
Not Here Not Gone è il quarto album per le Blackwater Holylight, trio di Portland che dalle nostre parti non è ancora riuscito a catturare grandissime attenzioni. Ed è un peccato perché le tre statunitensi mostrano di essere riuscite ad aggiustare il tiro nel corso degli ultimi anni. Il disco – il primo da quanto si sono trasferite in California, in cerca di nuovi stimoli – va infatti nell’unica direzione possibile, quella cioè di riuscire a limare tutti quei dettagli che le hanno impedito finora di realizzare una proposta che possa risultare personale ancor prima che credibile. L’album non perde tempo in convenevoli e mostra immediatamente tutta la sua vena catartica e dilaniante, perfettamente bilanciata, in cui spiccano momenti caldissimi e avvolgenti, declinati sia con una sorta di semi introspezione, che con forza e dolore, come in un continuo rimando tra luce e oscurità.
La loro scelta di abbandonare la comfort zone in Oregon per infilarsi nel caos di Los Angeles è da leggere a nostro avviso nella necessità di andare a collocarsi laddove le suggestioni e le motivazioni potessero tornare realmente vigorose, e non più ovattate dalla routine che rischiava di ammorbidire il loro intimo sentire, precludendone la crescita a livello musicale come band, e come donne. Hanno quindi scelto di rivedere prima di tutto il loro modo di pensare la vita, e conseguentemente la musica, lasciando il cielo costantemente votato alla pioggia del nord est per la luce abbagliante del sud della California. Not Here Not Gone è un album che si nutre (ed è costruito) sui contrasti, ma che, sostanzialmente funziona. Un disco che rappresenta (qualitativamente e come ricerca sonora) per le Blackwater Holylight il momento più alto fino ad oggi. L’album canta la perdita, e tutto ciò che consegue al senso di smarrimento e di sconcerto per l’incapacità di razionalizzare il lutto, e lo fa attraverso un sound paranoico che sa pungere e far male pur mantenendo una tensione mai troppo eccessiva. Il disco infatti riesce a trascinarci a fondo, ma sempre con un approccio sostanzialmente delicato, anche se fortemente rigoroso.
Not Here Not Gone è quindi da vedere come il primo passo di una nuova fase che si è appena aperta per il trio, caratterizzata da un sentire comune malinconicamente e tristemente indirizzato verso un rapporto conflittuale con il dolore. Un album che sa rinnovarsi brano dopo brano, in grado di alienare la noia, con cui esorcizzare il male che ci portiamo dentro, e provare a riscrivere il passato, spostandolo in un contesto contemporaneo che possa donargli tutta la luce di cui ha bisogno.
(Suicide Squeeze Records, 2026)
1. How Will You Feel
2. Involuntary Haze
3. Bodies
4. Heavy, Why?
5. Giraffe
6. Spades
7. Void To Be
8. Fade
9. Mourning After
10. Poppyfields


