
Apriamo il 2026 con un nuovo (inutile) episodio de Il Canto del Cigno. Prima di addentrarci nella nostra ennesima follia cervellotica, ricordiamo come il nostro Disclaimer sia da considerarsi tuttora in vigore, nonostante il passaggio al nuovo anno.
Detto questo andiamo subito al dunque. Affrontiamo oggi Novanta. Una controstoria culturale di Valerio Mattioli, uscito sul finire dello scorso anno per Einaudi. Per chi è abituato a vivere di musica (e la musica) ogni istante della propria esistenza, un testo come questo diventa quasi imprescindibile, fosse anche solo per il fatto di andare a ricercare nella memoria i momenti e le dinamiche raccontate da Mattioli. La sua analisi si concentra fondamentalmente sugli anni Novanta, ma la nascita di quegli spazi sociali occupati che servono come architettura per costruire la narrazione, risale al decennio antecedente. I Centri Sociali, oggi nemico pubblico numero due (il nemico pubblico numero uno, come molti di voi ricorderanno, sono i rave, oggetto del primo provvedimento di legge del governo in carica) della compagine che malgoverna questo disastrato paese, hanno contribuito a formare generazioni di ribelli che hanno visto nella musica l’immaginario ideale con cui accompagnare i sogni di rivolta sociale. Erano autentici laboratori in cui si poteva trovare veramente di tutto. La sperimentazione era a portata di chiunque avesse voglia di aprire la mente, e vincere le convenzioni sociali. Musica ma non solo. Cinema, arte contemporanea, linguaggi del corpo e della mente, attivismo politico. Tutto per tutti. In altre parole controcultura. La bellezza del Centro Sociale, al di là dell’aspetto musicale, era – soprattutto per chi, come noi, si nutre costantemente di musica rumorosamente disturbante – da ricercare nella creazione di un linguaggio nuovo che andava a sancire una sorta di tabula rasa del passato, aprendo la strada all’avanguardia controculturale. Con una premessa (emotiva) del genere non potevamo non procurarci una copia del libro di Valerio Mattioli.
Novanta è racchiuso tra due momenti storici ben definiti. Da una parte, l’apertura del decennio con la caduta del Muro di Berlino (Novembre 1989), dall’altra la chiusura con la distruzione del World Trade Center (Settembre 2001). Dal 09.11 al 11.09. Per chi gode nel crogiolarsi tra i numeri qui c’è qualcosa su cui ragionare, inutile negarlo. Al netto di queste parafilie, il testo di Mattioli merita davvero attenzione, soprattutto perché, come detto in apertura, mette la musica al centro di tutto, come a voler trovare la colonna sonora di un decennio.
È infatti la musica, prima ancora che l’arte in generale, il collante che ha determinato ascesa e declino degli spazi occupati italiani. Per quelli come noi, che sono cresciuti a focaccia, acciughe e anarcopunk, uno spazio occupato era, per una città relativamente piccola come Spezia, un qualcosa di cui andare fieri. È da lì che sono transitate tutte le realtà sonore non convenzionali che hanno contribuito ad allargare i nostri orizzonti.
La genesi del testo di Mattioli parte giustamente a metà anni Settanta, con la nascita del Leoncavallo, in quella Milano che già al tempo sembrava in grado di anticipare i tempi, sia nel bene che nel male, come la storia sottolineerà amaramente. Sarà poi nel decennio seguente però che il Leoncavallo andrà a consacrare il proprio ruolo, andando a sancire l’inizio di una diffusione capillare che toccherà praticamente tutto il paese, da nord a sud. Nei Novanta, paradossalmente, si assiste però ad una situazione che crea una sorta di imbarazzo in ambito antagonista. Alcune delle realtà di punta dismettono i panni dell’illegalità andando a sancire una sorta di pace sociale coi comuni, in un regime di semi istituzionalizzazione. Si crea una prima frattura tra coloro che pur di sopravvivere accettano di fare se non un passo indietro, almeno uno di lato, e coloro che non ammettono alcun tipo di concessione allo Stato.
Il racconto di Mattioli si nutre di sonorità poco affini alle dinamiche che avevamo avuto modo di toccare con mano. E non solo perché parla sostanzialmente di un decennio che non è stato quello più infuocato, ma perché tocca da vicino mondi che non hanno praticamente quasi mai fatto parte della nostra storia. Dall’intransigenza hardcore punk che si stava sporcando con il grindcore si passa infatti al rap militante e alla techno, i suoi ambiti di pertinenza, che trovano grandissimo spazio nelle pagine del volume.
