
Dopo un’attesa che pareva non aver mai fine i Boards of Canada sciolgono le proprie riserve e ci consegnano il loro quinto album, Inferno, che arriva a distanza di ben tredici anni dal precedente Tomorrow’s Harvest. Spesso, quando l’attesa, non solo temporale, raggiunge livelli di guardia così elevati, il risultato finisce per essere deludente, soprattutto per chi ha vissuto con inquietudine e apprensione il periodo di pausa. Fortunatamente non è questo il caso. Inferno infatti mostra una band in piena trance agonistica, capace di stupire per l’ennesima volta, grazie ad una prova davvero convincente del duo scozzese. Mike Sandison e Marcus Eoin mostrano ancora una volta tutto il loro talento, e tutta la loro capacità di creare atmosfere sinistramente affascinanti, che riescono ad essere intriganti al punto di farci disconnettere dal resto del mondo durante l’ascolto, in cerca di quei riferimenti che possano permetterci di assorbire in modo indolore i loro brani. Bravi anche, e soprattutto, a gestire la pressione per un ritorno che non avrebbe potuto essere deludente, viste le aspettative da parte di un mondo musicale che li ha idolatrati, album dopo album.
L’approccio dei Boards of Canada è sempre stato da collocare in quel contesto estremamente cervellotico, in grado di penetrare la corteccia cerebrale e insinuarsi nelle scissure tra le meningi, scatenando viaggi paralisergici suggestivi, e accattivanti. C’è chi, tra quelli bravi, quelli che scrivono di musica perché ci capiscono, ha paragonato l’album alle colonne sonore degli anni migliori del giallo horror italiano, quelli a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Noi, che bravi non siamo, e che siamo mossi non da competenza, ma passione, non possiamo che dirci assolutamente d’accordo, anzi ci spingiamo oltre, e andiamo ad aggiungere che quella probabilmente è la base di partenza, ma i Boards of Canada fanno di più, riuscendo a contestualizzare quelle atmosfere al giorno d’oggi, spogliandole del lato più cinematograficamente legato alla pellicola, e allargandone il potenziale, inserendo elementi in grado di fornire richiami, e interpretazioni, più profonde. Il tutto esaltato dalla capacità, dimostrata negli anni, di andare a distruggere i confini tra un genere e l’altro. Concettualmente non è semplice inquadrare Inferno, le similitudini e i richiami religiosi sono evidenti, quello che c’è da capire è come interpretare il tutto, se come una presa di coscienza di una necessità di andare a riscoprire legami in questo stato di cose attuali necessari, o se si tratta di una critica che ci deve porre sull’attenti, portandoci a chiederci se le nostre scelte in questo senso siano da vedere come definitive o se, invece, abbiamo approcciato il tutto troppo velocemente, senza la dovuta dose di razionale criticità. Sarebbe da chiedere a loro di questo approccio teologico improntato sulla gestione del peccato, della sofferenza, del dolore e della loro espiazione, ma come sappiamo, oltre a non esibirsi live da almeno venticinque anni, sono anche piuttosto restii a rilasciare interviste. In ogni caso, indipendentemente da quella che sia la chiave di lettura che ci piace di più, si tratta comunque di un disco estremamente inquietante e cupo, forse quello più nero tra tutti quelli che hanno realizzato finora.
L’atmosfera dell’album apre in noi immaginari post-apocalittici, declinati attraverso suoni che spaziano in ogni direzione possibile, che riescono a coniugare elementi futuristici ed etnici, analogici e ritualistici, il tutto sempre in costante equilibrio e con grande eleganza. La forza di Inferno è quella quindi di riuscire ad essere coerente, sia con se stesso che con l’idea concettuale che lo tiene in piedi, nonostante tra un brano e l’altro, spesso, si aprano distanze infinite a livello di scelte stilistiche. Questa è una delle caratteristiche che solitamente associamo ai progetti e alle realtà che poniamo ai vertici della piramide espressiva in ambito musicale, il riuscire ad essere loro stessi mostrando versatilità, immediatamente riconoscibili anche, e soprattutto, nelle differenze. L’unico vero neo del disco risiede nel minutaggio, che non permette un’assimilazione precoce, anche se è altrettanto vero che ogni loro album non è mai sceso al di sotto dell’ora di durata. C’è forse qualche passaggio a vuoto, ma si tratta giusto di un paio di pezzi, che avrebbero potuto escludere, per favorire la fluidità, ma nell’insieme, è un album che non possiamo che considerare sublime. La cifra stilistica dei Boards of Canada riflette in noi la sensazione, che poi nel tempo è divenuta certezza, che quando un loro brano entra in circolo, poi è praticamente impossibile da eliminare, lo ascolteremmo per ore, in repeat, all’infinito, senza mai annoiarci, o anche solo pensare di dedicarci ad altro mentre la stanza si satura dei loro synth. Yes, we’re addicted!
(Warp Records, 2026)
1. Introit
2. Prophecy At 1420 MHz
3. Hydrogen Helium Lithium Leviathan
4. Age Of Capricorn
5. Father And Son
6. Somewhere Right Now In The Future
7. Naraka
8. Acts Of Magic
9. Memory Death
10. The Word Becomes Flesh
11. Into The Magic Land
12. Blood In The Labyrinth
13. Deep Time
14. All Reason Departs
15. Arena Americanada
16. The Process
17. You Retreat In Time And Space
18. I Saw Through Platonia


