
Czart è un nome che ancora vive al di sotto della soglia di popolarità. L’ensemble polacco arriva a quello che molto probabilmente è il suo debutto discografico (le info sulla band online non sono moltissime e nemmeno particolarmente approfondite) con la Aural Music, e lo fa con un album straniante, che strada facendo mostra tutto il suo potenziale, pur cercando di non distaccarsi troppo da quell’approccio prettamente metal che ne caratterizza l’anima. Letteralmente Czart è traducibile come “diavolo”, ed è proprio al demone biblico per eccellenza che l’album deve praticamente tutto. Il trio ha infatti realizzato un disco che è una sorta di riscrittura del folklore demoniaco polacco, contestualizzato ai tempi nostri, in piena rivoluzione tecnologica.
Non facciamoci però condizionare dall’idea che si tratti dell’ennesima deriva del metal estremo. Czarty Polskie è un qualcosa che vira immediatamente verso altri lidi, verso un universo parallelo che esula da tutto ciò che la musica estrema rappresenta oggi. L’idea è quella di riscoprire le tradizioni tramandate tra generazioni e riportarle in vita, dandole nuovo spessore e una nuova veste, che possano permettere di apprezzarle. Una sorta di esorcismo pagano in cui il diavolo torna al centro dei nostri pensieri, assumendo il ruolo di primattore, e non quello di vittima sacrificale. Il tutto può essere visto, concettualmente, come la nostra ammissione di colpa tardiva per le azioni più spregevoli che abbiamo messo in atto. L’album è un vortice di sensazioni che sposano una pluralità di soluzioni sonore che guardano alla tradizione che si mescola con un assalto intransigente figlio di una lettura intelligente del metal più estremo. Czarty Polskie non può essere infatti definito come un album metal. Farlo sarebbe riduttivo, e non renderebbe giustizia al grande lavoro del trio, soprattutto dal punto di vista della costruzione dei brani e degli arrangiamenti. Un disco che riesce ad essere sempre e costantemente a fuoco, in ogni suo passaggio, anche se, a prima vista, può sembrare un coacervo di sonorità prese a caso e mescolate altrettanto casualmente. Sono talmente tanti i riferimenti che si sovrappongono che anche solo provare a richiamarne alcuni sarebbe tanto sciocco quanto riduttivo. Alla fine il male non è altro che una delle nostre componenti più intrinseche. È questo che emerge dal disco. Ma non solo, i Czart sottolineano con orgoglio come l’oscurità non sia altro che uno dei posti in cui meglio possiamo dialogare con noi stessi.
Un album che possiamo anche leggere come un esperimento sonoro perfettamente riuscito. I Czart non nascondo infatti che buona parte del disco sia stato realizzato con l’ausilio delle più recenti tecnologie, leggasi AI, sonore e non, che hanno integrato e “migliorato” la base costruita con strumenti tradizionali dai tre. Non sappiamo se questa sarà la strada che il mondo musicale sceglierà di seguire in futuro. Di certo, il risultato delle sperimentazioni multimediali e tecnologiche del trio polacco è intrigante. Resta, come sempre, il limite della riproposizione dal vivo. Ma questo è un argomento che tratteremo in un’altra sede, in un futuro, forse, nemmeno troppo lontano. Un voto in meno perché non è chiaro quanto l’intelligenza artificiale abbia inciso sulla resa finale.
(Aural Music, Code666, 2025)
1.Satana passa! Niema już djabła
2. Peregrynacja dziadowska
3. Księga grzechów
4. Noc zatracenia
5. Zła interpretacja
6. Ballada o spalonych kwiatach
7. W głębi boru ciemnego
8. Szałwja
9. Trucizna
10. Gusła miłosne
11. Czarcie lamenty
12. Poszli chłopi na rolę
13.Rozdroże dusz
14. W sercu gaju
15. Czart rogat
16. Czarcia kołysanka