L’autore non nasconde che il passaggio da un mondo analogico ad uno digitalizzato abbia favorito un mutamento di questo tipo, che andò a coinvolgere anche gli strumenti espressivi e di lotta. Si diffuse l’idea che il futuro era davvero a portata di mano. E che la guerriglia tecnologica avrebbe convinto anche l’ala più radicale. In questo ambito fu – ancora una volta – Bologna la città che mostrò maggiore attenzione al fenomeno, con la nascita de L’isola nel Cantiere prima e del Link a seguire, autentici centri nevralgici della neolingua tecnologica che andarono a incubare le nuove avanguardie.
Quasi contemporaneamente, da una costola della cultura rap, si diffonde anche il fenomeno dei writers metropolitani, coi muri delle città (e a seguire anche e soprattutto i treni) che diventano loro diretta ed esclusiva pertinenza. Era nata quella che poi a seguire prese il nome di cultura urbana.
È innegabile che la comunicazione, ad ogni livello, abbia giocato un ruolo fondamentale nella storia degli anni novanta, di cui la rivoluzione digitale fu solo una parte. Se, da un lato si andava a realizzarsi, con le tecnologie informatiche che diventano accessibili a tutti, quella “conquista dei mezzi di produzione” di stampo marxista, dall’altro si stavano creando i principi di quella degenerazione sociale che a partire dall’ingresso nel nuovo millennio andrà a deflagrare. L’arrivo del Cavaliere Nero di Arcore si consuma infatti proprio nei Novanta, anche se, al tempo, in pochi pensavano che il cancro del Berlusconismo potesse metastatizzare a distanza, mostrando ancora oggi i suoi danni sulle masse.
È in questo contesto che, dalle università arriva la risposta, con la nascita del movimento della Pantera, sorta come critica al linguaggio dei media e in particolare della televisione. Non resta quindi che andare a riscoprire la radio, che in breve tempo diventa lo strumento ufficiale della propaganda dei Centri Sociali. La radio infatti non solo promuove musica che altrove nessuno si sognerebbe mai di diffondere, ma riesce anche a comunicare in tempo praticamente reale ogni tipo di iniziativa in atto sul territorio.
Al nero della Pantera si contrapporrà, da lì a qualche anno, l’effetto cromatico opposto, con la nascita, e l’ascesa delle Tute Bianche, sorte proprio nei centri sociali del nordest. Sono loro ad aprire il corteo del settembre 1994 tenutosi a Milano per protestare contro la militarizzazione del territorio, e rivendicare spazi autogestiti, in opposizione alle politiche dell’epoca in ambito sociale. Da allora sarà – per loro, e per il movimento antagonista in generale – un crescendo che si concluderà nella tragica kermesse del luglio 2001 a Genova, con gli eventi che tutti conosciamo.
Tanto per cambiare, mentre la musica riesce ad unire le nuove generazioni, i più adulti finiscono per dividersi. La spinta scissionista arriva da tutti coloro che vedono nei Centri Sociali legati ad un approccio che rifiuta l’istituzionalizzazione, che non segue logiche di legalizzazione degli spazi, e che non si lega a partiti politici. Uno spazio in cui chi si sente escluso, che non si riconosce nelle scale di valori imposte, possa trovare linfa per nutrire i propri interessi, le proprie utopie, possa trovare un rifugio in cui riassaporare il piacere della condivisione e dello scambio di idee. In netta contrapposizione con le Tute Bianche e i loro flirt con i partiti di opposizione.
Nasce quindi la Lega dei Furiosi retta dall’idea di riunire le realtà legate a questa visione “separatista” improntata al DIY che sposa un rifiuto del mondo moderno che prosegue, e perpetra l’emarginazione e l’oppressione dei singoli, dei diversi. Una rivolta sociale improntata all’autoproduzione che possa far circolare le idee e il materiale. Uno spazio che non segua le regole del mercato, in cui l’antagonismo (soprattutto a livello di pensiero, ancor prima che di azione) sia reale, e non sterilizzato dalla “spettacolarizzazione” dei media. In pratica il Centro Sociale deve produrre cultura, in ogni forma possibile, ma senza farlo diventare un vanto da esporre al mondo intero. Se ciò si può realizzare anche attraverso la musica il quadro non può che diventare idilliaco. Da sempre in ambiti antagonisti come questi, la seduzione musicale è una delle armi più potenti. In alcuni casi ha rischiato di trasformare gli spazi sociali in sale da concerto prima e da ballo poi. Ma è innegabile che senza i Centri Sociali la diffusione capillare di realtà musicali altrove improponibili non sarebbe mai stata posta in essere. Una diffusione che esulava da ogni tipo di commercializzazione economica.
Sono anni caratterizzati da un fervore costante. A tutte le latitudini. Ancora una volta, sulla spinta della musica, si torna a pensare a quel cambiamento che da troppo tempo teniamo nel cassetto. Ma la storia ha per tutti noi in serbo un futuro diverso.
