Fatalist è il nono disco nei trenta e passa anni di carriera della creatura di Marco Kehren. Dopo un paio di demo tape, l’esordio discografico dei Deinonychus risale addirittura al 1995 con l’uscita di The Silence of December, album che bene impressionò e che si ritagliò un certo suo spazio aprendo già all’epoca il black metal a interessanti e plumbei rallentamenti doom. Con una certa regolarità la discografia della band nederlandese è andata avanti tra alti e bassi fino al 2007 per poi soffrire due lunghe pause fino al 2017 e poi fino a novembre 2024 quando è uscito questo Fatalist che ci troviamo tra le mani.
In mancanza di note più precise, i Deinonychus dovrebbero veder confermata la formazione che affianca a Kehren (a voce, chitarra e basso), il batterista Steve Woltz e il tastierista Markus Stock (che ricordiamo, ovviamente, per gli Empyrium ma anche per i suoi trascorsi in Autumnblaze e The Vision Bleak, tra gli altri). La formula musicale proposta è quella che ha fatto la fortuna e la forza del combo dei Paesi Bassi, quindi violentissime sfuriate death/black alternate a parti opprimenti, oscure e asfissianti. Nello specifico, è curiosa la netta alternanza in Fatalist di pezzi lenti e pezzi veloci. E quindi, alla rassegnata cupezza di “Prays to God, Sleep with the Devil”, “The Human Heart Is A Cemetery” e “Beast Throne” (per la precisione, la prima, la terza e la quinta traccia) rispondono le aggressive e spietate “Fatalist” e “A Cross to Bear with Sorrow” (la seconda e la quarta canzone). Menzione a parte meriterà a breve il pezzo che chiude il disco, ossia “Lucifer, I Witness”. I pezzi sono monolitici (va detto anche che sono sufficientemente monotoni) e in un certo senso la canzone posta in apertura, “Prays to God, Sleep with the Devil”, aveva in un certo senso illuso, in quanto il doom proposto risente di sensazioni molto simili a quelle che possono scaturire ascoltando, per esempio, gi Amenra. Riff ripetuti, batteria scarna e un’ispirazione che si rifà forse più a un certo post-metal che al death doom di cui Kehren è stato un maestro. Questa ventata di “freschezza” (non il termine più adatto in questo caso, di certo), si perde nei pezzi successivi e la ripetizione ostinata dei singoli riff mostra un po’ la corda alla lunga. Di certo questo non va a inficiare il pessimismo, la rassegnazione e lo sconforto che trasudano a litri da tutto il disco (la voce di Marco Kehren spesso diventa un latrato atroce che ben marca con ferocia il suo pessimismo) ma, appunto, forse qualcosa di diverso poteva essere fatto. A conferma di questo torniamo quindi a “Lucifer, I Witness”, semplicemente splendida. Le tastiere e la batteria contribuiscono a dare alla canzone che chiude l’album un andamento sì stentoreo ma allo stesso tempo quasi nervoso con la doppia cassa che ben sottolinea i dissonanti ma eleganti controcanti della chitarra che prima della fine lascia spazio a un synth che ci fa ricordare il bel gothic inglese degli anni Novanta. Davvero un gran pezzo.
Fatalist raggiunge la piena sufficienza e mostra la facilità con cui un maestro del black death riesce ancora a comporre pezzi interessanti. L’importanza del nome in oggetto vorrebbe che la proposta musicale dei Deinonychus offrisse forse qualcosa di più, in quanto a varietà e anche alla voglia di uscire dalla propria zona di comfort e sicurezza. Non credo assolutamente che dopo trentatre anni di carriera Marco Kehren sia stanco, anzi, e la prima e l’ultima canzone di Fatalist smentiscono alla grande questo sospetto. Quindi mezzo punto in più, sì per la storia ma soprattutto per la pura bellezza di quello che ancora Deinonychus è qua per offrirci.
(Ván Records, 2024)
1. Prays to God, Sleep with the Devil
2. Fatalist
3. The Human Heart Is A Cemetery
4. A Cross to Bear with Sorrow
5. Beast Throne
6. Lucifer I Witness