ma limitata a soli sette brani) che sposa, ed esalta una devastazione tanto ruvida quanto sofferta (e sofferente). Settantacinque minuti che vanno a costituire l’ossatura di un lavoro complesso, che a tratti pare essere sul punto di deragliare, ma che, poi, riesce sempre e comunque a rimettersi in riga, e a portare a compimento il proprio itinerario. Il trio basco non ha perso tempo in inutili orpelli, e ha imbastito un album che non guarda in faccia a nessuno, intransigente, sporchissimo e angosciante, che punta direttamente al pragmatismo sonoro, lasciando ad altri la ricerca. Anche se, restando razionali, e consapevoli che sia quasi iperbolico pensarlo, non possiamo però non considerare questo Cogwheel come il momento più sperimentale della loro discografia. Questo perché, nel momento in cui crediamo di aver capito quello che vogliono vomitarci addosso gli Altarage, il disco cambia, e devia verso un terreno ancor più alienante, che, proprio per il fatto di essere posto in chiusura, ci porta a pensare che il prossimo album possa guardare a quelle sonorità più vicine all’ambient malato e delirante con cui si chiude Cogwheel, come all’architettura su cui edificare il futuro prossimo. Una seconda parte di album che immaginiamo come la rituale, soffocante e fastidiosa alienazione acustica che prova a rendere tangibile quella discarica sonora, ma soprattutto emozionale, in cui confinare tutto il male di vivere che deriva dal contesto sociale attuale. Una seconda parte che sublima, da un punto di vista concettuale, un immaginario spoglio, e desolato, attraverso un processo che coniuga il delirio sonoro, quasi eccessivo del passato, con un’immediatezza di assimilazione attuale, che non avremmo mai pensato di poter associare alla band basca.
Inutile criticare gli Altarage per aver realizzato un disco sporchissimo che rischia di infastidire, perché è esattamente quello che si erano prefissi, andare cioè a colpire esattamente lì, dove la privazione diventa gioia, dove la rabbia diventa concreta e tangibile, dove proprio grazie a tutto questo la miseria si eleva a gradevolezza. Cogwheel è infatto un album quasi nauseante, che ha scelto di essere fastidioso, e sporco. Un album che ci porta diretti verso l’abisso più malsano che potessimo pensare di incontrare in questa nostra stagione infernale da un punto di vista climatico. Ma non fraintendeteci. Il disco è molto più strutturato di quanto si possa pensare. C’è una sorta di musicalità, e di freschezza, che emerge anche nella triviale tortura di un lavoro come questo, che solo apparentemente può apparire come disordinato, e disorganizzato. Un disco che lacera l’ascoltatore, con un incedere angosciante, quasi elefantiasico. Possiamo quindi, in chiusura, pensare a Cogwheel come all’album migliore degli Altarage? Assolutamente, senza alcun dubbio.
(Sentient Ruin Laboratories, 2026)
1. Peso Muerto
2. Wielder
3. Future Wreck
4. 1988
5. Not a Proper Burial
6. Ichor
7. Industrial Offering