Il mondo stava cambiando ancora una volta. La lotta si spostava dalle strade delle città, dai quartieri degradati, dalle periferie, verso il capitalismo globale. Stava nascendo il movimento No Global, sull’onda delle gesta di quello che venne frettolosamente chiamato “popolo di Seattle”. Una lotta impegnativa, molto più difficile, ma anche per questo, per alcuni più stimolante. Il movimento No Global per quanto nutrito e numeroso era però troppo eterogeneo per avere un’efficacia reale. I numeri erano dalla loro parte, ma c’era solo quello. Il resto era confusione, con troppe visioni discordanti messe a confronto.
Ed è qui, in questo contesto di internazionalizzazione della lotta che si è andati verso il paradosso: i centri sociali sono diventati esattamente quello che, in partenza avevano individuato come uno dei nemici a cui dichiarare guerra. Erano il mainstream, soprattutto nelle grandi città. Si erano trasformati nel ricettacolo di quella classe sociale “vincente” da cui avevano preso le distanze. In altre parole la lotta di classe era finita, e l’avevamo persa. E la perderemo del tutto sotto il sole di luglio durante e dopo il G8 di Genova.
Prima però c’era stato spazio per la tanto attesa Rivoluzione Sessuale. A metà del decennio, arriva infatti la svolta, con il primo Pride italiano, quello di Roma del 1994, che celebra la Giornata Mondiale dell’Orgoglio Omosessuale con un manifestazione che, in quel momento, era lontanissima dall’idea di dar vita ad un cambiamento, che poi, il tempo, sancì come epocale. E che mise, inevitabilmente, nel mirino il Giubileo del 2000 indetto da uno dei papi peggiori della storia in ambito di omofobia, quel polacco che finì addirittura per diventare santo. Il tutto in una rinascita del mai sopito del tutto sentimento anticlericale, altra grande pietra miliare su cui vennero edificati e proliferarono i centri sociali italiani. Il sesso era sostanzialmente visto come uno degli strumenti per andare a scardinare la struttura sociale. Una visione radicale che non poteva che trovare spazio in contesti come quelli dei centri sociali, in una riscoperta dei valori e delle posizioni anarcopunk delle origini.
Gli anni Novanta sono anche quelli della nuova ondata femminista, orientata verso il recupero delle lotte dei decenni precedenti, andando a integrarle con un aggiornamento dei linguaggi, e con la riscoperta (dapprima all’estero ma poi, in seguito, anche in Italia) del punk, con la nascita delle Riot Grrrl, che sancirono l’affermarsi di un’attitudine decisamente bellicosa, che vide nella nascita, ancora una volta a Bologna, di Atlantide, uno spazio che fece la storia del femminismo di fine secolo. Un avamposto radicale che partì come femminista ma che poi, negli anni, diede spazio a tutte quelle realtà che chiedevano spazio per affermare le proprie esigenze, non ultima, appunto, quella strettamente musicale.
Anche se di quello che eravamo soliti ascoltare al tempo nel libro di Mattioli c’è veramente poco, sentiamo di condividere l’emotività delle sue parole. Probabilmente siamo figli diversi della stessa madre. La sua è (stata) una rivolta improntata e caratterizzata da sonorità aliene agli spazi che abbiamo frequentato (e viceversa), ma sempre rivolta è stata, per cui la accogliamo con grande piacere.
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Tra i tanti personaggi che trovano spazio nel volume non possiamo non citare quel Professor Bad Trip che abbiamo avuto la fortuna di conoscere nelle nostre scorribande e nelle nostre nottate al Centro Sociale Kronstadt di Spezia. Il suo ruolo, e la sua importanza lo elevarono al ruolo di “guru del più robotico immaginario techno-trash”, e lo inquadrano, da un punto di vista storico, come “uno dei piú importanti artisti visivi underground della scena italiana ed europea degli ultimi decenni”. Il suo è un tratto immediatamente riconoscibile, maniacale, animato da creature multiformi “intrappolate in un groviglio di cavi, telecamere e protesi meccaniche”. In un contesto come quello del cyberpunk una figura come quella di Bad Trip era fondamentale sotto tutti i punti di vista. In ambito musicale realizzò copertine di dischi ma anche volantini per concerti e iniziative legate al centro sociale cittadino, di cui era, come detto, un assiduo frequentatore. Crea un laboratorio (Organic Mutation Institute) in cui realizza e si autoproduce (in perfetto stile anarcopunk DIY) i fumetti che raccontano le “psycho storie” che animano la sua mente, fatti di una degradazione punk che racconta la vita di “sballatoni che si fanno di droghe dalla mattina alla sera, robot bizzarri, cervelli sotto spirito, scienziati pazzi, tecno-poliziotti che usano le droghe per condizionare la gente”. Un visionario e un precursore dei tempi. Documentatevi, ne vale la pena.


